A morte lo streaming
16 Luglio Lug 2019 0600 16 luglio 2019

Spotify sta ammazzando la musica. Care radio, è arrivato il momento di boicottarlo

Lo streaming musicale è esploso negli ultimi anni, ma non fa altro che generare musica scadente, oltre che artisti destinati a tramontare in fretta. Per questo le radio dovrebbero fare cartello contro Spotify e simili, per il bene nostro e di tutta la discografia

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Photo by Fimpli on Unsplash

A un certo punto, nella storia dell'umanità, c'è sempre qualcuno che, consapevolmente o meno, eroicamente o meno, prende una decisione o più semplicemente si fa venire un'idea che interrompa una situazione in apparenza irrisolvibile. Un eroe, in alcuni casi, un genio, in altri, uno che passa e che risolve un problema, comunque.

Facciamo un esempio facilmente comprensibile a tutti, anche a quelli che non hanno superato la prova Invalsi con risultati passabili. Prendiamo questa faccenda che se scopi può capitare che la donna resti incinta. Immagino che, quando l'uomo, inteso come essere umano, quindi uomo e donna, è apparso sulla terra la faccenda della procreazione fosse più che altro istintiva. Non eravamo già Homo Sapiens Sapiens, quindi ci si muoveva a spanne, su questo come su altri fronti. E il fatto che ci fossero tante gravidanze, credo, fosse anche un modo per mandare avanti il genere umano, altrimenti destinato a prematura estinzione, vista la bassa età media o l'alto tasso di mortalità, a seconda di come la si voglia guardare.

Poi, man mano che l'uomo, inteso sempre come essere umano, si è evoluto, ci sarà stato qualcuno che avrà pensato che quella faccenda del rimanere incinta, che ancora suppongo non si chiamava così, rimanere incinta, fosse legato allo scopare, e più nello specifico al fatto che l'uomo venisse dentro la donna. Magari sarà successo contemporaneamente a più persone, di intuire questa cosa. Anche oggi succede che più persone abbiano la stessa idea, magari anche nel campo della creatività, e per evitare spiacevoli questioni di plagi e diritti d'autore si tende a dire che certe idee sono nell'aria. Ecco, a un certo punto deve essere stato nell'aria questo fatto che il rimanere incinta era diretta conseguenza dello scopare. Qualcuno ha fatto due più due e ci è arrivato. Col tempo qualcuno avrà anche pensato che magari rimanere incinta con troppa frequenza non era il massimo dalla vita, e avrà iniziato a ragionare, sempre che così si possa dire, su come impedire che a ogni scopata o giù di lì coincidesse una gravidanza.

Ma le rivoluzioni passano spesso da intuizioni bislacche, estrose, volendo anche folli

Ora, senza entrare nello specifico, questo non è un articolo che parla né di gravidanze né di scopate, ci sarà stato un giorno in cui qualcuno avrà pensato di creare un primo caso di prifilattico. Pensateci voi, così, a freddo. In un'epoca passata, lontanissima, ci sarà stato qualcuno che avrà pensato a un profilattico, a un profilattico rudimentale, fatto con un budello di animale da avvolgere intorno al cazzo. Pensateci, non è mica una cosa così naturale, infatti un sacco di gente continua a vederla così, per altro. E pensate anche alla donna di quel tipo, che si vede davanti il proprio uomo con un budello di capra avvoltolato intorno al cazzo, lì a dirle, non ti preoccupare, con questo non rimani incinta. C'è da rimanere perplessi, converrete con me. Ma le rivoluzioni passano spesso da intuizioni bislacche, estrose, volendo anche folli, che però hanno lo scopo di interrompere una situazione che ci sembra incresciosa, innaturale, e forse in questo caso l'esempio del profilattico non è calzantissimo, insomma, strana.

Veniamo quindi a noi. Viviamo in un'epoca davvero incredibile. Parlo in generale, ovvio, ma io scrivo di musica e al mondo della musica sto pensando, in questo preciso momento. La filiera musicale continua a chiamarsi discografia nonostante di dischi non se ne facciano più da molto tempo, se non per vezzo. Quello che oggi sembra dominare il mercato, lo streaming, impalpabile più dell'impalpabile, solo due anni fa non se lo filava nessuno. E iTunes, che per anni è stato il futuro della discografia, a ottobre verrà chiuso per sempre, bye bye download. Pensate a Emule o Torrent, indicati da molti come la vera causa dell'inizio della fine, sono oggi nomi vintage, né più né meno che nomi come Long Playing o Coitus Interruptus. Tutto è confuso, fluido, vaporizzato. Ogni due giorni arriva una megapopstar che fino al giorno prima nessuno aveva sentito nominare, e che, con buone probabilità, dopodomani tornerà a non essere inculato da nessuno.

