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3 Maggio Mag 2019 0700 03 maggio 2019

Diciamo la verità: tutta l’Italia è Terra dei Fuochi (e lo è da sempre)

Solo nell'ultimo anno in Italia sono state sequestrate 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti, traducibili in circa 200 mila Tir. Rifiuti industriali, speciali e tossici, provenienti da tutta la Nazione. La Terra dei Fuochi non esiste, mentre l'Italia dei fuochi è viva e vegeta

Terradeifuochi Linkiesta
Tiziana FABI / AFP

La nostra proposta: i rifiuti industriali e commerciali sono la stragrande maggioranza di tutti i rifiuti prodotti nell’Unione Europea. A differenza dei rifiuti urbani, soggetti da anni a ambiziosissimi obiettivi di riciclo e riuso, per i rifiuti commerciali e industriali non c’è ancora nulla, col risultato che molti tra loro finiscono ancora nelle discariche. Il Parlamento Europeo si è occupato di loro, nell’ultima legislatura, e, nell’ambito delle sue prerogative, ha ottenuto che la Commissione Europea valuti, entro il 2024, la possibilità di definire degli obiettivi di riciclaggio per questo tipo di rifiuti. Ai candidati chiediamo di far pressione sulla Commissione affinché tale richiesta sia esaudita, e tale impegno sia mantenuto.

La Terra dei Fuochi non esiste più. Anzi, a dire il vero non è mai esistita. L’Italia dei Fuochi, invece, è viva e vegeta, e lo è da sempre. Questi versi riconducibili ad un poeta partenopeo sono in verità la reale ricostruzione storica del Bel Paese: una nazione tossica, da nord a sud. I focolai di rifiuti speciali e industriali non sono quindi un’esclusiva del meridione e i capannoni pieni di scorie, recentemente scoperti nelle campagne del Torinese e del Milanese, in aggiunta alle 30 inchieste aperte dalle rispettive procure al Nord (al Sud sono 33), ne sono la prova.

L’emergenza viene inoltre stimata dai dati dell’Ispra nel Rapporto Rifiuti Speciali del 2018: “La produzione nazionale dei rifiuti speciali, nel 2016, si attesta a quasi 135,1 milioni di tonnellate (…) Sono, inoltre, compresi i quantitativi di rifiuti speciali provenienti dal trattamento dei rifiuti urbani, pari a quasi 11,2 milioni di tonnellate”. La produzione aumenta del 2% rispetto al 2015 (4,5% rispetto al 2014), con l’aggravante dei rifiuti speciali pericolosi, aumentati di oltre 9,6 milioni di tonnellate (+5,6% rispetto al 2015).

Detto ciò, nel settore del riciclaggio pur qualcosa si muove. L’avvio allo smaltimento dei rifiuti pericolosi aumenta del 7,9% (887 mila tonnellate), nonostante una riduzione del numero delle discariche operative (da 392 nel 2014 a 350 nel 2016), registrando il 65% del riciclaggio. Siamo tra i migliori in Europa per il riciclaggio, come del resto siamo tra gli ultimi della classe in termini di prevenzione: “Se i dati mostrano un buon lavoro sul fronte del riciclo, occorre investire di più su quello della “prevenzione” dei rifiuti speciali. Se ne producono ancora troppi e l’Italia è lontana dall’obiettivo fissato dal Programma Nazionale di Prevenzione del 2013, che prevede al 2020 una riduzione del 5% nella produzione dei “non pericolosi” e del 10% per i pericolosi, calcolati per unità di Pil al 2010”.

Questioni economiche e logistiche spingono non solo le mafie classiche a questa nuova pratica: sono infatti piccole imprese o aziende messe con le spalle al muro dal lassismo legislativo del Governo a farsi largo tra gli attori più attivi

È bene ricordare: secondo il Testo Unico Ambientale (D. Lgs. N. 152/2006) per speciali si intende quei rifiuti provenienti da attività industriali, agricole, artigianali, commerciali e di servizi. Per quanto riguarda la loro pericolosità, invece, c’è l’obbligo da parte del produttore di attribuire correttamente il CER (Codice Europeo del Rifiuto) con il quale viene riportato la classificazione del rifiuto e le sue proprietà inquinanti - infiammabile, comburente, esplosivo, cancerogeno e via dicendo.

