Gestalt calabra
10 Gennaio Gen 2020 0600 10 gennaio 2020

L’opera struggente di Brunori, l’ideologo del “non so” che con le sue canzoni ci fa capire che ce la faremo

Il nuovo disco, appropriatamente intitolato “Cip”, è un susseguirsi di contemplazioni sull’amore in tutte le sue forme. Dal tenero all’appassionato, dallo spensierato al maturo, la capacità dell’autore sa di passato, ma racconta lo stato d’animo del presente. Molto più di altri

Brunori Linkiesta
(Foto da Facebook)

In sospensione nel candore, nel nuovo album di Brunori Sas, appropriatamente intitolato “Cip”, aleggia un’ideologia del “non so” che, poco alla volta, col passare dei pezzi, è come se si convincesse di potercela fare. Sono i timori e i tremori disseminati in quest’opera ideale di musica per sensibili sardine (e altri esemplari ittici buoni), che lo stesso autore definisce una gestalt calabra, evocando il mondo di cui si sente parte – quello dei “super-sensibili” – dove tutto è, prima d’ogni altra cosa, percezione.

Più che una raccolta di canzoni d’amore, “Cip” è una sequenza di canzoni sull’amore. In questo un po’ primi anni Settanta, quand’era dopo l’uragano e prima del diluvio, quando si è cominciato a riflettere esteticamente, e perfino “culturalmente”, sul tambureggiante manifestarsi dei nostri sentimenti, così accessibili nell’esercizio della contemplazione, meno emotivamente dispendioso della rivoluzione – e anche infinitamente meno pericoloso.

Brunori potrebbe essere rimasto chiuso in un cineclub con programmazione scelta di Varda e Fassbinder, con quegli interrogativi etici e filosofici da spigolare poi all’infinito tra le rassicuranti mura di casa, fino ad addormentarsi, per poi ricominciare l’indomani. Gliene facciamo una colpa? Tutt’altro e nella maggior parte dei casi vorremmo fosse così anche per noi, solo ad avere un po’ della convinzione che pare possedere lui.

L’album si apre coi toni da autoanalisi gucciniana di “Il mondo si divide”, che racconta di un Brunori che si fa gran promesse di starsene per una volta “leggero”, senza ficcarsi negli abituali arzigogoli, che poi ovviamente finiranno per ingoiarlo. Invece “Capita così” ha il mood e l’incedere della canzone d’autore della nostra nouvelle vague, inclusi Motta e Coez, solo che Brunori è uno che sulle sue valutazioni ci resta sopra di più, non molla l’osso del sé, non rinuncia alla figurazione dell’uomo allo specchio (con chitarra).

“Mio fratello Alessandro” è un gran bel pezzo, il migliore almeno ai primi ascolti, e un progetto di film possibilissimo. Siamo ancora tra i filoni d’amore, ma stavolta dentro il labirinto d’una famiglia italiana, come la conosciamo, con due ragazzi che a modo loro danno degli strappi, impigliati nella rete. “Anche senza di noi” riprende la descrizione d’uno dei numerosi Brunori che si vedono in circolazione oggi nelle nostre città: pesci fuor d’acqua, eppure attenti conoscitori delle correnti. Si ripresenta la constatazione di poco righe fa, ovvero che questo Dario somigli ad altri Dario che giravano verso la fine del secolo scorso, negli anni in cui la musica era importantissima, la descrizione della propria anima era la necessità imprescindibile e il tutto sprofondava nella coralità solenne dei suoni analogici.

“La canzone che hai scritto tu” è un prodotto da fine-fine serata, notte fonda, singulti di tabagismo, una cosa da uomo vero ma romanticone, reso inquieto dalla fanciulla talmente adorata, da non capirci quasi nulla. “Al di là dell’amore” è costruita per essere la canzone che il pubblico adora cantare insieme a te in concerto: prevede un mandato fiduciario di chi ascolta per la descrizione umana offerta dall’autore, risoluto nell’invocare un “risveglio” che vada addirittura oltre il leit motiv dell’amore a tutti i costi. L’appello è all’“uscir fuori”, alla ricerca di un’empatia vitalistica, che si travasa in “Bello appare il mondo”, un pezzo che trasuda quel desiderio d’essere “popolare” che Brunori deve sentire urgente: spingere il messaggio positivo, farlo somigliare a un abbraccio, abiurare a qualsiasi ermetismo.

In “Benedetto sei tu” questi echi risuonano ancor più forti, assumendo la forma d’una preghiera anacronistica, ma convinta. E all’altezza di questa traccia, ormai, vanno prese delle decisioni: o pronunciare dei distinguo – questo Brunori sì, questo Brunori no – oppure seguirlo nella corsa a rotta di collo giù per la costa d’una collina di campagna, febbrili, eccitati, sentendosi un po’ stupidi quando ti torna in mente l’entusiasmo per “Viva la gente!”, la volta che arrivò nel teatro della scuola. Per fortuna ci si ricompone e si torna a fare gli adulti con “Per due che come noi”, canzone da letto coniugale, diligente ricerca di definizione dei gradi si separazione tra i corpi e il sentimento.

“Fuori dal mondo” poi è un pezzo giulivo e tropicale, un episodio di auto-motivazione per coloro che, appunto, non si sentono mai a loro agio nel calderone quotidiano. E finalmente la chiusa di “Quelli che arriveranno” è riservato alla storia struggente d’un ragazzino che non ce la fa e non avrà nemmeno l’occasione di combattere tutte queste battaglie. Risuonano Lucio Dalla e perfino un po’ De Gregori, e non è per niente un caso, perché Brunori, coi suoi dischi, riesce nel miracolo di raccogliere un insegnamento e mantenerlo vivo, espanderlo e proiettarlo sul presente. Senza pretendere di stupire, senza mettersi maschere, senza trucchi e ritocchi, in un solco di canzoni italiane che davvero non ci avrei scommesso una lira che potessero restare vive e vegete a questo modo.

IL VIDEOCLIP DELL’INCONTRO “PARLA CON DARIO” DEL 10 GENNAIO A MILANO

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