L'innovazione è donna
18 Luglio Lug 2019 0600 18 luglio 2019

Grazie, robot: ecco perché il futuro del lavoro è delle donne (e ci guadagneremo tutti)

Transizione tecnologica e automazione offrono innumerevoli opportunità di benessere. Ma è fondamentale che le donne siano le prime ad essere protagoniste della transizione: in ballo ci sono 160 milioni di posti di lavoro (oltre che la parità di genere)

Donna Robot_Linkiesta
Photo by Andy Kelly on Unsplash

Donne ingegnere robotiche, donne programmatrici, donne a capo di aziende informatiche: sembra ancora un sogno, eppure è questo ciò a cui la rivoluzione digitale chiama. A fronte di una realtà dove le donne sono ancora molto svantaggiate in termini professionali nei confronti degli uomini, infatti, bisogna prendere atto del fatto che il mondo del lavoro sta attraversando (e sempre più attraverserà) una fase di profonda trasformazione. E che questa trasformazione potrebbe portare vantaggi infiniti, non solo alle donne (raggiungendo, finalmente, la parità di genere) ma anche in termini di ricchezza e benessere mondiali. A patto, però di saperla sfruttare a dovere.

Ad analizzare in che modo la transizione digitale influenzerà il mondo del lavoro al femminile sotto l’influenza delle nuove tecnologie e l’avanzare dell’automazione è stato il McKinsey Global Institute con il rapporto "The future of women at work". Sveliamo subito le conclusioni: malgrado sia impossibile prevedere con precisione assoluta come il mondo del lavoro evolverà di qui al 2030, quel che è certo è che per le donne l’evoluzione delle professioni e la nascita di nuovi posti di lavoro in chiave tech costituiscono una grande opportunità di sviluppo personale, professionale e sociale. Mobilità, lavoro flessibile, funzioni complesse e in cui l’aspetto umano sarà preponderante, infatti, offriranno sempre più alle persone una nuova prospettiva sul mondo delle professioni, e in particolare alle donne una occasione concreta di emanciparsi e di vedere crescere il proprio ruolo sociale. Anche in termini economici: stipendi più alti e più tempo a disposizione da dedicare ad altre attività, senza doversi ridurre al giogo della scelta tra lavoro e famiglia, e avendo a disposizione maggiori opportunità di sviluppo personale.

Però, c’è un grande però. Condizione imprescindibile, infatti, è che la politica (a livello mondiale) metta in campo gli strumenti giusti per consentire alle donne di avere le stesse opportunità degli uomini. Non solo in termini di accesso alla tecnologia, ma anche di opportunità di studio e attraverso misure di sostegno alla famiglia: solo così le lavoratrici avranno occasioni concrete di emergere attraverso il lavoro. Altrimenti, la transizione digitale potrebbe diventare motivo di ulteriore accentuazione degli squilibri di genere, lasciando i lavori altamente specializzati e tecnici tutti in mano agli uomini e isolando ancora di più le donne in una condizione di svantaggio permanente.

Secondo quanto riportato da McKinsey, se ci fosse un'effettiva parità di genere, entro il 2025 il Pil mondiale aumenterebbe di 12 triliardi di dollari

Secondo quanto riportato da McKinsey, se ci fosse un'effettiva parità di genere, entro il 2025 il Pil mondiale aumenterebbe di 12 triliardi di dollari. Un’enormità, che dà conto dell’enorme potenziale inespresso e altamente sottoutilizzato delle donne. Basti pensare che, ad oggi, le donne impiegano ogni anno 1,1 triliardi di ore in lavoro non retribuito; un numero imbarazzante, soprattutto se paragonato agli uomini, che ne impiegano meno di 400 miliardi. Con la rivoluzione digitale, tra i 40 e i 160 milioni di donne entro il 2030 si ritroveranno a cambiare lavoro o a dover aggiornare le proprie competenze all’interno della propria posizione: un numero che, pur dando conto di realtà molto diverse tra paese e paese (in particolari tra quelli occidentali e quelli in via di sviluppo), comunque rappresenta una sfida a livello globale nei termini dell'integrazione femminile nell’economia del lavoro.

