House of Bruxelles
3 Luglio Lug 2019 0601 03 luglio 2019

Von der Leyen e Lagarde: in Europa ha vinto la Troika (grazie a Visegrad e all’Italia)

I sovranisti dovevano ribaltare Bruxelles e ora si trovano con due falchi dell'austerità nei ruoli più importanti delle istituzioni europee. La ministra della difesa tedesca sarà la nuova presidente della Commissione europea. Alla Bce va l'attuale presidente del Fondo Monetario Internazionale

Lagarde_Linkiesta
FABRICE COFFRINI / AFP

Ha vinto l’austerity, di nuovo. Due campionesse del rigore dei conti sono state proposte per le due cariche più importanti dell’Unione europea. Cambia il genere, ma rimane la stessa Europa. Non è detto sia una cattiva notizia, ma per il governo italiano che voleva ribaltare il tavolo degli eurocrati e «dare battaglia», dopo le elezioni si ritrova con due falchi dell’austerità. Per capirci la prossima presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula Von Der Leyen (si pronuncia Fonderlaion) durante la crisi del debito greco propose di usare come garanzia per gli aiuti ad Atene le riserve auree greche e gli asset strategici ellenici. Talmente estrema che l’allora ministro dell’Economia tedesco, il super rigorista Wolfgang Schauble prese le distanze. Per non parlare di Christine Lagarde alla Banca centrale europea che di quella troika ha fatto parte come presidente del Fondo Monetario internazionale. Nel 2013 disse: «Basta chiamarla austerità, meglio dire disciplina». Fu lei nel 2011 a proporre al governo Berlusconi gli aiuti della Troika. Il ministro dell'Economia di allora Giulio Tremonti rispose: «Conosco modi migliori di suicidarsi». Poteva andare peggio per il partito della spesa pubblica all’italiana. Poteva piovere.

Chiariamo subito: le due donne saranno pure il volto fresco, si fa per dire, della nuova Europa, ma sono i due nomi peggiori per chi vuole cambiare i vincoli di bilancio. E l’Italia, come sempre, si è data la mazza sui piedi, ottenendo una vittoria di Pirro all’amatriciana. Ha deciso di allearsi con il gruppo di Visegrad e seguirne la linea affossando l’olandese socialista Frans Timmermans forse l’unico politico senza il dogma del rigore di bilancio, tra tutti i nomi in ballo. E lo ha fatto in cambio di una vicepresidenza e forse, diciamo forse, un commissario alla concorrenza. Ricordatevelo quando si discuterà della nostra legge di bilancio in autunno e il governo chiederà nuova flessibilità. «A prescindere dai nomi, l'importante è che in Europa cambino le regole, a partire da immigrazione, taglio delle tasse e crescita economica. E su questa battaglia l'Italia sarà finalmente protagonista» twitta il leader della Lega Matteo Salvini. Ma come si fa a cambiare le regole del deficit con un falco dell’austerity che ha avuto da sempre posizioni rigoriste sui conti pubblici? E siamo così convinti che Lagarde interpreti il suo ruolo come Mario Draghi? Senza dimenticare, a proposito di immigrazione, che fu proprio la ministra della difesa tedesca ad accusare il governo italiano di aver sabotato la missione Sophia per proteggere i confini europei. Non si può prescindere dai nomi perché sono le donne e gli uomini ad attuare le regole. Ecco perché ci sono volute tre settimane per scegliere le cariche europee.

