L’ex discontinuità
8 Novembre Nov 2019 0600 08 novembre 2019

Migliaia di licenziati e 80mila irregolari in più: il bilancio di un anno del decreto sicurezza di Salvini

Dodici mesi dopo il voto di fiducia sul primo dei decreti salviniani, il nuovo governo non li ha ancora modificati. Lamorgese annuncia ritocchi entro inizio 2020. Intanto i licenziamenti per gli operatori del terzo settore aumentano, e da fine anno migliaia di migranti resteranno per strada

Migranti Linkiesta
(FILIPPO MONTEFORTE / AFP)

Era il 7 novembre di un anno fa, quando il governo gialloverde al Senato votava la fiducia sul primo dei due decreti sicurezza di Matteo Salvini, quello che ha stabilito una stretta sull’accoglienza dei migranti, cancellando gli Sprar e riducendo i servizi degli altri centri alla fornitura di cibo, letti e vestiti, senza attività di integrazione. Un anno dopo, la maggioranza è diventata giallorossa. E nonostante gli annunci di discontinuità del neogoverno, quel decreto è ancora lì. La neoministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha annunciato modifiche al decreto entro tre mesi, puntando però ancora sui rimpatri e seguendo i rilievi espressi dal Capo dello Stato soprattutto sul decreto bis, quello che riguarda le ong. Insomma, per il sistema dell’accoglienza all’orizzonte non si vedono grosse rivoluzioni. Con tutte le conseguenze che il decreto salviniano si porta già dietro, tra l’aumento degli irregolari, il sovraffollamento dei Centri di accoglienza straordinaria, la fine degli Sprar e tutti i licenziamenti che la politica dei porti chiusi e della non accoglienza genererà ancora nei prossimi mesi. Con una data che incombe, quella del 31 dicembre prossimo, quando scadranno i finanziamenti destinati ai progetti Sprar per i richiedenti asilo e i titolari di protezione umanitaria. I primi dovranno quindi essere trasferiti nei centri di accoglienza straordinaria (Cas), già al collasso. I secondi, non prevedendo più il decreto la protezione umanitaria, finiranno per strada. A carico dei servizi sociali dei comuni.

È questo quello che la politica dell’ex governo grillo-leghista ha prodotto e continua a produrre, con la complicità della nuova alleanza Pd-Cinque Stelle: in nome della sicurezza e del taglio agli sprechi, si generano più illegalità, emarginazione sociale e sfruttamento, oltre che maggiore disoccupazione tra quegli italiani che Salvini mette ancora al primo posto.

Difficile quantificare quanti sono già i posti di lavoro andati in fumo tra il ridimensionamento dello Sprar e il nuovo capitolato di gara per i Cas, con la riduzione della spesa per l’accoglienza dai 35 euro al giorno ai 21 attuali, limitando solo a chi ha il diritto di restare servizi come i corsi di italiano e l’assistenza legale. I richiedenti asilo sono in pratica confinati nei nuovi Cas affidati alle prefetture, ma privati dei minimi servizi per l’inserimento economico e sociale. Garantendo di fatto solo vitto e alloggio, si cancella così dai centri di accoglienza una lunga lista di figure professionali come infermieri, mediatori culturali e insegnanti di italiano. Quasi tutti giovani italiani under 35, con tanto di lauree e master.

Si rischia la perdita di oltre 18mila posti di lavoro una volta che il nuovo capitolato di gara entrerà completamente a regime. Una bomba sociale, che supererebbe anche il buco occupazionale che potrebbe crearsi con la chiusura dell’ex Ilva

Ai sindacati ogni giorno arrivano notizie di procedure di licenziamento da parte di associazioni e organizzazioni del terzo settore locali e nazionali. In vista della fine dei finanziamenti e dei nuovi capitolati di gara ridotti al lumicino, sono già partire numerose lettere di licenziamento. Dagli Sprar più virtuosi dei piccoli comuni, da Nord a Sud, fino agli hub e ai Cas delle grandi città come Bologna, Roma e Milano. Con il rischio, come ha previsto la Fp Cgil, della perdita di oltre18mila posti di lavoro una volta che il nuovo capitolato di gara entrerà completamente a regime. Una bomba sociale, che supererebbe anche il buco occupazionale che potrebbe crearsi con la chiusura dell’ex Ilva.

