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16 Giugno Giu 2019 0600 16 giugno 2019

4,4 miliardi di africani entro fine secolo: ecco la vera questione che non possiamo più ignorare

I megatrend sono i cambiamenti in corso da molti anni, destinati a durare ancora a lungo, come la crescita demografica. Siccome invertirli è impossibile, bisogna prepararsi a gestirli. Ecco come

Africa_Linkiesta
Photo by Benny Jackson on Unsplash

Così come disponiamo di strumenti per studiare e ricostruire la storia, analogamente esistono strumenti scientificamente solidi per immaginare e studiare il futuro. La ricerca ha infatti sviluppato strumenti affidabili per tracciare i megatrend che caratterizzeranno i prossimi decenni ed elaborare scenari sufficientemente precisi per guidare le decisioni nel presente. Intelligenza collettiva, tattiche militari, strategie resilienti riempiono la cassetta degli attrezzi di una nuova professione: quella del futurista, per la quale, però occorre un talento particolare, ovvero la capacità di nutrire grandi aspirazioni.

Pubblichiamo un estratto di Lavorare con il futuro. Idee e strumenti per governare l'incertezza di Roberto Poli (edizioni Egea)

Megatrend ed esplorazioni rappresentano previsioni e scoperte on steroids. Entrambi si riferiscono a serie coordinate di cambiamenti in corso da molti anni, tipicamente decenni, che promettono di perdurare ancora a lungo, ed entrambi hanno a che vedere con trasformazioni rilevanti, che influenzano molti altri mutamenti, impattando su diversi settori economici e modificando profondamente forme e meccanismi sociali. La principale differenza fra megatrend ed esplorazioni è che le variabili fondamentali dei primi sono determinate, mentre quelle delle seconde sono aperte e oscillanti.
Uno degli errori più gravi che un futurista possa commettere è proprio quello di confondere un’esplorazione con un megatrend, ovvero considerare qualcosa che tutto sommato si può ancora orientare come qualcosa su cui c’è ben poco da fare.

I megatrend sono così profondamente incassati nel funzionamento complessivo del mondo che la sola idea di provare a invertirne uno appare implausibile. Rispetto a una tendenza di questo tipo c’è ben poco che possiamo fare, se non prepararci a gestirla; la possibilità di deflettere un megatrend è close to nil, praticamente zero, benché non manchino alcune rare possibilità di intervento. A seguire ne presenterò un caso.

I megatrend sono spesso accompagnati da trend secondari che si muovono in direzione opposta. Per esempio, la costante crescita globale delle città è accompagnata da un movimento contrario di fuga dalla città e di ritorno nelle campagne. Il ripopolamento di alcune valli dell’arco alpino esemplifica bene questa controtendenza: dopo decenni di progressiva fuga dalla montagna, assistiamo ora a un flusso contrario di persone che decidono di tornare a vivere in montagna. Prestare attenzione ai controtrend può rivelarsi fruttuoso, poiché non di rado si tratta di indicatori di potenziali nicchie di mercato. L’importante è non confondere gli uni con gli altri, i megatrend dominanti con i controtrend secondari che ne contrastano gli effetti.

Di seguito andrò a illustrare alcuni esempi di megatrend. Tralascerò volutamente altri casi molto dibattuti, quali i cambiamenti climatici o le nuove tecnologie, non certo perché meno rilevanti, ma perché rientrano già stabilmente nel radar di chiunque voglia guardarsi attorno. Le descrizioni a seguire saranno per forza di cose altamente schematiche: ognuno dei temi che presenterò richiederebbe interi volumi per essere adeguatamente presentato, ma un’esposizione compatta permetterà comunque di farsi una prima idea.

Crescita demografica
La Tabella 1 riporta i dati elaborati dall’ufficio demografico delle Nazioni Unite e la loro proiezione centrale (ovvero non la più ottimista, né la più pessimista).

