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27 Giugno Giu 2019 0600 27 giugno 2019

Per salvare il mondo dobbiamo cambiare anche il modo con cui produciamo il sale

L’estrazione dalle miniere è un sistema che richiede energia e mezzi. Il metodo migliore è attingere al sale marino nell’oceano, come facevano gli antichi: richiede più tempo, ma è un processo pulito

sale-coreano
da Wikimedia

Il sale del futuro è, guarda caso, quello del passato. Di fronte all’emergenza ambientale, ormai avvertita a livello globale e alla base di numerose svolte politiche (non in Italia, almeno per ora), per procurarsi il sale, alimento indispensabile per la sopravvivenza umana, si dovrà tornare ai metodi di una volta: la raccolta dal mare.

Si tratta, come si scrive qui, di un procedimento molto semplice: si raccoglie acqua marina, la si trattiene in alcune cassette con piccoli fori per l’aria e le si lascia al sole per diversi giorni. La natura fa, più o meno da sola, tutto il lavoro: il sole scalda le cassette, l’acqua raggiunge una temperatura che sfiora i cento gradi (ma non li raggiunge: è importante che non cominci a bollire) e, menre evapora, i cristalli di sale bianco cominciano a fondersi insieme, formando pezzi più grossi. “È così che comincia il processo di cristallizzazione: il risultato sono dei bellissimi fiocchi di sale”, spiega Shaena McMahon, una dei proprietari che ha deciso di aprire queste fattorie di sale a Hatteras, nel North Carolina.

Una volta che il sale si è asciugato, lei e il marito procedono a spezzare i vari grumi, li impacchettano e li vendono. Ecco così il piccolo business realizzato, con impatto zero, o pressoché zero.

Del resto, il sale è indispensabile alla sopravvivenza dell’essere umano. Gli elementi che rendono salata l’acqua del mare, provengono dalle fenditure oceaniche: una spaccatura di 40mila chilometri da cui fuoriesce un ammasso di sodio, carbonio, nitrogeno, iodio, cloro e altri elementi che vanno a riempire tutti gli oceani. All’evaporare dell’acqua, è questa speciale miscela che rimane. E che chiamiamo sale marino.

Sia chiaro, anche quello estratto dalle cave nella terraferma è sale marino, solo che risale a epoche geologiche ormai passate. Si tratta di ciò che rimase sul fondale di antichi mari ormai prosciugati, spostati dall’erosione e dai movimenti tettonici delle zolle terrestri. Questo tipo di sale, per essere estratto, richiede uno sforzo tecnico notevole, con conseguenti ricadute sull’ambiente. Possiamo ancora permettercele?

La risposta è: meglio di no. Il sale commerciale ricavato dalle miniere spreca energia e inquina, soprattutto a causa dei combustibili fossili impiegati per bollirlo. Per non parlare del trasporto. La soluzione, sostengono gli ambientalisti, è tornare ai metodi dell’antichità: raccogliere acqua marina e lasciare asciugare. Quello che resta finirà nelle nostre insalate, sperando che siano, anche queste, a impatto zero.

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