terre di confine
14 Ottobre Ott 2019 0600 14 ottobre 2019

No, l’Alto Adige non scomparirà davvero. Storia di un equivoco e di una tensione irrisolta

La notizia della cancellazione della dicitura dai documenti ufficiali, compreso l’aggettivo “altoatesino”, ha scatenato un putiferio. Il malinteso è stato chiarito dal presidente della provincia di Bolzano, che ha richiamato all’unità in una regione in cui il conflitto etnico è sopito, ma non spento

Alto Adige
da Wikimedia Commons

La notizia della fine dell’Alto Adige è, come avrebbe detto Mark Twain, fortemente esagerata. È vero che nella giornata di venerdì 11 ottobre il Consiglio provinciale della Provincia autonoma di Bolzano ha deciso di cancellare proprio l’espressione “Alto Adige”, insieme all’aggettivo “altoatesino”. Ed è vero che al suo posto si userà soltanto “Provincia autonoma di Bolzano” per gli italiani, mentre i tedeschi avranno “Autonome Provinz Bozen-Südtirol”. È anche vero, però, che si tratta di un emendamento limitato alla legge omnibus, che non ha alcun effetto generale e si limita ai documenti ufficiali europei. «Non sarebbe neanche possibile», ha commentato il presidente della Provincia e leader della SVP Arno Kompatscher, «dal momento che per cose di questo tipo occorre una modifica costituzionale».

Insomma, l’Alto Adige è vivo, nonostante il putiferio che nel giro del fine settimana si è creato sui media, alimentato anche dalle dichiarazioni scandalizzate dei politici. Ha cominciato Micaela Biancofiore, coordinatrice di Forza Italia per il Trentino Alto-Adige «parlando di attentato alla Costituzione», seguita da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, poi da Maria Elena Boschi di Italia Viva, che parla di «grande errore». E aggiunge: «Mi auguro si tratti di un caso isolato», altrimenti «sarebbe imperdonabile buttare via il lavoro di anni per rafforzare la convivenza».

Il problema è proprio lì: nella convivenza tra le due popolazioni. “Alto Adige” viene considerato, almeno dai rappresentanti germanofoni, un lemma «fastidioso». Richiama l’epoca fascista, dicono, quando la popolazione linguistica tedesca venne sottoposta a un rigido processo di italianizzazione (insieme a una altrettanto intensa opera di modernizzazione). Ne discesero i tentativi di riunione con l’Austria, le accuse di diluizione dell’elemento tedesco, le bombe, gli attentati, fino alla formula del 1972, quella dello statuto speciale e dell’autonomia. Formula che, ha sostenuto più volte Kompatscher, «si è rivelata un modello», un esempio per tutti. «Potrebbe essere esportata anche in altre situazioni», aveva suggerito una volta a Matteo Renzi. E si riferiva alla Crimea e al conflitto tra russi e ucraini.

Proprio per questo, allora, colpisce che nella votazione al Consiglio di venerdì siano saltati gli schemi convenzionali dell’appartenenza politica. I rappresentanti si sono schierati su base etnica: tedeschi da una parte (per il sì), italiani dall’altra (per il no). La Südtiroler Volkspartei, di ispirazione progressista, ha votato compatta insieme alle formazioni di destra del Südtiroler Freiheit e Freiheitlichen. Dall’altra parte, hanno marciato uniti Lega e Partito democratico, oltre a L’Alto Adige nel cuore - Fratelli d’Italia, che hanno perso.

Il risultato dello scontro inedito è stata la fine, almeno provvisoria e limitata, dell’Alto Adige. Südtirol invece rimane. Viene dimenticato il collegamento con Trento, il Veneto e l’Adriatico mentre resta vivo quello con la madrepatria austriaca? In un certo senso, sì. La regione sceglie di non essere più cima dell’Italia, ma appendice dell’Austria? Non esageriamo. Ma quasi quasi.

Quella che in altre regioni sarebbe una cosa da nulla, nelle zone di confine diventa essenziale, tanto da travolgere le divisioni partitiche o di interesse. Qui la storia non è acqua: i simboli sono una cosa concreta e l’economia (che va alla grande) può coprire le divisioni, ma non farle sparire. È per questo che quando a Vienna propongono di fare una legge sul doppio passaporto, le reazioni (a seconda del punto di vista) sono o commosse oppure sdegnate. Ed è sempre per questo che una semplice asimmetria (Alto-Adige no, Südtirol sì) può dare luogo a polemiche ed equivoci.

D’ora in poi, ha concluso Kompatscher, «si procederà unitamente. La questione della toponomastica può essere trattata in dialogo e comune accordo». Fine del terremoto, insomma. Ma non delle tensioni.

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