Tuttavia, molte volte al passaggio della classificazione, un produttore come la stessa azienda (è importante evidenziare come il detentore del rifiuto non è necessariamente chi lo produce ma chi in ultima istanza lo prende in carico), non arriva nemmeno. Un vuoto normativo difatti piega ai voleri affaristici della malavita la gestione di questa categoria di rifiuti: non tracciata né vincolata (come i rifiuti urbani), ma in libera circolazione, se non per la formula del Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud), famoso per essere diventato ben presto il “giro bolla” del clan dei casalesi.

Non che la situazione, a margine delle poche azioni di contrasto (i più tenaci sono stati un gruppo di vescovi e le madri di alcune vittime), sia molto migliorata. La Terra dei Fuochi resta uno dei più grandi disastri ambientali in Italia: alla fine degli anni ‘80, un coacervo di camorristi, mafiosi ed esponenti della P2 cominciarono l'interramento dei rifiuti tossici provenienti dalle imprese del Nord Italia. Dopo testimonianze di collaboratori di giustizia del calibro di Carmine Schiavone e Gaetano Vassallo e la maestria con la quale il Governo di turno schiva la pallottola "bonifica", quello che resta è morte e quotidiana violenza verso flora e fauna (quella rimasta). S.e.n.t.i.e.r.i, l'ultimo rapporto dell'Istituto superiore di Sanità e dell'Università Sapienza, riporta dati che lasciano poco spazio all'immaginazione: l’incidenza dei tumori negli uomini, che vivono o hanno vissuto nelle aree a rischio considerate Terra dei Fuochi, è superiore dell’11% mentre nelle donne del 9% rispetto alla media nazionale. Allarmanti, come allo stesso tempo lo sono i dati riguardanti la mortalità da neoplasie nei bambini residenti nell’intera area delle province di Napoli e Caserta.

Ma come può un Paese con un tasso di riciclo come quello italiano, soffocare tra le nubi tossiche di capannoni in fiamme o di discariche abusive? Una risposta univoca non esiste. Le ramificazioni che portano al nucleo centrale del problema registrano matrici del tutto differenti, o quasi: eco-mafie, disinteresse politico, scarso civismo, interessi incrociati. Per le prime, se il modus operandi è cambiato, l’ingerenza non cessa di potenziarsi.

È finito il tempo dei sotterramenti, le nuove vittime sono i capannoni, i quali vengono riempiti fino a scoppiare per poi essere dati alle fiamme. Questioni economiche e logistiche spingono non solo le mafie classiche a questa nuova pratica: sono infatti piccole imprese o aziende messe con le spalle al muro dal lassismo legislativo del Governo a farsi largo tra gli attori più attivi. Il sospetto è che dietro a incendi come quello avvenuto l’ottobre scorso a Milano in via Chiasserini, ci siano società orfane di una norma end of waste e quindi - non vuole esser una giustificazione! - spinte allo smaltimento illegale e, per occultare, all’incenerimento delle prove.

Emergente, come l’avvento degli e-waste, quella dei rifiuti ospedalieri diventa una questione primaria, a fronte del fatto che a produrli non sono solo gli ospedali, bensì anche le altre strutture sanitarie, come laboratori, centri di ricerca, camere mortuarie, sale di autopsia, centri per i test sugli animali, banche del sangue e case di riposo per anziani

Un odore acre che, per giunta, ricorda quello che continua ad alzarsi dalla Terra dei Fuochi: “La Campania ancora una volta in testa per il numero di reati, concentrati per il 44% nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. Nel settore dei rifiuti la percentuale più alta di illeciti su scala nazionale 17mila le nuove costruzioni abusive. Il fatturato dell’ecomafia sale in un anno del 9,4%, a quota 14,1 miliardi”.

Dati allarmanti che emergono dal Rapporto Ecomafie 2018 di Legambiente, che aggiunge: “Spiccano 538 ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016) (…); 76 inchieste per traffico organizzato (erano 32 nel 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (otto volte di più rispetto alle 556 mila tonnellate del 2016). Il settore dei rifiuti è quello dove si concentra la percentuale più alta di illeciti, che sfiorano il 24%”.

