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3 Dicembre Dic 2019 0600 03 dicembre 2019

I malumori dei diplomatici italiani sul Di Maio filo cinese

Dopo che l’ambasciatore di Pechino in Italia ha definito «irresponsabili» i parlamentari che hanno incontrato il leader della rivolta anti Pechino, i funzionari del ministero degli Esteri si lamentano per le posizioni ambigue che l’Italia ha assunto da quando il Movimento 5 Stelle è al governo

Di Maio_Linkiesta
ANDREAS SOLARO / AFP

Le posizioni di Luigi Di Maio su Hong Kong hanno destato qualche malumore alla Farnesina, che nell’ultimo mese ha dovuto gestire una complicata questione diplomatica, culminata in uno scontro con l’ambasciatore cinese a Roma, Li Junhua. Venerdì scorso Junhua ha duramente criticato un’iniziativa di alcuni parlamentari italiani, che alla Fondazione Feltrinelli di Milano avevano organizzato un incontro in videoconferenza con Joshua Wong, leader delle proteste a Hong Kong. L'ambasciatore cinese ha definito «Irresponsabili» i membri del parlamento italiano, che non avrebbero dovuto incontrare Wong, perché «ha distorto la realtà, legittimato la violenza e chiesto l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong» Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha risposto poche ore dopo sottolineando i «sempre ottimi rapporti con governo cinese, allo stesso tempo in Parlamento ci sono tante attività che si svolgono ogni giorno ed è giusto rispettarle». Di Maio ha poi definito «inaccettabile» la dichiarazione dell’ambasciatore cinese.

Alla Farnesina attribuiscono l’intraprendenza dell’ambasciatore cinese alle posizioni ambigue che l’Italia ha assunto da quando il Movimento 5 Stelle è al governo. Non è un mistero che gli Esteri avevano espresso qualche riserva sulla necessità di firmare il Memorandum of Understanding sulla Via della Seta, una scelta compiuta dal governo Conte I e caldeggiata dall’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. E infatti in molti si chiedevano in che modo questa volontà di avvicinarsi politicamente alla Cina avrebbe influenzato i comportamenti dello stesso Di Maio, diventato ministro degli Esteri. La risposta è arrivata lo scorso 6 novembre da Shanghai, quando Luigi Di Maio, interrogato dalla stampa sulla situazione a Hong Kong, ha evitato di parlarne, perché l’Italia «non compie ingerenze negli affari interni alla Cina». Una dichiarazione che sorprese a Roma, anche perché non era quanto concordato con le linee guida: “Quando si fanno i viaggi all’estero domande del genere si prevedono, c’è sempre una risposta standard che viene preparata. E non era certo questa sul principio di non ingerenza, ma quella che poi abbiamo fatto filtrare nelle settimane successive”, dice una nostra fonte.

La Farnesina ha smentito il ministro degli Esteri, e molti diplomatici cominciano a essere piuttosto critici con il vertice politico

La nostra diplomazia è in breve tempo corsa ai ripari, affidandosi ai sottosegretari: la prima dichiarazione in tal senso è di Ivan Scalfarotto, in quota Italia Viva, che il 19 novembre ha definito «inaccettabili» le violenze delle autorità di Hong Kong contro i manifestanti. La seconda, e più ufficiale perché resa in Parlamento in risposta a un’interrogazione parlamentare, è di Riccardo Merlo, sottosegretario in quota 5 Stelle audito alla Camera il 20 novembre: «Premessa indispensabile di ogni discussione su Hong Kong è che nessun episodio di violenza è accettabile e ogni reazione da parte delle autorità deve attenersi strettamente al principio della proporzionalità. Sia a livello bilaterale, che nei forum multilaterali a cui partecipiamo, fin dall’inizio della crisi abbiamo reiterato l’invito alla moderazione e all’instaurazione di un processo di dialogo inclusivo e credibile».

Insomma, la Farnesina ha smentito il ministro degli Esteri, e molti diplomatici cominciano a essere piuttosto critici con il vertice politico: «Coi cinesi bisogna lavorare, ma bisogna anche farsi rispettare, perché loro ragionano in termini di rapporti di forza. Quello che ha detto il ministro Di Maio è stato un problema da gestire, e non è piaciuto alle altre capitali europee. Capiamo la necessità di tenere insieme la carica di ministro e quella di capo politico, ma deve stare più attento», spiega un’altra nostra fonte. Di Maio può anche fuggire dalla sua carica istituzionale, evitare i viaggi, annullare le sue partecipazioni ai vertici internazionali e dedicarsi alla tournée italiana per riconquistare gli elettori del Movimento 5 Stelle. Ma non ha ancora capito che quando parla è il capo dei diplomatici italiani, e le parole pesano: le cancellerie internazionali non sono dei meetup. E venerdì prossimo ci sarà il russo Sergej Lavrov a Roma.

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