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3 Giugno Giu 2019 0600 03 giugno 2019

I soldi non fanno la felicità, soprattutto sul posto di lavoro (e sì, abbiamo le prove)

Esiste uno strumento in grado di misurare la felicità? Il denaro è ancora imprescindibile per il benessere? "Il metro della felicità" è un libro divertente e al tempo stesso profondo che, ridisegnando il nostro sguardo sul mondo, ci aiuta a capire di più le leggi economiche che lo governano

Felicita_Linkiesta
Photo by MI PHAM on Unsplash

Esiste uno strumento in grado di misurare la felicità? Il denaro è ancora un elemento imprescindibile del benessere di un individuo e di una nazione? Prendendo spunto da questi e altri interrogativi il libro di Luciano Canova cerca di sfatare un luogo comune duro a morire: che gli economisti, alfieri di una «scienza triste», non si siano mai occupati di felicità. È vero il contrario. Insieme ai filosofi, i primi a porsi la domanda cruciale - che cosa ci serve per vivere una vita migliore? - sono stati i padri della scuola neoclassica. I risultati dei loro esperimenti empirici - che Canova riassume in maniera semplice - mostrano che accanto al reddito e alla salute vi sono altri elementi che concorrono a una vita felice: la propensione alla generosità, il supporto sociale, la libertà di prendere una decisione in autonomia, il grado di fiducia nella comunità in cui si vive, e in particolare la motivazione, vero e autentico motore delle decisioni. "Il metro della felicità" è un libro divertente e al tempo stesso profondo, che nel ridisegnare i confini del nostro sguardo sul mondo ci aiuta a capire qualcosa in più delle leggi economiche che lo governano. E di noi stessi.

Pubblichiamo un estratto di "Il metro della felicità" di Luciano Canova (edizioni Mondadori)

Il rapporto tra felicità e lavoro merita un’attenzione speciale, non fosse altro per il fatto che spendiamo una gran parte della giornata in ufficio, in officina, in fabbrica o in qualunque altro posto che classifichiamo come luogo di lavoro. Il lavoro cambia e si trasforma rapidamente, ma questo non sminuisce il significato profondo che esso riveste nelle nostre vite e, di riflesso, nella nostra percezione di felicità. La scienza, a tale riguardo, si serve di numerosi indicatori, tra cui la soddisfazione generale, ma anche quella specifica, che si registra mentre si fa ciò per cui si viene pagati (la job satisfaction), nonché l’engagement, parola entrata sempre di più nel lessico quotidiano della vita di un’impresa.

Occuparsi di lavoro e felicità significa insomma raffinare i pensieri, passare da una visione puramente platonica a un approccio alternativo, o quanto meno complementare, che necessita un pizzico di aristotelismo empirico. Il valore dello stipendio e dei propri guadagni rimane un fattore importante, anzi decisivo, nel predire la nostra felicità quando lavoriamo, ma quella che vogliamo offrire in queste pagine è un’immagine più composita e sfaccettata, in grado di arricchire la nostra considerazione di questo tema imprescindibile. Per fare ciò, partiamo da lontano. Anzi, dalla preistoria. Avete in mente il film L’era glaciale e, in particolare, il personaggio di Sid, il bradipo? All’inizio del primo episodio della fortunata serie, Sid pronuncia una frase per spiegare il senso delle sue azioni: «Hey, I’m a sloth. I see a tree, eat a leaf, that’s my tracking» (Hey, io sono un bradipo. Vedo un albero, mangio la foglia, fine del discorso). Il cervello non evoluto di un bradipo non ha bisogno di molti stimoli informativi per elaborare una risposta in termini di azione: ma che dire di quello umano? E in particolare, come prende le decisioni una persona che ha di fronte a sé una spinosa questione, vale a dire decidere quante ore lavorare e come? Comprendere la leva comportamentale che ci spinge a lavorare, e il complesso insieme di emozioni e sentimenti connesso, è cruciale per chi vuole studiare le ragioni di una scelta tanto importante. Da questo punto di vista, possiamo affermare che l’economia neoclassica, con le dovute cautele, non si rivela troppo diversa dalla logica della filosofia di vita di Sid. La tradizionale curva di offerta di lavoro, infatti, appare come nel grafico che segue:

