Dossier
Greenkiesta
3 Maggio Mag 2019 0600 03 maggio 2019

Le vie del veleno, così i rifiuti tossici entrano nel cemento delle nostre strade

Per risparmiare sui processi di decontaminazione, metalli pesanti o sostanze altamente cancerogene come il cromo esavalente vengono impastati nei conglomerati da cui si ottiene il cemento e il calcestruzzo: così il cosiddetto “concrete green” finisce per inquinare l’ambiente

Autostrada_Linkiesta
Photo by Arnaud STECKLE on Unsplash

A sentirne il nome sembra tutto molto ecologico, o meglio «eco-friendly». Il «concrete green», tecnicamente conglomerato cementizio preconfezionato, dovrebbe essere infatti un calcestruzzo preconfezionato composto da almeno il 10% da materiali riciclati e soprattutto prodotto in impianti al 100% di energia rinnovabile. Dovrebbe perché non sempre i rifiuti sono trattati nel modo corretto e al posto di materiale riciclato ci finiscono sostanze tossiche che le aziende smaltiscono illecitamente. Del resto nero su bianco nella relazione finale della scorsa legislatura della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti si legge che «utilizzata quale ulteriore e più subdola tecnica di occultamento dei rifiuti. Invero - chiosa la relazione -, il recupero dei rifiuti, correttamente posto quale obiettivo strategico dalle stesse norme comunitarie, diventa pericolosamente una potenziale occasione - in alcuni casi un’attività certa - per introdurre in maniera illecita rifiuti che recuperabili non sono, con la conseguenza di veicolare nei cicli di produzione contaminanti non presenti nelle materie prime sostituite, ovvero nel metterli a contatto con matrici sensibili (suolo e sottosuolo) nel caso in cui le materie “recuperate” vengano utilizzate, per esempio, nel campo delle costruzioni». Insomma sotto il vestito buono si nasconde un altra modalità di smaltimento illecito del rifiuto. Tra il 2014 e il 2016 sono 718 mila le tonnellate prodotte di questo materiale e almeno la metà, sono finite sotto la lente delle autorità.

Il concrete green è diventato grande protagonista sulle strade italiane, in particolare quello che di green ha ben poco. È il caso della A 31-Valdastico Sud in Veneto. Il caso è finito sul tavolo della direzione distrettuale antimafia di Venezia, dapprima per l’impiego del materiale non correttamente trattato e utilizzato per il lotti della Valdastico Sud e poi per la realizzazione di alcune strade interpoderali, quindi private e utilizzate per collegare tra di loro diversi fondi agricoli, tra Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, più precisamente tra le province di Rovigo, Ferrara, Bologna, Modena, Mantova, Verona e Padova. Il processo per il caso delle strade interpoderali, in cui sono stati rinviati a giudizio tre imprenditori veneti e due società, è iniziato lo scorso 20 marzo ed è chiamato a fare luce sulla filiera dei rifiuti finiti nel concrete green utilizzato. Il caso sarebbe inoltre connesso, per quanto riguarda i luoghi di stoccaggio e approvvigionamento dei rifiuti, anche alle società e ai personaggi protagonisti del rogo in via Chiasserini a Milano: tra le carte dell’inchiesta milanese erano stati infatti individuati altri due capannoni in provincia di Verona verso cui finivano parte dei rifiuti in partenza da Milano. Rifiuti che sarebbero poi finiti nel concrete green utilizzato. «Metalli pesanti come fluoruro, bario, piombo, arsenico, mercurio, diossine o istanze altamente cancerogene come il cromo esavalente - spiega il coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli - sono stati impastati nei conglomerati da cui si ottiene il cemento e il calcestruzzo, in modo da risparmiare e smaltire scorie che avrebbero dovuto essere sottoposte ad un trattamento di decontaminazione».

I carotaggi disposti dalla procura di Venezia hanno rivelato non solo la presenza di cromo esavalente, ma, si legge sempre agli atti della relazione conclusiva della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, «anche la presenza di altri parametri fuori norma, ciò che consente di affermare che nel sottofondo dell’autostrada Valdastico Sud non sono state depositate materie prime secondarie, bensì rifiuti»

Sotto questa luce è ancora più inquietante la vicenda della Valdastico Sud dove si è arrivati a indagare solo dopo la conclusione dell’opera e su cui nel tempo si sono di fatto aperti tre diversi procedimenti. Qui i carotaggi disposti dalla procura di Venezia hanno rivelato non solo la presenza di cromo esavalente, ma, si legge sempre agli atti della relazione conclusiva della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, «anche la presenza di altri parametri fuori norma, ciò che consente di affermare che nel sottofondo dell’autostrada Valdastico Sud non sono state depositate materie prime secondarie, bensì rifiuti».