Ciò detto, sebbene i lavori del futuro siano concentrati al 60% in settori oggi dominati dagli uomini, dalla programmazione alla sicurezza informatica, dalla robotica all’intelligenza artificiale, le donne avrebbero le capacità e le competenze per inserirsi a pieno titolo in questi contesti (tant’è vero che le nuove tecnologie nei prossimi anni offriranno un buon 20% di posizioni lavorative in più per le donne, un punto in più rispetto al 19% maschile), ed anche un minor rischio di perdere il proprio posto di lavoro rispetto ai lavoratori uomini. Questo perché, almeno nei paesi industrializzati, la maggior parte di loro lavora già nel settore dei servizi (oltre il 70% delle impiegate in ufficio è donna e solo il 15% lavora nel settore industriale o meccanico), che di per sé è meno soggetto all’eliminazione di posti di lavoro rispetto a quello manifatturiero (invece prevalentemente maschile). Nel terziario, la tecnologia integrerà i processi lavorativi, sottraendo alle persone alcune delle funzioni più tediose e ripetitive (come ad esempio l’inserimento di dati), e consentendo invece di concentrarsi su operazioni più creative e dove il fattore umano è preponderante. Naturalmente, l’aumento della complessità delle mansioni richiederà anche livelli di studio sempre più alti, con effetti positivi anche sulle retribuzioni.

In un mondo ideale, le donne potrebbero sfruttare a pieno queste possibilità, avvalendosi della rivoluzione digitale come un reale trampolino di lancio per il proprio successo lavorativo e sociale. La realtà attuale, però, è che la transizione rimane più difficile per le donne rispetto agli uomini, non solo per ragioni di tempo (la formazione e l’aggiornamento di competenze ne richiedono tanto), ma anche in termini di accesso e per livello di istruzione. Oltre che per effetto di barriere culturali non indifferenti. Ad oggi, infatti, meno del 20% dei lavoratori in ambito tech è donna, gli uomini nel mondo hanno il 33% di opportunità in più di accedere ad internet rispetto alle donne, e appena il 35% degli studenti di materie Stem nel mondo è femmina. La risposta a tutto questo, ancora una volta, è una sola: se non si attueranno politiche adeguate a sostegno dell’istruzione e dell’impiego femminile e verso la parità di genere, il gap nei prossimi anni rischia di allargarsi in misura ancora maggiore.

Ad oggi solo il 14% dei professionisti dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico è donna

Ma di quali lavori stiamo parlando? Secondo McKinsey, il settore della sostenibilità in ambito aziendale sarà sicuramente uno dei più proficui (si prevede che il mercato raggiungerà un valore di 1,6 triliardi di dollari nel 2020, rispetto ai 670 miliardi del 2010). Anche tra gli ingegneri del machine learning le opportunità sono in sensibile aumento: tra il 2012 e il 2017 il numero di ingegneri specializzati su questo tema è decuplicato, e la è domanda cresciuta del 344% solo tra il 2015 e il 2018. Eppure, ad oggi solo il 14% dei professionisti dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico è donna. Parliamo di 160 milioni di lavori completamente nuovi entro il 2030: le donne potrebbero beneficiare grandemente di queste nuove opportunità lavorative, ma, se non si dovessero attuare misure di parità adatte, solo una parte minoritaria potrebbe essere occupata in prevalenza da donne. Per quanto le riguarda, in particolare le professioni in ambito sanitario, di assistenza clienti e servizi personali andrebbero per la maggiore, mentre le posizioni ingegneristiche, legate all’informatica, alle scienze ambientali e alle costruzioni rimarrebbero appannaggio maschile.

Superare queste limitazioni è possibile, ma McKinsey mette in guardia: le donne potranno occupare nuovi posti di lavoro soltanto se avranno acquisito le competenze, la mobilità e la flessibilità che consentano loro di competere effettivamente con gli uomini. E questo vale anche per i ruoli apicali: secondo le stime di McKinsey, solo in Francia, a fronte di un 40% in più di posti di lavoro disponibili per gli uomini in posizioni manageriali e come alti funzionari, per le donne questo aumento si limiterà appena al 18%. Rompere il cosiddetto “soffitto di vetro” che impedisce alle donne di avere concretamente le stesse opportunità degli uomini è soprattutto una sfida culturale, ma è anche per questo che serve mettere in atto misure operative e molto concrete per consentire che le donne riescano ad avere successo. A partire dai programmi educativi, che per primi consentono di muoversi con più consapevolezza e di cogliere le migliori opportunità. L’alternativa è che quelle 40-160 milioni di donne escano dalla forza lavoro piuttosto che spostarsi verso nuovi lavori. E a quel punto avremo tutti da perderci.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook