l’inchiesta
23 Ottobre Ott 2019 0600 23 ottobre 2019

Nuzzi non è San Giovanni, e la sua Apocalisse (contabile) probabilmente non si realizzerà

Con “Giudizio universale”, basato su circa 3mila documenti riservati, il giornalista milanese è tornato a popolare di misteri, stavolta finanziari, d’oltretevere. Ma non tutto torna nella sua indagine dell’oscuro

Nuzzi_Linkiesta

Neanche il tempo di uscire nelle librerie che una copia di Giudizio universale è già da ieri sulla scrivania del promotore di giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Copia che è stata consegnata dalla legale dello stesso autore, Gianluigi Nuzzi, per verificare eventuale notizia di reato. Il giornalista di Quarto Grado fece in realtà lo stesso anche nel 2017 con Peccato originale, da cui sono poi scaturite le inchieste di Oltretevere e della Procura di Roma sui presunti abusi ai danni dei chierichetti del Pre-seminario di San Pio X.

Un atteggiamento in realtà che sa di sfida e rivendicazione da parte di Nuzzi, il cui nome è legato da anni al filone inchiestistico vaticano, concretatosi in libri di successo come Vaticano S.p.a, Sua Santità e Via Crucis. Libro, quest’ultimo, per il quale il giornalista fu coinvolto nel cosidetto processo Vatileaks tra le mura leonine e dal quale uscì poi assolto.

Ora con Giudizio universale - La battaglia finale di Papa Francesco per salvare la Chiesa dal fallimento, edito per i tipi milanesi Chiarelettere e basato su circa 3mila documenti riservati, Nuzzi è tornato a popolare di incubi le menti di chi vive e opera al di là del Tevere. Perché il tema è uno di quelli tra i più esplosivi come solo possono esserlo i guai finanziari della Santa Sede connessi a spericolate quanto cattive gestioni sì da esporla a imminente rischio default.

Su tutto le ombre di quelle che Nuzzi chiama le “tre banche”: lo Ior (Istituto Opere di Religione), l’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) e la Sezione amministrativa della Segreteria di Stato

Su tutto le ombre di quelle che Nuzzi chiama – sulla scorta di un’interessante intervista concessagli dall’arcivescovo Francesco Saverio Salerno, già segretario della poi soppressa Prefettura per gli Affari economici, poco prima di morire il 21 gennaio 2017 – le “tre banche”, che sfuggono a ogni controllo. Si tratta dello Ior (Istituto Opere di Religione), dell’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) e la Sezione amministrativa della Segreteria di Stato.

A interessare maggiormente sono queste due ultime realtà. Circa l’Apsa Nuzzi ha scoperto come nel 2018, «per la prima volta», un preoccupante bilancio in rosso, conseguenza di «una gestione clientelare e senza regole, di contabilità fantasma e del testardo sabotaggio dell’azione del Papa». Un bilancio, che, tradotto in cifre, è così presentato dal giornalista: «Mai il risultato operativo era sceso del 27 per cento, mai quello finanziario aveva registrato un meno 67 per cento, né quello di gestione un meno 56 per cento, precipitato addirittura al meno 115 per cento prima degli interventi massicci per ripianare le perdite».

E poi in particolare la gestione del patrimonio immobilare della Santa Sede per un totale di 4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell’Apsa, per lo più a Roma e a Castel Gandolfo. Di queste 800 risultano sfitte, mentre delle 3.200 in locazione il 15% è a canone zero, metà a prezzi di favore. Ma le morosità arrivano a 2,7 milioni.

Al riguardo è oggi arrivata su Avvenire la replica dell’arcivescovo Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, che ha dichiarato: «In realtà la gestione ordinaria dell'Apsa nel 2018 ha chiuso con un utile di oltre 22 milioni di euro. Il dato negativo contabile è esclusivamente dovuto a un intervento straordinario volto a salvare l'operatività di un ospedale cattolico e i posti di lavori dei suoi dipendenti». Il riferimento è all’Idi di Roma, per il risanamento del cui dissesto l’Amministrazione ha erogato, come documentato da Nuzzi, un prestito di 50 milioni di euro, mai più rientrati.

Dopo aver negato che in Apsa esistano conti cifrati o contabilità parallele, Galantino è entrato nel merito della gestione dei beni immobili, dichiarando che «quelli non a reddito sono o gli appartamenti di servizio o gli uffici della Curia. Quanto al loro valore, di mercato è impossibile fare una stima. Prendiamo i palazzi di piazza Pio XII: quanto valgono in concreto? Se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come è adesso, non valgono niente. Inoltre circa il 60 per cento degli appartamenti è affittato ai dipendenti che hanno necessità, ai quali viene riconosciuto un canone di affitto ridotto. Questa è una forma di housing sociale. Se lo fanno le grandi aziende private, sono realtà benemerite che si prendono cura del personale. Se lo fa il Vaticano, siamo degli incompetenti, o peggio, che non sappiamo amministrare il patrimonio».

Con toni, talora propri di quella che Adolfo Omodeo stigmatizzava come “querula retorica clericale”, Galantino ha liquidato talune argomentazioni di Nuzzi come «letture che sanno molto da Codice da Vinci», tenendo a ribadire che uno Stato come il Vaticano «che non ha tasse o debito pubblico ha solo due modi per vivere. Mettere a reddito le proprie risorse e basarsi sui contributi dei fedeli, anche quelli all'Obolo di San Pietro».

E proprio il tema Obolo rimanda alla recente inchiesta di Emiliano Fittipaldi per L’Espresso, i cui fondi extrabilancio, pari a 650 milioni di euro, sarebbero stati gestiti dalla Segreteria di Stato per investimenti in Paesi offshore e compravendite immobiliari a Londra

E proprio il tema Obolo rimanda alla recente inchiesta di Emiliano Fittipaldi per L’Espresso, i cui fondi extrabilancio, pari a 650 milioni di euro, sarebbero stati gestiti dalla Segreteria di Stato per investimenti in Paesi offshore e compravendite immobiliari a Londra. A essere problematico non è certamente l’acquisto di stabili di lusso nella capitale britannica quanto i gravi indizi di «peculato, truffa, abuso d'ufficio, riciclaggio» gravanti sulle operazioni accennate e documentate dalla magistratura vaticana a carico di ecclesiastici e laici.

A occuparsi di questa contabilità riservata soprattutto quella che Salerno-Nuzzi chiamano la 3° banca, ossia la Sezione amministrativa, di cui è stato capo quel mons. Alberto Perlasca che, apprezzato dai segretari di Stato Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, è stato poi defenestrato da Bergoglio con la nomina, nel luglio scorso, a promotore di giustizia sostituto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Di essa così ne tratteggia genesi e fini Nuzzi nel capitolo I tesori nascosti della Segreteria di Stato, che è certamente tra i più interesanti e riusciti dell’intero volume: «L’ufficio amministrativo faceva parte della prima area, quindi è credibile che non rientrasse nel campo visivo del pontefice. La terza banca è nata agli inizi degli anni Settanta con Paolo VI, ai tempi di Michele Sindona, quando a un diplomatico di carriera come monsignor Gianfranco Piovano, vicino al futuro segretario di Stato Angelo Sodano, fu affidato il compito di creare un fondo strutturale in segreteria, lontano dagli scandali e dagli artigli dello Ior di Paul Marcinkus e dell’Apsa, per coprire le necessità del papa: un deposito pronto per ogni emergenza.

Si trattava appunto della terza banca, con conti allo Ior e, all’epoca, all’Apsa, attività finanziarie nei paradisi fiscali (Isole Vergini e Svizzera), e anche un misterioso e cospicuo conto segreto riconducibile alla Cei, nascosto ai vescovi

Si trattava appunto della terza banca, con conti allo Ior e, all’epoca, all’Apsa, attività finanziarie nei paradisi fiscali (Isole Vergini e Svizzera), e anche un misterioso e cospicuo conto segreto riconducibile alla Cei, nascosto ai vescovi. Proprio dai fondi di questo istituto si reperirono i 406 milioni di dollari per rimborsare negli anni Ottanta i piccoli azionisti del Banco Ambrosiano dopo il crac di Roberto Calvi. Leggenda vuole che per raccogliere i primi capitali Piovano abbia contattato alcuni imprenditori milanesi indicati da papa Montini. Da qui sarebbe nato tutto. Un collegamento diretto tra questo ufficio e la Cei lo stabilisce anche monsignor Salerno».

Elemento ignorato da Nuzzi, ma confermato da autorevole fonte vaticana a Linkiesta, della Sezione amministrativa faceva parte, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, mons. Cesare Burgazzi, poi improssivamente travolto da uno scandalo mediatico a sfondo sessuale nella totale indifferenza degli allora superiori della Segreteria di Stato. Come poi le carte processuali hanno dimostrato fino alla sentenza della Cassazione Burgazzi, divenuto poi capoufficio della Sezione Corrispondenze sotto Bergoglio, era totalmente estraneo alle accuse imputategli, che erano apparse a tanti come montate ad arte. Motivo? Perché il monsignore, considerato inizialmente un pupillo di Piovano, era venuto a conoscenza delle attività di quella che da lui stesso veniva chiamata “Ior parallelo”.

In conclusione, un libro-inchiesta scottante e, d’altra parte, fondamentale quello di Nuzzi anche se c’è forse da riconoscere con Galantino e il card. Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, ieri intervistato da Paolo Rodari per La Repubblica, che il rischio crac paventato dal giornalista è in realtà inesistentes. Senza contare che quello del bilancio in rosso è quasi una costante Oltretevere già a partire dal primo anno di pontificato di Giovanni Paolo II che si chiuse con un deficit di 19 miliardi di lire. Parere, questo, condiviso anche da un economista come Giulio Sapelli.

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