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9 Ottobre Ott 2019 0601 09 ottobre 2019

Russiagate italiano, citofonare Unità 29155 del Cremlino

Conte riferirà al Copasir sulla strana vicenda degli incontri tra la nostra intelligence e gli uomini di Trump, ma forse il mistero è nell’ufficio affari riservati con cui Putin diffonde il caos in Occidente

Putin_Linkiesta
Alexey NIKOLSKY / SPUTNIK / AFP

Unità 29155. C’è anche il nome, adesso, grazie al New York Times. È la divisione dei servizi segreti russi che da dieci anni coordina la campagna globale del Cremlino per destabilizzare l’Occidente. Si sapeva perfettamente che Vladimir Putin fosse l’agente-in-capo del caos globale, lo abbiamo scritto per deduzione mettendo in fila i pezzi e raccontando i risultati delle inchieste americane, a cominciare da quelle dell’Fbi e del Procuratore speciale Robert Mueller, ma fino a ieri le intelligence occidentali credevano che le campagna di destabilizzazione della Moldova, il golpe sventato in Montenegro, gli omicidi o i tentativi di omicidio col polonio a Londra e in Bulgaria, gli attacchi all’Ucraina e ai paesi baltici e, poi, i finanziamenti ai partiti estremisti europei, l’operazione Trump alla Casa Bianca e tutto il resto fossero certamente firmate dalla Russia, ma anche episodi isolati e non coordinati.

Ora, racconta il Times, i servizi occidentali sono arrivati alla conclusione che queste operazioni fanno parte di una campagna, attenzione: ancora in corso, progettata da Putin per destabilizzare l’Europa ed eseguita da un’unità d’élite, l’Unità 29155, dei servizi segreti russi con capacità comprovate di sovversione, di sabotaggio e di assassinio, parte integrante della guerriglia ibrida di Mosca contro l’occidente, fatta anche di propaganda di Stato, di attacchi hacker e della vecchia cara disinformazione a colpi di fake news. Non è che siano campioni d’efficacia, questi dell’unità d’èlite, ma l’attacco al mondo libero c’è, e continua.

Bene, se è questo il vero Russiagate allora su questo bisogna indagare, a cominciare dai rapporti tra la Lega e Mosca, non solo per la vicenda Savoini e Metropol, ma anche per l’accordo politico firmato dalla Lega col partito se non unico diciamo raro di Putin, con conseguenti selfie nella Piazza rossa di Mosca, senza dimenticare che nello scandalo Cambridge Analytica, ovvero l’imbroglio globale che mette insieme russi e Trump, Brexit e violazioni dei diritti digitali, c’è anche un non meglio precisato partito italiano che negli ultimi anni aveva perso vigore e che improvvisamente è tornato protagonista della vita politica, cui la società di web marketing inglese vicina ai russi e all’alt right mondiale ha fornito i suoi formidabili servizi illegali.

E visto che ci siamo sarebbe interessante anche conoscere qualche dettaglio sui rapporti politici del movimento cinque stelle con gli apparati putiniani

E visto che ci siamo sarebbe interessante anche conoscere qualche dettaglio sui rapporti politici del movimento cinque stelle con gli apparati putiniani, abbracciati idealmente dal programma delle elezioni del 2018 e poi fatti sparire di notte, con tanti saluti al voto su Rousseau, poco prima della firma del contratto di governo.

Oggi i giornali raccontano che il premier Giuseppe Conte avrebbe mandato i vertici dei servizi a rispondere alle sollecitazioni degli americani su un’improbabile origine italiana di un complotto delle sinistre mondiali per destabilizzare Trump. Conte, hanno spiegato fonti vicine al premier, voleva soltanto capire se i governi che lo hanno preceduto, quello Gentiloni e quello Renzi, avessero davvero tramato con Barack Obama attraverso il misterioso professor Mifsud della Link University.

La ricostruzione trumpiana fa acqua da tutte le parti, come abbiamo spiegato nei giorni scorsi, ed è una bufala mediatica per confondere le acque in vista dell’impeachment a Washington, ma al Presidente del Consiglio che si prepara a rispondere formalmente al Copasir, dove Salvini sta provando in tutti i modi a piazzare un suo presidente (ma che bella idea), viene da chiedere per quale motivo, avendo avuto sentore di manovre sospette intorno alla Link University, non si sia fermato un attimo per dire al suo capo politico, Luigi Di Maio, che forse non era il caso di usare l’ateneo romano come serbatoio di cervelli del movimento e del governo che poi è andato a presiedere.

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