Aspiranti camici bianchi
28 Agosto Ago 2019 0600 28 agosto 2019

2000 euro per un corso: il grosso grasso business del test di ammissione a Medicina

Non solo le scuole private organizzano corsi di preparazione al test di ammissione da 2mila euro. Anche gli atenei pubblici arrivano a chiedere fino a 900 euro. E le tasse di iscrizione al test variano da 20 a 100 euro, anche nella stessa città

Medico Linkiesta
(Pixabay)

L’appuntamento annuale per il grande giorno del test di ammissione a medicina del 2019 è fissato per il 3 settembre. Quest’anno i posti nelle università italiane sono 11.568 (il 18% in più dell’anno scorso), e gli iscritti hanno raggiunto quota 68.694. A conti fatti, entrerà circa uno su sette. Il countdown ormai è iniziato, ma chi ha fatto domanda ha cominciato a prepararsi già da mesi. Spendendo non poco, tra libri, simulazioni, e soprattutto corsi di preparazione. Che nelle scuole private arrivano a costare anche 1.500-2.000, ma che anche nelle università pubbliche non sempre sono gratuiti. Anzi, ci sono atenei, come l’Università del Piemonte Orientale, dove per il corso di preparazione al test di ammissione a medicina si richiede una quota di 900 euro. E così, «chi può, si prepara bene, aumentando la probabilità di superare il test. Chi non può, non lo fa», dice Daniele Grassucci, direttore del portale Skuola.net, punto di riferimento degli studenti italiani. E il rischio è che le graduatorie, alla fine, dipendano anche dal reddito dei genitori.

Ad aprile, l’ormai ex ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha modificato per decreto la composizione delle prove di accesso a medicina e odontoiatria, riducendo la percentuale delle domande di logica e aumentando quelli di cultura generale. I quesiti di cultura generale sono passati da due a 12, quelli di logica da 20 a dieci. «Una buona notizia, perché la logica era preponderante su fisica, biologia, chimica, nonostante non si studiasse nei cinque anni di scuola», spiega Grassucci. E in occasione della firma del decreto, il ministro stesso dichiarò di aver chiesto alle università di organizzare corsi di preparazione alle prove, da tenersi nei mesi estivi, annunciando che il Miur avrebbe destinato dei finanziamenti ad hoc per l’organizzazione. Di questi finanziamenti, se siano o meno arrivati e soprattutto a quanto ammontino, però, nessuno sa nulla. Né al Miur, né nelle università.

E mentre i colossi dei test di ammissione universitari, da Alphatest a Testbusters, hanno visto triplicare i ricavi tra manuali (acquistabili anche con il bonus cultura) e corsi di preparazione che sfiorano i 2mila euro, anche molte università pubbliche si sono attrezzate accogliendo il suggerimento del ministro. Tra le 40 circa che offrono un corso di laurea in medicina e chirurgia, molte, da Parma a Milano, hanno organizzato corsi di preparazione gratuiti, ma tante altre richiedono una quota di iscrizione. E se La Sapienza di Roma si ferma a un prezzo di 50 euro, ci sono i casi limite dell’Università di Siena che richiede 400 euro per un corso di 79 ore, e quella del Piemonte Orientale che ha una quota di iscrizione di 900 euro per 76 ore. Se tutti i 658 iscritti al test dell’ateneo piemontese dovessero seguire il corso, il ricavo sarebbe di quasi 600mila euro. Nella stessa ipotesi, a Siena si superano i 260mila euro di introiti.

Se La Sapienza di Roma si ferma a un prezzo di 50 euro, ci sono i casi limite dell’Università di Siena che richiede 400 euro, e quella del Piemonte Orientale che ha una quota di iscrizione di 900 euro

«Il test richiede una preparazione specifica sia per la forma a risposta multipla sia per le materie che non vengono studiate da tutti», commenta Grassucci. «Se anche il ministro ammette che una preparazione supplementare è necessaria, questo significa che serve un cambio radicale del paradigma di selezione. Altrimenti, chi può spendere di più fa i corsi di preparazione o si affida alle ripetizioni private ed è facilitato rispetto a chi non può permetterselo». Se poi a questo si aggiunge che molti finiscono per studiare medicina fuori dalla propria regione e che per fare i test devono affrontare costi di viaggio, vitto e alloggio, il risultato è che non tutti quelli che sognano di indossare il camice bianco hanno le stesse possibilità di partenza. Con ragazzi che finiscono per perdere molti anni, provando il test anche tre o quattro volte.

Senza dimenticare la tassa di iscrizione al test. Gli atenei, di per sé, oltre a mettere a disposizione le aule dove fare il test e garantire il buon funzionamento della prova, non devono far altro. Il test è nazionale, preparato e corretto dal Miur. Eppure, in nome dell’autonomia, la tassa di iscrizione può variare dai 20 ai 100 euro. Cinque volte di più. Anche tra atenei della stessa città, come accade a Milano e Napoli.

Infine, c’è tutto il capitolo dei ricorsi degli esclusi una volta pubblicate le graduatorie. Chi può, si rivolge a uno dei grandi o piccoli studi legali specializzati nei maxi ricorsi sui test, paga la parcella e spera che un cavillo possa riammetterlo. A inizio agosto, il Consiglio di Stato ha ribaltato una decisione del Tar del Lazio, ammettendo al corso di laurea in medicina 100 esclusi tra Napoli e Caserta.

«Il numero chiuso ha un senso perché permette di garantire un percorso di qualità ai ragazzi, ma un sistema di selezione fatto così dà maggiori possibilità di fare il medico solo a chi a può spendere di più, senza misurare nemmeno le attitudini psicologiche per un lavoro di questo tipo», dice Grassucci. «Occorre adottare un modello alla francese, con un anno di prova alla fine del quale sono i migliori vanno avanti. Dopo un anno, se non sei stato in grado sei fuori, non puoi ripetere il test e vieni orientato verso altri percorsi di studio».

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