C'è chi parla di Nouvelle Vague della musica italiana, certo, indicando nell'indie, o ItPop che dir si voglia, e nella Trap i due generi destinati al rinnovamento e alla rinascita, ma è davvero tutto da dimostrare, perché l'indie funziona bene dal vivo, ma meno sullo streaming, e la trap è fortissima sullo streaming e molto meno dal vivo. Insomma, salvo rarissime eccezioni sembra più qualcosa di cui parlare che un fatto concreto. Mentre è certo, solido, concretissimo il fatto che ci sono almeno due generazioni di artisti destinati alla morte, all'estinzione. Questo ci dicono le classifiche, sempre che le classifiche contino qualcosa, e questo ci dice più in generale il mercato, anche quello dei live.

Tutti quelli nati oltre quarant'anni fa sembrano ormai morti

Tutti quelli nati oltre quarant'anni fa sembrano ormai morti. Certo, qualcuno prova a sopravvivere, penso a un Luca Carboni, padre putativo di tutti gli indie italiani, che si industria per collaborare con i suoi figli putativi, ci prova, si dimena, o penso a quei due, tre Big che reggono almeno dal vivo, da Vasco a Jovanotti, ma per il resto sembra che si sia tirata una riga e, anagrafe alla mano, tutti gli adulti, per non dire gli anziani, sono stati dichiarati morti. Per contro in classifica arrivano puntualmente degli stocazzetti che fanno capolino in alto e scompaiono la settimana dopo, a dimostrazione che lo streaming è una stronzata, e che chi gestisce le classifiche dovrebbe tornare a occuparsi di quel che si occupava prima di essere messo lì, sicuramente non per meriti.

Sembra, a ragione visto che è lo streaming a dominare il mercato, seppur non riuscendo a dar da mangiare agli artisti, che sia Spotify e simili a dettare le regole. Finisci in una delle loro Playlist, il 33% degli ascolti passa di lì e le Playlist se le gestiscono internamente, certo con interventi netti da parte della major, Universal e Sony su tutte, votate anima e corpo a questo, e hai successo. Non ci finisci e sei morto. Si veda la lamentela depressa di un Tiziano Ferro, naufragato col suo ultimo singolo prodotto da Timbaland. Poco conta, sembrerebbe, che lo stesso brano, scomparso dalla parte alta dei singoli già alla seconda settimana, sia in Top10 della classifica radiofonica, del resto la FIMI non ha mai preso in considerazione anche gli ascolti radiofonici per la propria classifica, vai a capire perché. Nel senso, è vero che le radio decidono autonomamente le proprie playlist, ma anche Spotify fa lo stesso, e se è vero che le radio non generano economie direttamente, non facendo quindi mercato, lo stesso si dovrebbe dire anche di Spotify, intendendo con Spotify le aziende tutte che lavorano con lo streaming, non solo il colosso svedese. Per altro, ennesima anomalia nelle anomalie, nessuno degli addetti ai lavori, salvo rari casi di chi lavora nelle major, e quindi in qualche modo è strettamente connesso con queste aziende, ha modo di interfacciarsi con loro. Ve lo dice chi recentemente ci ha provato, incappando in una burocrazia che in confronto quella dei nostri Comuni è acqua e zucchero, levati.

Comunque viviamo in questo paradosso. Ogni scopata un figlio. E a questo punto sarebbe il caso che qualcuno alzasse il ditino e provasse a dirlo, guardate che rimanete incinta perché il tipo ha eiaculato dentro di voi. Nell'attesa che qualcuno pensi a un budello di capra con cui avvolgere il cazzo. Ecco, per dire, a me una soluzione rudimentale, tipo budello di capra, in realtà è venuta. E non è neanche paragonabile al budello di capra, più qualcosa a metà strada dal “tranquilla che esco prima di venire” e il “ti vengo in bocca”, perché il budello di capra è già qualcosa di più evoluto.

Tutti, anche quelli che su Spotify non ci finiranno mai, provano a fare singoli demmerda, abbassando la qualità musicale

Cioè, oggi Spotify e simili dominano. Al punto che tutti vanno loro dietro. Le case discografiche hanno abbandonato l'idea di fare album, e stanno sfornando singoli come non ci fosse un domani, perché sono i singoli che finiscono sulle Playlist. Di più, le case discografiche sfornano singoli demmerda, perché quelli sono i singoli che meglio girano su Spotify, andando quindi a inseguire ragazzini e ragazzine, ma soprattutto ragazzini che si siano fatti già un nome in rete, e che manco l'hanno capito bene che dalla musica si dovrebbe sempre poter guadagnare. Di conseguenza tutti, anche quelli che su Spotify non ci finiranno mai, provano a fare singoli demmerda, abbassando la qualità musicale, comprimendo i suoni, inseguendo mode effimere, nella speranza che magari qualcuno a Spotify si muova a pietà. Il resto sta fermo attonito a guardare, timoroso di far passi falsi, ma forse anche inconsapevole che a stare fermi quando arriva uno tsunami, in genere, si finisce annegati, come certi famosi cavalli che affogano da famosi buchi di culo.

