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29 Maggio Mag 2019 0600 29 maggio 2019

Parioli o Tor Bella Monaca? Ecco perché il Pd non sarà mai un vero partito popolare

Il paradosso dell’erede del più importante partito di sinistra europeo: se mira a conquistare le periferie perde le élite. Ma il voto delle élite è tutto ciò che al momento possiede

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Sergei GAPON / AFP

“Catch 22” è la serie Sky di George Clooney basata sull’omonimo romanzo di Joseph Heller, in cui il protagonista è alle prese con il paradosso creato dal comma 22 del titolo. Negli USA il libro è incredibilmente popolare, tanto che l’espressione “catch 22” viene spesso usata come sinonimo di “circolo vizioso”; e proprio catch 22 è l’espressione che un cronista americano potrebbe usare per descrivere la situazione in cui si ritrova il Partito Democratico oggi, all’indomani delle elezioni europee.

È vero che il PD vince nelle grandi città, ma se si guarda il risultato di Roma quartiere per quartiere, si scopre che alla percentuale bulgara del 42% raccolta ai Parioli si contrappone lo striminzito 17% racimolato a Tor Bella Monaca, dove la Lega sfiora il 40. Una cosa simile avviene a Milano, con il PD che stravince in Zona 1 ma arretra in periferia, per essere scavalcato dalla Lega nella città metropolitana. Dove c’è benessere, insomma, il PD fa il pieno di voti mentre il messaggio di Salvini viene rigettato, proprio come un anno fa venivano rigettate le promesse di Di Maio sul reddito di cittadinanza.

Un dato che trova conferma se si va a guardare chi ha ottenuto i risultati individuali più significativi. Giuliano Pisapia, Carlo Calenda, Giorgio Gori, e sullo sfondo quel Beppe Sala cui va dato ampio merito per il risultato comunque brillante di Milano: con qualche eccezione, a leggere la lista dei maggiorenti democratici si ha l’impressione di leggere quella dei migliori contribuenti italiani.

A leggere la lista dei maggiorenti democratici si ha l’impressione di leggere quella dei migliori contribuenti italiani

Se il Partito Democratico fosse una forza liberale, tipo quella che avrebbe dovuto essere Forza Italia nel 1994, questo per Zingaretti sarebbe il migliore dei mondi possibili. Peccato che il PD sia, sulla carta, un partito popolare di sinistra, il cui naturale bacino d’utenza non dovrebbe essere costituito da manager e imprenditori ma da quei lavoratori che, in massa, hanno scelto la Lega.

Così si spiega il “catch 22” di cui sopra: se il PD sceglie di sfidare Salvini sul terreno dei quartieri popolari, con proposte radicali in stile Bernie Sanders – a cominciare dall’aumento della tassazione sui grandi patrimoni o dei redditi alti - finisce per andare contro gli interessi di quelli che al momento sono i suoi elettori, che con buona probabiltà smetterebbero di votarlo.

Se al contrario sceglie la linea di una politica moderata, impostata al ligio rispetto dei voleri di Bruxelles e degli umori del mercato, compiace certamente chi adesso lo sostiene ma rischia di spingere le “classi subalterne” (copyright Gad Lerner) verso Salvini ancora più di quanto fatto finora, restando milioni di voti sotto la Lega. Per capire quanto sia paradossale la situazione, bastava sentire Salvini al telefono in diretta con Mentana a caldo, subito dopo l’uscita delle prime proiezioni. L’attacco alle banche e alle multinazionali, la promessa di “lavorare duro” per la difesa dei lavoratori in difficoltà: se avesse avuto la erre moscia e non ci fosse stato il suo nome in sovrimpressione, uno spettatore distratto avrebbe potuto scambiarlo per Fausto Bertinotti.

Certo, esistono altri ambiti oltre a quello economico per marcare la differenza, su tutti l’immigrazione, l’ambiente e i diritti civili, ma nessuno meglio di una forza di sinistra dovrebbe avere chiaro come tutti questi temi, pur importanti singolarmente, diventano secondari se paragonati a quello del lavoro.

È vero che non si tratta di un problema nuovo, e che questa dialettica, non solo in Italia, esiste almeno dalla fine degli anni ’90: ma è vero anche che finora, dall’altra parte, non c’erano mai stati leader come Salvini, capaci di capire - grazie all’uso dei social e degli algoritmi che li governano - sia le istanze popolari sotto forma di tag e di trend topic, sia le attese che queste istanze generano nell’elettorato.

Se il PD sceglie di sfidare Salvini sul terreno dei quartieri popolari, con proposte radicali in stile Bernie Sanders finisce per andare contro gli interessi di quelli che al momento sono i suoi elettori

Finora, la ricetta usata a sinistra era quella di coprire le varie caselle ad una ad una, schierando il Sindacalista, l’Ambientalista, il Magistrato, l’Intellettuale Barbuto e via dicendo, tutti sotto l’ombrello di un Leader che aveva un ruolo simile a quello del bravo presentatore dei varietà di una volta, in stile Pippo Baudo: rassicurare il pubblico, dare spazio a tutti per non darlo davvero a nessuno.

Il problema è che questa ricetta, che aveva fatto la fortuna di Romano Prodi, non funziona più. La società si è radicalizzata, le elezioni sono diventate referendum in cui tutto si azzera ogni volta, il dibattito si è polarizzato attorno a temi su cui ieri era possibile mediare e che oggi sono vissuti come imprescindibili questioni identitarie: o con noi o contro di noi, o coi Parioli o con Tor Bella Monaca.

Aiutato dal fatto di essere alla guida di un partito post-ideologico, Salvini ha fatto una scelta chiara, e poco alla volta si è preso l’Italia. Per essere davvero alternativi, dunque, bisogna risolvere il “catch 22” e fare una scelta altrettanto netta. Altro che rilancio: per il PD e per Zingaretti, il difficile comincia adesso.

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