cambiamenti cromatici
29 Ottobre Ott 2019 0600 29 ottobre 2019

Regioni non più rosse: ecco perché la sinistra sta perdendo le sue roccaforti storiche

Sono finiti i tempi del Triangolo scarlatto. L’Umbria ci insegna che anche dopo 50 anni si può cambiare idea e vocazione, mentre Emilia Romagna e Toscana dopo le europee si avviano incerte al prossimo confronto elettorale. Nel frattempo, Salvini ringrazia

Comunismo_Linkiesta

Un rosso sbiadito, scialbato da una nuova cera populista. E quel verde, legato come per i sentimenti anche nella politica alla rabbia, la frustrazione e il risentimento (in questo caso degli elettori). È il colore della Lega, combinato con quello di Fratelli d’Italia e Forza Italia, a ridipingere le vesti di Palazzo Cesaroni in Piazza Italia, sede del Consiglio Regionale dell’Umbria.
Una conquista storica per il partito di Matteo Salvini, che nessuno prima aveva mai considerato disposto a giocarsi il rapporto con la platea imprenditoriale e ortodossa del Nord Italia per abbracciare le molteplici esigenze dello Stivale centro-meridionale. Ma il passato e passato: la Lega Nord si è ammorbidita a Lega, il Movimento di Beppe Grillo fa accordi con il Partito democratico e il Triangolo Rosso (Emilia Romagna-Toscana-Umbria) rischia un foliage inaspettato e contro natura.

Sono finiti infatti i tempi dei tabù e delle roccaforti. LUmbria insegna che anche dopo 50 anni si può cambiare idea e vocazione, mutando un tessuto sociale senza troppi ripensamenti (i 20 punti percentuali di distacco sono una richiesta esplicita di cambiamento). Negli ultimi cinque anni l’ago della bilancia sembra voler segnare la fine degli elementi che hanno caratterizzato il comportamento elettorale dei cittadini di Toscana, Emilia-Romagna e, per l’appunto, Umbria.
«La zona rossa non è esiste più. Quella che ha caratterizzato per lungo tempo il rapporto tra elettori e partito nel Centro Italia è venuta meno: non quando è venuto meno il Partito Comunista, che in qualche modo era stato il suo artefice, bensì in tempi più recenti», spiega Alessandro Chiaramonte, professore ordinario in Scienza politica presso l’Università di Firenze.

Questo per dire che non solo il Pci e i successivi surrogati e derivati partitici erano le forze più votate, ma anche il fulcro economico di una società

Non si parla soltanto di voto popolare o di classi sociali: le istanze economiche di territori prevalentemente fondati su settore primario e secondario si sono evolute con l’evolversi dei mercati, nonché degli Stati. Lo strappo in questo senso si ha con il crollo di Siena, passata al centrodestra di Luigi De Mossi, città e sede del Monte dei Paschi. Questo per dire che non solo il Pci e i successivi surrogati e derivati partitici erano le forze più votate, ma anche il fulcro economico di una società. «Non si può trovare un’unica spiegazione, c’è un concorso di fattori. La scomparsa dei processi di identificazione sicuramente ha allentato i legami tra gli elettori e il principale partito della sinistra. La crisi economica ha inoltre incrementato la disaffezione nei confronti delle istituzioni e della politica, spostando il consenso verso quei partiti (Lega e M5S) che si sono fatti maggiormente interpreti della sfiducia e del sentimento di protesta e che oggi fanno leva su tematiche di tipo economico e culturale», continua Chiaramonte.

Il dimezzamento dell’area elettorale dei partiti del centro-sinistra, passati dal 59,2 per cento del 1968 al 30,1 del 2018, fa da sottofondo alle conquiste leghiste di emblemi scarlatti come Cascina o Pisa. Per capirci: nel 2013 il centrosinistra amministrava 10 capoluoghi toscani su 11, oggi appena 3. Con l’aggravante inoltre di aver perso, su tutti, anche il contatto con la vita agra (quella di Luciano Bianciardi), poiché se la zona alta e litorale della Toscana - Livorno e Firenze a reggenza - sopravvive all’urto sovranista grazie a una solida funzione di governo locale, la Maremma ha ceduto in toto allavance provenienti da destra. Segnale che in altri tempi si sarebbe chiamata “riluttanza del proletariato”.

L’Umbria pertanto ha scelto: lontana da quelle ipotesi ancestrali di una relazione fra la presenza di una minoranza post-fascista fin dalla Prima Repubblica nella zone geografiche proprio dove la crescita leghista ha preso maggior slancio; dimentica in egual modo di una civiltà comunale composta perdipiù da mezzadri e artigiani, da cui l’insediamento provinciale traeva forza economica ed equilibrio politico. «Le ragioni del risulato sono aggravate da una condizione economica di sofferenza, soprattutto a livello regionale umbro, la cui responsabilità ricade in parte sulle precedenti amministrazioni di Sinistra» chiosa Leonardo Boncinelli, docente di Economia politica. Punto e a capo, senza scomodare dinosauri del passato.

La sinistra, non fa più la sinistra, è diventata il rifugio dei garantiti, dei ceti medio-alti, degli intellettuali che pensano di stare sempre dalla parte del Bene e del Giusto e impartiscono lezioni di morale al popolaccio rozzo e cattivo

Marco Tarchi

La partita della Calabria, quindi, e in particolare dellEmilia poi, può essere decisiva: M5S e Pd hanno tutto da perdere, con un sacrificio della regione rossa per eccellenza che non minerebbe solo alla tenuta di governo, ma all'intera esistenza politica del centro-sinistra. L’opzione alleanza non sembra nei programmi pentastellati, mentre il terreno di gioco è già ben delineato dalle scorse elezioni. Ferrara e Forlì sono andate al centrodestra, Reggio Emilia e Cesena al centrosinistra. Un fatto già di per sé inedito che trova continuità se contestualizzato al dominio della Lega alle europee (le quali dai sondaggi è emerso essere considerate come un voto nazionale) in grado di premiarla primo partito della regione con il 33% dei consensi (contro il 31% del Pd), oltre al 40% in province come Piacenza e Ferrara, davanti anche a Parma, Modena, Cesena, Forlì e Rimini e dietro al Pd solamente a Bologna, Reggio Emilia e Ravenna.

«Non si tratta di fenomeni esclusivamente locali. Fanno parte di un quadro più ampio, che ha già avuto le sue manifestazioni alle elezioni europee. È la conseguenza della crescita delle preoccupazioni di larghe fasce dell’opinione pubblica per temi che la sinistra ha trascurato o ha affrontato in modi che a questo elettorato non piacciono: l’immigrazione, la sicurezza, le tasse, il sistema pensionistico», commenta il politologo Marco Tarchi. «La sinistra… non fa più la sinistra, è diventata il rifugio dei garantiti, dei ceti medio-alti, degli intellettuali che pensano di stare sempre dalla parte del Bene e del Giusto e impartiscono lezioni di morale al popolaccio rozzo e cattivo. Con la retorica della compassione, le giaculatorie sulla mancanza di senso civico, le accuse di incattivimento che si sono sostituite al tentativo di comprendere i problemi di chi vive sulla propria pelle gli effetti meno gradevoli della globalizzazione, si fa poco strada, nell’odierno scenario politico». Che al momento, di rosso ha davvero ben poco.

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