Se aumentano i soldi guadagnati, aumenta la quantità di ore che una persona offre sul mercato del lavoro. Non troppo diverso dal topolino che riceve il formaggio in laboratorio ogni qual volta esegue uno specifico compito. Ma funziona davvero così? Non è detto o, comunque, non sempre. Un famoso esperimento svolto sul campo, per esempio, mostra che la curva di offerta di lavoro tradizionale non è necessariamente il modo migliore per spiegare il comportamento di un essere umano. L’articolo è firmato da Linda Babcock, Colin Camerer, George Loewenstein e Richard Thaler (sì, di nuovo lui), e analizza il comportamento dei taxisti newyorchesi. Grazie alla disponibilità dei dati sulle corse effettuate (in termini di chilometri e di denaro ricevuto), l’obiettivo è capire le scelte lavorative di un individuo in condizioni particolari. Il lavoro dei taxisti, infatti, come di chiunque svolge un’attività in autonomia o, per fare il verso a certi profili Facebook, diventa imprenditore di se stesso, è soggetto a condizioni estremamente mutevoli e difficilmente prevedibili: una giornata di sciopero o il maltempo possono modificare le prospettive remunerative in modo drastico. C’è una grossa variabilità inter-giornaliera e infra-giornaliera e tutto ciò rappresenta un setting ideale per testare le previsioni del modello standard, secondo il quale, a variazioni anche temporanee nel reddito, corrispondono aumenti nell’offerta di lavoro. In altri termini le persone preferiscono lavorare quando è più remunerativo e divertirsi quando è più conveniente, secondo logica.

Lo studio citato, però, mostra dati completamente differenti: la curva è a forma di boomerang: Questi grafici si chiamano backward binding perché, come un boomerang, appunto, mostrano che oltre una certa soglia la crescita del reddito non si traduce in un aumento corrispettivo di lavoro, ma in una sua significativa riduzione. Che fa tornare la curva indietro. Perché avviene tutto ciò? Una delle ipotesi degli studiosi è che i taxisti (e, probabilmente con loro, tutti i lavoratori che hanno di fronte prospettive di reddito molto variabili di giorno in giorno) non utilizzano una visione di lungo periodo al momento della loro scelta, ma operano sulla base di un obiettivo di giornata predefinito che non necessariamente porta a massimizzare reddito e quantità di ore lavorate.

Quando raggiungono tale livello, anche se le prospettive di guadagno (vuoi, appunto, perché c’è uno sciopero dei mezzi e tutti prendono il taxi, o vuoi perché c’è una pioggia incessante che rende problematici gli spostamenti coi mezzi in città) sono di fatto allettanti, i taxisti si ritirano e preferiscono tornarsene a casa. Gli studi sperimentali, in tema di economia del lavoro, hanno contribuito e contribuiscono a gettare luce sulla complessità del tema e, a proposito di felicità, ci servono aristotelicamente a mostrare qualcosa di banale, forse, ma anche di molto importante: non è il denaro l’unica leva che spinge le nostre azioni, meno che mai quando si tratta del lavoro. Se, per alcune attività e mansioni è legittimo utilizzare la logica consueta, dove il denaro è l’unico incentivo efficace, per altri invece – e sono la maggioranza in un’economia di servizi – la questione è più complessa.

La sfida, dunque, è cercare di capire il rapporto tra lavoro e felicità e, in ultima analisi, sfaccettare il concetto di motivazione nelle sue molteplici dimensioni. Anzitutto, la motivazione e la felicità sul lavoro assumono sfumature e nomi diversi a seconda del contesto: ci sono persone, per esempio, che lavorano per un senso di orgoglio. Pensate a un cooperante che decide di partire per la Siria per andare ad aiutare le persone vittime della guerra: senz’altro, la remunerazione è un elemento fondamentale ma quanto incide il suo slancio ideale e il desiderio di costruire un mondo migliore? Per altre persone, poi, accanto ai soldi gioca un ruolo chiave la reputazione connessa allo svolgimento di una certa attività. Altri, ancora, hanno bisogno, per motivarsi, di uno scopo o di un senso di gratificazione: troppe volte ci lamentiamo di lavori che, nel corso del tempo, diventano monotoni e, come dire, non ci scaldano il cuore. Perché alcune persone stanno in ufficio fino a tardi? Cosa le motiva? È lo stipendio o, appunto, una sorta di passione intrinseca per ciò che fanno? Vi siete mai trovati ad appassionarvi a un progetto in modo tale da non dormirci, letteralmente, la notte? È un flusso di concentrazione che si traduce in lavoro no stop. Come quando leggete un libro avvincente e non riuscite a staccare gli occhi dalle pagine. A noi interessa capire meglio questo atteggiamento: fermarsi fino a notte fonda in ufficio, lavorare anche nei weekend, non dormire per vedere se l’assassino è il maggiordomo. È soltanto il denaro la leva motivazionale che può spiegare lo stakanovismo?

Qualcuno ha coniato la parola workaholic, alcolisti del lavoro. Ma perché – fatto salvo il denaro che ricevono come compenso per il proprio zelo – coloro che lavorano senza orari spesso sono i più soddisfatti? A essere talvolta trascurata, in questi casi, è la dimensione ludica, edonistica, di puro piacere. Il gioco, del resto, è lo strumento attraverso cui apprendiamo più facilmente e trasferire le leve comportamentali del gioco in ciò che si fa lavorando potrebbe essere una chiave (non l’unica) per la felicità.

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