Stiamo scherzando, eh!
12 Ottobre Ott 2019 0601 12 ottobre 2019

Scusate, ma a questo punto non è meglio fare Di Maio segretario del Pd?

Dalle riforme istituzionali alla finanziaria, dalla giustizia all’immigrazione, i Cinque Stelle chiedono il consenso alle loro politiche, i Democratici agli accordi elettorali. Tanto vale trarne le conseguenze

Luigi Di Maio_Linkiesta
Andreas SOLARO / AFP

A leggere cronache, analisi e retroscena delle trattative interne alla maggioranza di governo – che si tratti di manovra economica o riforma della giustizia, taglio dei parlamentari o gestione dei flussi migratori – la scena è sempre la stessa. Da un lato ci sono i Cinque Stelle che chiedono (e ottengono) la conferma del reddito di cittadinanza e di quota 100, e poi il taglio dei parlamentari, e poi la riforma della prescrizione; dall’altro lato c’è il Pd che – in cambio – chiede di non mettere a rischio l’alleanza di governo e di trovare un accordo elettorale in Umbria, e poi in Emilia, e poi in Calabria...

È andata così per la finanziaria, raccontata da tutti i giornali come uno scontro che ha visto Luigi Di Maio chiedere, insieme con Matteo Renzi, di non toccare l’Iva, e Nicola Zingaretti chiedere di non litigare. Ed è andata allo stesso modo, a leggere il retroscena del Corriere della sera, la cena tra Di Maio e Zingaretti all’indomani del voto sul taglio dei parlamentari, con il primo a pretendere il sì dei democratici pure sulla riforma della giustizia del ministro Bonafede, e con il secondo a chiedere l’accordo elettorale in Umbria e Calabria. La scena è sempre la stessa: dunque non si tratta di un’eccezione, ma della regola.

Per una volta, Di Maio dice la pura verità. Sono tutti d’accordo. Infatti non c’è una sola delle questioni al centro dell’iniziativa di governo su cui il Pd abbia preso una posizione autonoma

Il risultato, quanto mai paradossale, è che le dichiarazioni di Luigi Di Maio sono ormai pienamente rappresentative dell’attuale linea del Pd. Basta leggere la sua intervista di ieri a Repubblica. Persino sul vincolo di mandato, all’intervistatrice che gli domanda cosa lo spinga a credere che il Pd possa aprire a una simile ipotesi, in contrasto con fondamentali principi costituzionali, Di Maio può rispondere serenamente: «Sulle multe in Umbria per chi cambia partito ci hanno seguito». E così su tutto il resto. Decreti sicurezza: «Saranno cambiati seguendo le indicazioni del Quirinale, ma l’impianto è giusto... Certo se ci sono Ong che violano il codice scritto da Minniti, vanno fermate». Ius culturae: «Il Parlamento è sovrano, ma una maggioranza su questo tema non c’è. Nei Cinque Stelle ci sono posizioni diverse e lo stesso vale per il Pd». Manovra: «Sull’Iva sono d’accordo il governo e tutte le forze parlamentari. Non aumenterà».

Per una volta, Di Maio dice la pura verità. Sono tutti d’accordo. Infatti non c’è una sola delle questioni al centro dell’iniziativa di governo su cui il Pd abbia preso una posizione autonoma. Trattandosi non di chiacchiere, ma delle scelte fondamentali su economia, giustizia, sicurezza e riforme istituzionali, a questo punto, le cose sono due: o il Pd dimostra di avercele, delle posizioni autonome, oppure tanto vale eleggere Di Maio segretario del Pd.
Dal momento in cui Di Maio è già oggi l’unico a fare politica, e di conseguenza anche a decidere la linea dei democratici, non si capisce a cosa dovrebbe servire un altro segretario del Pd.

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