Make Europe Great Again
13 Novembre Nov 2019 0600 13 novembre 2019

Macron va preso sul serio, l’Europa deve imparare a difendersi da sola

Il ‘disimpegno’ degli Usa non dipende solo dall’America First di Trump, ma è un elemento strutturale di questa fase geopolitica. Anche se alle prossime presidenziali dovesse vincere un democratico, la politica estera americana potrebbe restare la stessa

Macron_Linkiesta

«Stiamo vivendo oggi la morte cerebrale della Nato», ha detto Macron qualche giorno fa in una lunga intervista all’Economist. Il che significa che gli Usa non ci difendono più. O comunque che l’Europa non potrà più contare come un tempo sullo scudo americano per difendere se stessa e i propri interessi. Secondo Macron, Washington «volta le spalle» all’Europa: lo dimostra l'improvvisa decisione del presidente degli Stati Uniti di ritirare le truppe dalla Siria nord-orientale il mese scorso senza consultare i suoi alleati.

Pertanto, per il presidente francese è tempo che l'Europa sviluppi una propria forza militare e rafforzi la sua capacità di agire come un unico blocco politico con una propria iniziativa in materia di tecnologia, dati ed emergenza climatica. Per Macron, l'Europa «è sul bordo di un precipizio. Se non ci svegliamo c'è il rischio che a lungo andare scompariremo geopoliticamente, o almeno che non avremo più il controllo del nostro destino».

Da Oltreoceano le critiche non si sono fatte attendere. Tom Rogan del quotidiano trumpiano Washington Examiner, per esempio, definisce «ridicola e ipocrita» l’intervista del presidente francese. «Il governo di Macron - sostiene Rogan - spende ancora troppo poco per la Nato. Allo stesso modo, la Germania continua a spendere quasi nulla per la difesa. Viceversa, grazie a Trump, la spesa per la difesa degli Stati Uniti è ora pari a circa il 3,5% del PIL.

Senza tale spesa, la NATO avrebbe capacità di ponti aerei, di uso dei missili e di guerra satellitare pressoché inesistenti. Solo l’opera di persuasione americana dell'Europa ha portato ad aumenti della spesa per la difesa. In definitiva – conclude Rogan - è la forza delle armi che dissuaderà e sconfiggerà una eventuale aggressione russa, non la nobile retorica di Macron né le sue interviste all’Economist».

Ormai è da un pezzo che gli americani vogliono tornare alla ‘normalità’ e che, una dopo l’altra, le amministrazioni USA fanno a gara per rassicurare gli americani che baderanno alla politica interna, occupandosi di politica estera il meno possibile

Rogan ha ragione. Ma solo fino a un certo punto. Come segnala infatti da tempo Alessandro Maran, in passato senatore dem e presidente dell’Istituto per la cultura cinese, oggi acuto osservatore delle relazioni internazionali, «è da un pezzo che gli americani vogliono tornare alla ‘normalità’ e che, una dopo l’altra, le amministrazioni USA fanno a gara per rassicurare gli americani che baderanno alla politica interna, occupandosi di politica estera il meno possibile. Specie dopo i fallimenti in Afghanistan e in Iraq.

Che gli Stati Uniti non siano disposti a «mandare una nuova generazione di americani oltremare per combattere e morire per un altro decennio sul suolo straniero», Obama, tanto per capirci, lo ha ripetuto fino alla noia. Insomma, il ‘disimpegno’ degli Usa non dipende solo dall’America First di Trump, ma è un elemento strutturale di questa fase geopolitica.

Anche se alle prossime elezioni presidenziali dovesse vincere un democratico, probabilmente non cambierebbe l’approccio della politica estera statunitense. I riformisti europei dovranno tenerne conto e pensare rapidamente a mettere in campo una difesa comune degna di questo nome. Macron ha dunque ragione quando dice che l’Europa non può più soltanto contare sullo scudo difensivo americano, ma deve imparare a badare a se stessa. Il presidente francese lo disse già nel famoso discorso pronunciato di fronte agli studenti della Sorbona nel 2017: «in questi anni non ci siamo resi conto di quanto l’Europa crescesse al riparo. Al riparo dal resto del mondo in primo luogo. La sicurezza non era affar suo, perché assicurata dagli americani».

Ora quel riparo potrebbe venire a mancare e – a dispetto del silenzio colpevole che accompagna l’uscita di Macron in Italia e in Europa - conviene cominciare a ragionare sulla difesa comune europea in modo strategico.

Qualcosa si sta muovendo, ma non è ancora abbastanza. L’Unione europea ha deciso di investire sulla sicurezza qualcosa come 22,5 miliardi di euro tra il 2021 e il 2027 (contro i 2,8 miliardi messi a bilancio tra il 2014 e il 2020). Ma è ancora poca roba rispetto a quello che serve

Qualcosa si sta muovendo, ma non è ancora abbastanza. L’Unione europea ha deciso di investire sulla sicurezza qualcosa come 22,5 miliardi di euro tra il 2021 e il 2027 (contro i 2,8 miliardi messi a bilancio tra il 2014 e il 2020). Ma è ancora poca roba rispetto a quello che serve: per essere nelle condizioni di funzionare, l’esercito comune europeo richiederebbe investimenti per centinaia di miliardi di euro.

Secondo la Corte dei conti europea, inoltre, il piano dell’Ue presenta diversi problemi tecnici e strategici: l’impossibilità di controllare l’utilizzo delle risorse stanziate con il rischio di spreco di denaro, la moltiplicazione delle strutture con inutili sovrapposizioni con la Nato, l’impreparazione militare. C’è, poi, il macigno politico delle diverse strategie dei paesi membri: a volte, il “nemico” dell’uno è un alleato dell’altro.

Insomma, l’Ue non ha ancora l’unità politica e le capacità militari corrispondenti alle nuove aspettative di autonomia e sicurezza. Chi vuole rafforzare l’Unione deve tenerne conto. Bisogna infine ricordare che il Regno Unito da solo sostiene circa un quarto della spesa militare totale dei paesi europei e può contare – come ha spiegato pochi giorni fa Maurizio Molinari al Festival de Linkiesta - su un ‘esercito’ specializzato di ‘guerrieri cibernetici’ che in tempi di guerra digitale svolgono un ruolo cruciale. Con la Brexit tutto ciò verrà a mancare alla ipotetica difesa comune. Ecco perché le parole di Macron andrebbero prese davvero sul serio.

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