Alcune osservazioni:

1. entro fine secolo dovremmo aspettarci di passare, nel mondo, da 7,5 miliardi a 11,2 miliardi di persone; quasi quattro miliardi in più della popolazione attuale. Si tratta di un aumento mastodontico. Dar da mangiare, istruire, fornire abitazione e lavoro a oltre undici miliardi di persone sarà tutt’altro che facile: sarà una sfida ciclopica per la classe dirigente politica globale;

2. la popolazione dell’Asia rimarrà stabile. L’analisi dei dati paese per paese indica, per esempio, che ci possiamo aspettare un limitato aumento in India (da 1,3 a 1,5 miliardi di persone) e un importante calo in Cina (da 1,4 a 1 miliardo di persone);

3. la popolazione europea calerà, passando da circa un decimo della popolazione mondiale a poco più di un ventesimo della popolazione mondiale; un continente saturo e ormai maturo che dovrà accantonare qualsiasi pretesa di leadership planetaria;

4. l’Africa esploderà, passando da 1,2 miliardi a 4,4 miliardi di persone. Nel caso in cui le condizioni ambientali (per esempio, la mancanza di acqua) o sociali (mancanza di lavoro, guerre, epidemie) non consentissero alle persone di vivere nei luoghi in cui sono nate, che cosa potrebbero fare se non cercare di andare «altrove»?

È evidente che siamo in presenza di alcune problematiche strutturali che rimarranno attive per svariati decenni. Fortunatamente, però, l’aumento della popolazione è uno di quei rari megatrend che permettono di intervenire e di provare a modificarne la traiettoria. L’attesa di un’enorme esplosione demografica africana è legata al fatto che il 41 per cento della popolazione africana si trova nella fascia di età 0-14 e che in Africa non si è ancora realizzata la transizione demografica, ovvero il passaggio da cinque-otto figli per donna a uno-due figli per donna. Due azioni possono condizionare questo processo: inviare le ragazze a scuola e cominciare a migliorare la qualità complessiva della vita, innescando un certo livello di sviluppo economico.

La prima è abbastanza semplice: poiché maestri e professori sono sottopagati in tutto il mondo, costruire e sviluppare un sistema educativo generalizzato comporterebbe un costo relativamente basso. I paesi africani dovrebbero ricevere input, stimoli e aiuti per sviluppare in tempi brevi una nuova classe insegnante indigena che, grazie a estesi e capillari investimenti in moderne strutture scolastiche, spinga a una rapida alfabetizzazione sia a livello urbano sia rurale. Il percorso educativo dovrebbe però essere lungo e non fermarsi all’istruzione primaria: i dati indicano, infatti, che per l’Africa un’educazione elementare non sarebbe sufficiente a emancipare le giovani donne da un destino di subalternità. L’istruzione dovrebbe inoltre essere modulata secondo una specifica attenzione di genere, poiché solo alfabetizzazione e upskilling femminile possono garantire l’abbattimento di un tasso di natalità altrimenti insostenibile.

Innescare uno sviluppo economico non è altrettanto semplice, e questo per svariate ragioni, che includono: la nota fragilità del suolo agricolo africano, il fallimento di innumerevoli interventi umanitari, lo sfruttamento internazionale delle risorse naturali del continente, gli elevati livelli di corruzione di molti governi locali. Sono tutti problemi seri e importanti, che non possono essere sottovalutati. Ciò non di meno, secondo i dati del World Economic Forum, i lavori stabili in Africa sono cresciuti del 3,8 per cento tra il 2000 e il 2015 (con un +1 per cento sulla crescita della forza lavoro, un aumento non sufficiente, ma comunque positivo); la forte urbanizzazione in corso contribuisce ad accrescere la produttività (le città hanno una produttività tre volte superiore a quella delle zone rurali); anche i consumi sono in crescita (con un aumento del 4,5 per cento annuale tra 2000 e 2015). Infine, non va sottostimata la capacità degli africani di fare ricorso a tecnologie moderne per superare alcuni limiti infrastrutturali: l’Africa orientale, per esempio, è già leader globale nei pagamenti via cellulare.

Un nuovo capitolo è stato poi aperto dall’ingresso massiccio e coordinato della Cina in alcuni paesi africani, un intervento che sta imprimendo un’accelerazione altrimenti impensabile allo sviluppo. La Cina, che coltiva ambizioni globali e non regionali ed è scevra da qualsiasi forma di subalternità culturale verso l’occidente, sembra chiaramente determinata a fornire ad alcuni paesi una free ride, una corsa gratuita, sulla strada verso la crescita. Al contrario, la Comunità Europea pare disinteressarsi del problema della transizione demografica e dello sviluppo economico dell’Africa, quasi che il problema non la riguardasse.

Per quanto parziali, tutti questi dati mostrano come, almeno in alcune parti del continente, si stiano consolidando processi di sviluppo economico che hanno il potenziale di modificare radicalmente la situazione, sebbene si tratti di sviluppi in cui la voce degli europei è flebile.

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