Spotify è al posto di comando, laddove solo un paio di anni fa sembravano essere ancor ai talent, e almeno una quindicina di anni fa i discografici, razza estinta come i Dodo, razza che chi scrive sta provando a raccontare esattamente come Durrell ha fatto col famoso uccello mauriziano. Le radio, che in tutti questi anni ci sono comunque state, prima in un ruolo di rilievo, coi direttori artistici ritrovatisi a lungo a dettare le agende ai discografici, sempre nel ruolo dei coglioni, ahiloro, al momento sembrano arrivate al momento del declino. Perdono numeri, ma soprattutto sembra in prossimità di un netto calo delle inserzioni pubblicitarie, il che dimostra quanto chi è a capo di Mediaset, che da poco ha scommesso pesantemente sul settore, non capisca un cazzo.

Il problema delle radio è molteplice, perché se da una parte è evidente che i giovani, i giovanissimi non ascoltano la radio, così come non guardano la tv, preferendo di gran lunga smartphone e tablet per l'ascolto della musica e per le serie, dall'altro è pur vero che le mosse fatte fin qui per provare a stare al passo coi tempi dimostrano una certa miopia. È come, parafraso, quei signori che superati la mezza età cominciano a tingersi i capelli, andare in palestra e vestirsi da bimbiminki nella speranza, recondita, di rimorchiare qualche ragazza. Lo sanno tutti, in assenza di potere o soldi non c'è tintura per capelli, palestra o negozio di vestiti da bimbiminkia che tenga (so che sto facendo un esempio sessista, ma avendo optato per paragoni grevi il sessismo non può che essere parte della partita). Perché cosa hanno fatto le radio quando hanno visto l'emorragia di ascolti, e di conseguenza la parziale fuga degli sponsor, hanno inseguito lo streaming, andando a passare per radio quegli artisti che su Spotify funzionavano. Fregandosene di quella che fino a quel momento era stata la loro linea editoriale, ma inseguendo proprio palesemente artisti che altrove funzionavano. Col risultato di non aver preso un ascoltatore in più di quelli che avevano prima, perché se uno si ascolta la musica che sceglie su Spotify, perché mai dovrebbe smettere per sentirsela in radio?, e di aver in qualche modo deluso il pubblico un po' più grande d'età che quella musica, legittimamente, la schifa. Cornuti e mazziati, si dice in questi casi. E con gli ascolti sempre più in calo e gli inserzionisti che guardano al mondo dello streaming con sempre maggiore attenzione.

Fate cartello, Suraci, Volanti, Montefusco, Salvaderi e Linus. Seppellite le asce di guerra che in passato avete brandito gli uni contro gli altri e fate cartello contro le aziende che fanno streaming

Allora, di fronte a questo scenario mi sembra evidente che la sola soluzione possibile sia quella di cambiare nettamente rotta. Esattamente come andrebbe fatto con le classifiche, se solo non avessimo Tavecchio alla guida.

Come?

Semplice, basta passare Trap e musichette indie nei network radiofonici. Il vostro pubblico, cari Suraci, Volanti, Montefusco, Salvaderi e, dai, anche Linus, non è quello che usa Spotify tutto il giorno. Abbandonate quella musica e concentratevi sulla tanta musica di qualità che su Spotify non passa, non certo per demerito, ma semplicemente perché non viene neanche intercettata da quel mondo fatto di algoritmi freddi e asettici.

Fate cartello, Suraci, Volanti, Montefusco, Salvaderi e Linus. Seppellite le asce di guerra che in passato avete brandito gli uni contro gli altri e fate cartello contro le aziende che fanno streaming. O loro o voi.

Avete dalla vostra il pubblico che ancora vi segue, spesso fidandosi ciecamente delle vostre selezioni, e avete anche tutti quei tanti artisti che sanno di poter ormai contare solo su di voi. Non solo artisti al momento apparentemente appannati, e tra questi ci metto anche gente che fino a ieri sembrava rinata, penso a Nek, o a Renga, ma pure tutti quei nomi che costano troppo a una discografia che guarda solo all'effimero mondo dello streaming, da Zucchero in giù.

Fate cartello e fate cartello con quei nomi, grandi, medi e piccoli. Radio e artisti vs Spotify. E fanculo a tutti, a partire dalla FIMI e dal Tavecchio che la guida che di concerto con le major ha avallato tutto ciò.

Magari non salverete le radio e la musica, così come un budello di capra non ha salvato l'umanità dall'eccessivo incremento demografico, ma almeno non sarà finita che mentre cercavate di inventarvi un anticoncezionale è arrivato Spotify e ve lo ha messo nel culo.

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