Rimane però la beffa: al posto di Weber, bocciato perché poco carismatico è stata scelta una ministra di secondo piano, con minor esperienza politica con ancor meno carisma

Fermi tutti: Ursula Von Der Leyen non è ancora presidente della Commissione europea. Il suo nome è stato proposto dal Consiglio europeo ma il Parlamento europeo deve ancora approvarlo. Sarà una formalità? Non proprio. Primo, di tutti e quattro i nomi scelti nessuno viene dall’est Europa. Secondo, i 28 leader hanno scelto deliberatamente di non dare neanche un seggio importante ai candidati che hanno rappresentato gli eurogruppi alle elezioni. E i Verdi, la vera sorpresa del 26 maggio, sono stati esclusi da tutte le nomine. Uno schiaffo al Parlamento europeo. Il socialista olandese Frans Timmermans e la liberale danese Margrethe Vestager sono stati risarciti con la vicepresidenza del Parlamento europeo. Manfred Weber non è neanche sicuro di diventare presidente del Parlamento europeo tra due anni e mezzo, quando a metà mandato si deciderà il nuovo capo dell’aula. E tanti saluti al metodo dello spitzenkandidaten. Siamo sicuri che l'Aula non dirà la sua? Il Consiglio europeo non ha scelto il nome del prossimo presidente del Parlamento europeo e non è un caso. I 28 leader non vogliono creare un’altra spaccatura. Rimane però la beffa: al posto di Weber, bocciato perché poco carismatico, è stata scelta una ministra di secondo piano, con minor esperienza politica e con ancor minor carisma. Senza contare che Von Der Leyen non è stata proprio la miglior ministra della difesa di sempre. Attualmente è sotto inchiesta del parlamento tedesco perché ha commesso errori nell'assegnare contratti a consulenti esterni per un valore di centinaia di milioni di euro. Secondo Europe Elects solo 330 sono i voti sicuri per confermare la nomina di Von Der Leyen, la maggioranza è di 376. E non è detto che si troveranno i voti mancanti.

Così fosse, però, ecco il nuovo straordinario governo del cambiamento europeo. La presidente della Commissione europea Von Der Leyen è una donna, nobile (a proposito di elites) e tra due anni avrebbe chiuso la sua esperienza politica sotto l’ombra ingombrante di Angela Merkel che non è mai riuscita a superare, rimanendo per anni la sua delfina. L’Alto rappresentante è lo spagnolo Josep Borrell, anonimo ex presidente del Parlamento europeo che avrà qualche difficoltà a passare il voto dell’Aula per la sua posizione intransigente sui diritti degli indipendentisti catalani. La presidente della Bce Lagarde è il perfetto capro espiatorio per la retorica populista visto il suo operato in Grecia e l’atteggiamento che definire elitario è un eufemismo. E il presidente del Consiglio europeo è Charles Michel, un premier che non governa tecnicamente da mesi perché il suo è un esecutivo uscente. In bocca al lupo, alle prossime elezioni europee.

Un vincitore però c'è, nonostante tutto. E si chiama Emmanuel Macron. Dal primo giorno ha tenuto in mano il negoziato. Prima ha fatto terra bruciata attorno al favorito Weber, poi ha concluso un accordo blindato con i leader di Germania, Spagna e Paesi Bassi che avrebbe accontentato tutti, tranne Visegrad. Dopo la rivolta dei leader Ppe contro Merkel, rea di aver forzato la mano, ha trovato il nome perfetto nella notte. Sì, perché Ursula Von Der Leyen l’ha tirato fuori lui dal cilindro. L’ha conosciuta solo due settimane fa per la firma di un accordo tra Francia, Spagna e Germania, un trilaterale per progettare insieme un jet da combattimento di nuova generazione. Merkel non poteva dire di no alla sua delfina, l’unica ministra da sempre presente nei suoi 14 anni di governo. E soprattutto Macron ha piazzato un francese alla Banca centrale europea per un francese. In una mossa ha ottenuto due risultati: eliminare dalla corsa il presidente della Bundesbank Jens Weidmann e ha costretto la Germania a non cercare più capri espiatori. La politica europea sarà per la prima volta nelle mani di una tedesca. Non è un caso se la Germania si è astenuta al voto del Consiglio europeo. Merkel ha scelto di non spaccare la coalizione, perché Ursula non piace al partito socialdemocratico tedesco. E ora rischia di cadere. Ora non si può più dare la colpa agli altri dei fallimenti dell’integrazione europea. O meglio: a farlo, rimarrà solo l’Italia.

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