Tra i rivoli dei procedimenti tra archiviazioni e assoluzioni di fatto a rispondere alle contestazioni della direzione distrettuale antimafia di Venezia saranno soprattutto i fornitori, ma le audizioni della davanti alla commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti nel corso della passata legislatura hanno lasciato più di un’ombra pure sugli organismi preposti al controllo. «La responsabilità del produttore - conclude la commissione - appare certa, mentre più problematica è quella degli altri soggetti, ossia dell’intermediario, dell’acquirente e dei soggetti certificatori. Anche questa vicenda pone in evidenza un primo dato incontestabile e drammatico e, cioè, che il sistema di controlli non funziona del tutto. Si tratta di controlli gestiti in parte dall’acquirente e in parte dal produttore, ma vi anche una forma di controllo di terzo livello, il cosiddetto audit di terzo livello. Tale controllo è operato da un soggetto terzo, nella specie, un funzionario dell’ARPA Veneto, che però non ha avuto alcun tipo di efficacia».

In molti si sono chiesti in questi anni, anche dopo le archiviazioni delle posizioni dei vertici delle società interessate alla costruzione dell’autostrada, quanto veramente possano essere solo i fornitori i veri responsabili. Uno dei pm che ha condotto le inchieste sul concrete green utilizzato per la realizzazione della Valdastico Sud, Fabrizio Celenza, ha osservato audito dalla stessa commissione parlamentare «che se si dovesse fare una valutazione economica, ci si accorgerebbe subito che questo materiale viene venduto a un prezzo piuttosto basso e che il produttore paga per il trasporto, eseguito da una ditta terza, un importo che lo fa andare addirittura in perdita». In uno dei casi analizzati, ha rilevato Cerea «a fronte di ricavi per l’importo di 35.775 euro, sono emersi costi di trasporto pari a ben 445.012,00 euro». Come sia stato possibile che un semaforo rosso, o almeno giallo, non si sia acceso in fase di realizzazione rimane un mistero.

«questa vicenda è sicuramente emblematica di una generale omertà di tutti gli operatori economici interessati che, pur nell’acclarata assenza di una cupola mafiosa, per mero profitto, adottano comportamenti illegali diffusi e perduranti, che nel loro insieme fanno “sistema”, in danno dell’ambiente»

Alla commissione non sono sfuggite le risposte fornite dai rappresentanti della società Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova spa che «appaiono ignorare del tutto la qualità e le caratteristiche dei materiali (nella specie, rifiuti) utilizzati per i sottofondi e i rilevati autostradali». Qualità che «costituiscono un momento essenziale dell’opera realizzata, tanto più ove - prosegue la commissione - si consideri che tali rifiuti, a causa delle piogge, sono destinati, verosimilmente in arco di tempo più o meno lungo, a inquinare le falde acquifere sottostanti, mediante il rilascio di elementi pericolosi e, nei tempi brevi, sono in grado di determinare un processo di lisciviazione e conseguente rottura del manto autostradale. A questo punto - conclude -, non rimane che esprimere l’auspicio che la Valdastico Nord, l’autostrada di 53 km destinata a collegare Piovene Rocchette (Vicenza) a Besenello (Trento), venga realizzata con materiali (mps) diversi da quelli usati per la Valdastico Sud».

Tanto basta per far mettere nero su bianco alla commissione che «questa vicenda è sicuramente emblematica di una generale omertà di tutti gli operatori economici interessati che, pur nell’acclarata assenza di una cupola mafiosa, per mero profitto, adottano comportamenti illegali diffusi e perduranti, che nel loro insieme fanno “sistema”, in danno dell’ambiente». Su questo il coordinatore dei Verdi insiste con un esposto, questa volta alla commissione antimafia «affinché si indaghi su questo drammatico problema che attenta all’ambiente, alla salute della popolazione e all’economia del nostro paese».

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