Autodafé collettivo
16 Novembre Nov 2019 0601 16 novembre 2019

Il contrappasso delle sardine

La retorica della «società civile» contro la «casta» ha prodotto il trionfo del grillismo e la desertificazione della politica. Il risultato sono piazze piene, ma senza interlocutori

Sardine
Foto da Facebook

Dagli anni settanta fino ai primi duemila, quando una manifestazione della cosiddetta società civile conquistava la scena, la polemica che subito ne scaturiva a sinistra era l'accusa ai partiti di aver voluto «mettere il cappello» sopra – o peggio «egemonizzare» – il movimento. Una dialettica reale, questa tra partiti e movimenti, che a volte si esprimeva anche a cazzotti, ad esempio tra diversi spezzoni di un corteo in contesa per chi dovesse prenderne la testa. Oggi accade l'esatto contrario. All'indomani della manifestazione delle «sardine» anti-Salvini a Bologna, come dopo quella delle «Madamine» pro-Tav a Torino o delle signore anti-Raggi a Roma, la domanda che tutti rivolgono al Pd è: dove eravate? E se anche ci eravate, perché non ci avete pensato voi, a organizzare la piazza? E pure se ci aveste pensato, dite la verità, l'avreste riempita? (Agli altri partiti del fu centrosinistra non lo chiedono neanche più, anche perché, per chiederglielo, dovrebbero prima trovarli).

Intanto la piazza l’hanno riempita – e meno male – quattro trentenni che nella vita fanno tutt’altro, che ai giornali dicono per prima cosa (o almeno questa è la prima che i giornali riportano) di non occuparsi di politica (ci mancherebbe!), e di aver scelto quello strano emblema, come si legge sull’edizione bolognese di Repubblica, per rappresentare proprio l’assoluta alterità: «Un pesce muto, che non grida come gli urlatori del web e dei comizi, ma che sta in banco. Insieme, in tanti: ecco il messaggio». Viene solo da chiedersi se con questa immagine del banco, perdipiù muto, il simbolo non sia andato oltre le intenzioni dei suoi ideatori, oggi che gli stessi movimenti sembrano muoversi nel vuoto, senza interlocutori, senza un partito con cui litigare, senza neanche una rete a cui appoggiarsi (che non sia internet).

Formazioni sempre più aperte, leggere e moderne, che con intellettuali e società civile si sforzano di dialogare in ogni modo, anche nelle iniziative summenzionate; ma che al tempo stesso, con ogni evidenza, non riuscirebbero a egemonizzare nemmeno un banco di sardine

La ragione è semplicissima: abbiamo fatto un giro completo. La retorica della società civile contro la partitocrazia, culminata nel parossismo dell’autodafé collettivo di un’intera classe dirigente che inveiva contro la «casta», ha prodotto il trionfo del Movimento 5 stelle e dato il colpo di grazia non solo ai partiti, ma prima ancora alla stessa legittimità di una qualsiasi idea di partecipazione e organizzazione politica. E anche se certo, quando Eugenio Scalfari e la sua Repubblica parlavano di «governo dei migliori» e «partito degli onesti», pensavano a una società civile composta da fior di accademici e presidenti emeriti della Corte costituzionale come Gustavo Zagrebelsky, non certo a Dibba e Toninelli, era inevitabile che, una volta imboccata quella strada, si finisse lì.

E adesso che il frutto più maturo di una così lunga semina, il partito fatto di «cittadini» che politici non sono e giurano di non voler diventare, ha aperto la via al più gigantesco slittamento a destra della politica e del discorso pubblico italiani dal dopoguerra a oggi, ecco che gli stessi movimenti nati per contrastare questa deriva, guarda un po’, non trovano più niente e nessuno attorno a sé: né solide e radicate organizzazioni capaci di sostenerli, né validi interlocutori politici con cui dialogare, o magari anche scontrarsi. Ma almeno questa, obiettivamente, non è una colpa che possa essere addebitata ai partiti, e tantomeno all’unico partito, il Pd, che in qualche modo ancora prova a svolgere quel ruolo.

Certo è angosciante vedere che proprio quando più ce ne sarebbe bisogno, per stare solo alla cronaca degli ultimi mesi, il Partito democratico continua a generare nuove formazioni rivali, per partenogenesi, dall’Italia Viva di Matteo Renzi al movimento di Carlo Calenda. Tutte impegnate, lo stesso giorno, in analoghi e concorrenziali tentativi di ricostruire un rapporto con la società: Renzi a Torino a parlare di economia, Zingaretti a Bologna a parlare del futuro e Calenda su twitter ad annunciare per la settimana prossima nientemeno che la fondazione del suo nuovo partito. Formazioni sempre più aperte, leggere e moderne, che con intellettuali e società civile si sforzano di dialogare in ogni modo, anche nelle iniziative summenzionate; ma che al tempo stesso, con ogni evidenza, non riuscirebbero a egemonizzare nemmeno un banco di sardine.

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