Tanto che, per evitare i licenziamenti collettivi, in molte città le concessioni esistenti sono state prorogate, anche nell’attesa che dal governo arrivi quella discontinuità annunciata con l’adeguamento dei decreti ai rilievi fatti dal presidente della Repubblica. Dal 10 dicembre 2018, data di entrata in vigore del nuovo capitolato, a inizio agosto 2019 Openpolis ha contato 428 contratti d’appalto messi a bando da 89 prefetture su tutto il territorio italiano. Per oltre la metà dei casi si tratta di proroghe di contratti in corso o di procedure rivolte a situazioni specifiche, spesso per trovare soluzioni provvisorie.

O, peggio, viste le nuove condizioni imposte nei capitolati di gara, cooperative sociali e realtà del non profit preferiscono non presentarsi neanche alle gare indette dalla prefetture. Le associazioni più piccole soprattutto per l’insostenibilità economica dei costi ridotti al lumicino, che favoriscono invece i centri più grandi (proprio quelli che si volevano combattere). Ma molti enti non profit mandano le gare deserte rifiutandosi di trasformarsi da operatori sociali a semplici “bed and breakfast per migranti” secondo i dettami salviniani. Tagli su tagli che genereranno la perdita di posti di lavoro tra gli italiani, oltre che il rischio di un ritorno alla prassi della concentrazione dei richiedenti asilo abbandonati nei grandi centri, ora però senza più i servizi per l’integrazione nelle comunità locali.

Nel 2019 il totale dei dinieghi si avvicinerà alla cifra di 80mila persone che rischieranno di essere estromesse dal sistema e destinate, in gran parte, ad aggiungersi alla popolazione degli irregolari

E con l’inizio del 2020, se la nuova ministra Luciana Lamorgese non interverrà, molti di quelli che oggi sono ospitati negli Sprar finiranno per strada. Terminati i finanziamenti entro fine anno, in tanti dovranno lasciare il sistema di protezione. E se i richiedenti asilo finiranno nei Cas, i titolari di protezione umanitaria – essendo stata abolita questa formula nel decrteo – resteranno senza un tetto. Andando ad affollare il bacino dei quasi 600mila immigrati irregolari stimati in Italia. Proprio quelli che Salvini nei suoi annunci vorrebbe eliminare e rimpatriare, senza però riuscirci.

Ma l soppressione della protezione umanitaria si è tradotta quest’anno anche nell’aumento della percentuale dei “diniegati”, coloro ai quali viene negato il riconoscimento di una forma di protezione internazionale. La percentuale di domande di asilo esaminate che nel 2019 che ha avuto come esito il diniego è stata pari all’80%, ricorda Openpolis. Nel 2018 erano il 67%.

In numeri assoluti significa che nel 2019 il totale dei dinieghi si avvicinerà alla cifra di 80mila persone che rischieranno di essere estromesse dal sistema e destinate, in gran parte, ad aggiungersi alla popolazione degli irregolari. n questo scenario, la stima di Openpolis è che il numero degli irregolari potrà arrivare a circa 680mila entro il 2019 e superare i 750mila a gennaio del 2021.

Secondo la nuova normativa, coloro ai quali è stata respinta in via definitiva la domanda di protezione internazionale dovrebbero essere mandati nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) per essere poi forzatamente riportati nel Paese d’origine. Solo che la capienza dei Cpr ad oggi è di 1.085 posti. Lamorgese ha annunciato l’attivazione di nuovi 300 posti nei centri. Ma i rimpatri nei primi dieci mesi del 2019 sono stati 6mila, secondo i numeri appena forniti dalla ministra. In aumento a settembre e ottobre, ma sempre meno di un terzo rispetto alle espulsioni firmate dai questori. Di questo passo, anche nell’ipotesi impossibile di zero arrivi nei prossimi decenni, occorrerà oltre un secolo e oltre 3,5 miliardi di euro (5.800 euro a rimpatrio) per rimpatriarli tutti. Una missione impossibile da facile propaganda che Salvini aveva promesso a suon di aerei, e che Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede continuano a sostenere, con la presentazione a inizio ottobre del cosiddetto “decreto rimpatri”, che poggia proprio sulle nuove regole della norma salviniana. Nella maggioranza, però, qualcosa sembra muoversi. Matteo Orfini e Giuditta Pini, Pd, hanno depositato alla Camera due proposte di modifica delle norme dell’ex ministro dell'Interno. Che il governo, volendo, potrebbe trasformare in decreto al prossimo consiglio dei ministri. Ma finora la questione non è apparsa all’ordine del giorno.

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