15 Ottobre Ott 2019 0856 15 ottobre 2019

È morto Harold Bloom, critico letterario senza sconti, autore del “Canone occidentale”

Aveva 89 anni. Si era battuto per dimostrare la superiorità di giganti come Shakespeare, Chaucer, Dante e Cervantes entrando in rotta di collisione con le tendenze in voga nell’accademia

harold bloom
da Youtube

Un colosso. Un prodigio. Il più grande. Per il critico americano Harold Bloom, morto a 89 anni a New Haven, in Connecticut, i complimenti si sprecano. Ed è ovvio: era il famoso cantore del Sublime (come categoria letteraria), era il grande difensore del Canone occidentale (che fu anche il titolo del suo libro più celebre, uscito nel 1994), con cui codifica l’elenco degli autori irrinunciabili, che hanno formato il patrimonio letterario di una civiltà, ed era anche un acceso polemista, entrato in contrasto fin dagli anni ’70 con le nuove tendenze degli ambienti accademici, da lui bollate come espressione di una «cultura del risentimento». Una definizione ampia che, come ricorda il New York Times, comprendeva «multiculturalisti, marxisti, femministi, neoconservatori e tutti coloro che, a suo avviso, tradivano il fine reale della letteratura». Secondo lui era letterario tutto ciò che risaltava per originalità, creatività ed estetica, al termine di una intensa lotta sostenuta da ogni autore contro la tradizione (tesi del suo saggio L’Angoscia dell’influenza, 1973).

Nato a New York nel 1930 da una famiglia di ebrei ortodossi, da poco arrivati in America dall’Europa dell’Est, era l’ultimo di cinque figli. Mette subito in mostra le sue qualità di lettore, da lui definite «mostruose». Dotato di memoria fotografica, in un’ora riusciva a leggere e fissare nela memoria un «libro di 400 pagine». La sua cultura lo portò a diplomarsi al Bronx High School of Science, a vincere poi una borsa per la Cornell University, dove si laureò nel 1951, e a sentirsi dire dai suoi professori, al termine del percorso di studi, che «non potevano insegnargli più nulla». Gli si spalancano le porte di Yale, roccaforte del New Criticism, con cui entra subito in rotta di collisione. Prima con una tesi sulla letteratura romantica, mondo tenuto in basssima considerazione in quegli ambienti, poi con il saggio sull’Angoscia, dove rivaluta l’importanza del contesto storico e della tradizione letteraria nella valutazione dell’opera di un autore.

È solo l’inizio di una lunga serie di scontri che, da un lato, porteranno lui a vendere migliaia di copie in tutto il mondo (scrisse decine di libri di critica e un romanzo), dall’altro, ad alienargli la stima degli accademici, sempre più ostili alle sue prese di posizione. Il Canone occidentale, con cui definisce una gerarchia rigida e indiscutibile dei 26 scrittori che hanno forgiato la visione del mondo della civiltà europea/americana, definendone il modo di pensare, è stato considerato dai suoi critici «espressione di una cultura bianca e maschile», e per le stesse ragioni è stato utilizzato, da altri, anche come «strumento per l’imposizione di una egemonia culturale e politica». Punto di vista sbagliato, e pure ingannevole, perché per lui ogni espressione letteraria non era un documento politico ma, prima di tutto, una questione estetica. «Non ci chiede di riverire i grandi libri», spiegò Adam Begley sul New York Times Magazine nel 1994, ma di «apprezzare il mistero stupefacente del genio creativo» espresso nella letteratura.

Non per niente per lui «Shakespeare era dio», nel senso che «i suoi personaggi hanno dato forma alla percezione occidentale di ciò che è umano». Si vantava (ed era vero) di conoscerlo a memoria, e sapeva recitare anche tutto il Paradiso Perduto di John Milton, l’intero corpus di William Blake, la Bibbia ebraica e tutto il poema The Fairie Queen di Edmund Spenser. Nel suo canone era centrale anche Dante, per lui essenziale, insieme a Molière, Cervantes, Tolstoj, Freud, Kafka e Ralph Waldo Emerson, considerato «la figura centrale della cultura americana». Sono i libri che tutti dovrebbero portarsi «su un’isola deserta».

Amava considerarsi un nuovo Samuel Johnson, critico letterario e lessicografo inglese del XVIII secolo, perché ne condivideva lo stile pieno e le stroncature nette. Indimenticabili quelle a Doris Lessing, il giorno in cui le fu assegnato il Nobel, così come quella contro Le Clézio e Dario Fo. Il suo Nobel, per la precisione, fu cosiderato un riconoscimento ridicolo.

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