Anche l’Ispra aggiunge un carico non da poco: “Sono pari a 352 mila tonnellate i rifiuti contenenti amianto prodotti in Italia nel 2016, costituiti per il 93,5% da materiali da costruzione contenenti amianto. La forma di smaltimento prevalente per quest’ultima tipologia di rifiuti pericolosi rimane la discarica (85,5% del totale gestito). Un quantitativo rilevante (circa 118 mila tonnellate) viene esportato in Germania”.
Esempi come quello nel Comune di Castel San Giorgio, dove due incendi hanno danneggiato diversi autocompattatori adibiti alla raccolta e al trasporto dei rifiuti, sono la punta dell’iceberg. I rifiuti speciali hanno ben più ampio respiro, e nuove molteplici problematiche. Due su tutte sono quelle provocate dai Raee, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, e dai rifiuti ospedalieri. Mentre i primi salgono di diritto nel gotha dei rifiuti più pericolosi in circolazione e dei più ambiti dalle ecomafie (anche per la scarsa ossatura delle regolamentazioni in merito), la spia dei rifiuti ospedalieri lampeggia oramai da tempo, senza però mai comparire in un’agenda politica o essere tema di dibattito.

Nel 2015, un report di Oms-Unicef ha evidenziato che poco più della metà (58%) delle strutture campionate di 24 paesi disponeva di sistemi adeguati per lo smaltimento sicuro dei rifiuti sanitari. Il 15% di quest’ultimi possono avere un effetto disastroso su ambiente e persone, in quarto la loro combustione può provocare l'emissione di diossine, furani e particolato. Nondimeno, se non smaltiti correttamente, questi rifiuti possono portare alla contaminazione di falda con disinfettanti chimici e altri elementi nocivi. E l’Italia? Lo Stivale ne produce circa 1000 tonnellate al giorno, smaltendole, come dimostra l’ultimo dei casi a Crotone, in maniera del tutto sconsiderata. Emergente, come l’avvento degli e-waste, quella dei rifiuti ospedalieri diventa una questione primaria, a fronte del fatto che a produrli non sono solo gli ospedali, bensì anche le altre strutture sanitarie, come laboratori, centri di ricerca, camere mortuarie, sale di autopsia, centri per i test sugli animali, banche del sangue e case di riposo per anziani.

La fine del ciclo - come in molti altri scenari - vede come attore maggiormente interessato l’essere umano. Dalla Terra dei Fuochi da cui non sarà possibile coltivare una sola pianta sana per decenni, all’inquinamento atmosferico, causa principale di malformazioni congenite e patologie all’apparato respiratorio

La fine del ciclo - come in molti altri scenari - vede come attore maggiormente interessato l’essere umano. Dalla Terra dei Fuochi da cui non sarà possibile coltivare una sola pianta sana per decenni, all’inquinamento atmosferico, causa principale di malformazioni congenite e patologie all’apparato respiratorio. «Dal punto di vista delle gestione lecita dei rifiuti, siamo ancora lontani dalle forme completamente sostenibili», afferma a Linkiesta.it Agostino Di Ciaula, Presidente del Comitato Scientifico di Medici per l’ambiente - ISDE (International Society of Doctors for Environment). «È chiaro che se le forme legali e poco sostenibili, come l’incenerimento, hanno delle conseguenze dimostrate sulla salute umane, immaginiamo quanto gravi possono essere le conseguenze di sistemi non controllati come la combustione o l’interramento di rifiuti speciali».

Ma non solo. L’Ispra segnala, inoltre, un altro lato oscuro di tale categoria: “Tra i rifiuti speciali, quelli del settore delle costruzioni e demolizioni costituiscono uno dei flussi più importanti in termini quantitativi: con oltre 54,8 milioni di tonnellate, rappresentano il 40,6% dei rifiuti speciali (..) La Lombardia è la regione che produce più rifiuti speciali: 29,4 milioni di tonnellate, pari al 21,8% del totale nel 2016”. A conferma, Di Ciaula notifica: «La produzione dei rifiuti speciali è ancora in crescita e questa è una stortura. Ci sono incentivi per l’incenerimento, ma non per pratiche alternative di recupero di materia; ma ancor peggio sono le demolizioni. Per esempio nel cemento sono riciclate le ceneri tossiche derivate dalla combustione dei rifiuti, per cui la potenzialità inquinante di questi siti, oggi, è sicuramente peggiore di quella di vent'anni fa, quando i metalli pesanti nei detriti non c’erano».

Siamo ad un bivio e, forse per la prima volta, ci siamo come Italia unita. Decidere quale strada percorrere è fondamentale; così come saper scegliere quale mezzo guidare, visto che al momento stiamo pilotando la bellezza di 181.287 Tir carichi di veleni. Ebbene sì, se volessimo raffigurare le circa 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati dalle forze dell’ordine, solo nell’ultimo anno, servirebbero quasi 200 mila Tir per trasportarli, che messi in fila indiana formerebbero una colonna ininterrotta che da Trapani supera le Alpi e arriva fino a Berlino, lunga più o meno 2.500 chilometri. Niente male

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