Piero Cecchinato
Specchi e allodole
2 Ottobre Ott 2018 1327 02 ottobre 2018

Il piano gialloverde per concentrare i titoli di Stato in mano italiana

Balcone

Non trattateli come dei balordi incoscienti. C’è un disegno preciso di cieca ideologia.

Il rimbalzo dello spread, la fuga dei capitali esteri. E’ tutto voluto. È il cigno nero di Savona. Una sventura che ci stanno chiamando addosso per poter dire domani di essere stati costretti ad uscire dall’euro e dalla Ue (il lapsus di ieri di Di Maio su questo è rivelatore, mentre il simpatico Claudio Borghi l'ha praticamente confermato).

Questa strategia ruota tutta attorno ad una premessa fondamentale: concentrare il debito pubblico nelle mani degli italiani per avere maggiori margini di manovra.

Sì: di nuovo l'oro alla Patria. Dopo l’autarchica e vanagloriosa follia fascista del 1935, ci riprova oggi il Governo gialloverde. I parallelismi del resto non mancano.

Nel 1935 il capro espiatorio fu la Società delle Nazioni (un'ONU ante litteram), additata dal regime per aver comminato delle blandissime sanzioni all’Italia a seguito dell'invasione dell’Etiopia. Oggi la cattiva è invece l’Europa ordoliberista, amica delle multinazionali e dei poteri forti (come si spieghi l’essere amici delle multinazionali con la botta di sanzioni che la Direzione Concorrenza della Commissione Ue commina in grande scioltezza rimarrà sempre un mistero).

Nel 1935 il regime fascista sollecitò gli italiani a donare il loro oro alla causa autarchica. Un’orgogliosa rivendicazione di isolamento e anarchismo internazionale. Un preludio scontato alla guerra che sarebbe arrivata pochi anni dopo.

Oggi il Governo gialloverde ci riprova con i titoli di stato, che per un Paese iper indebitato come il nostro sono come l’oro. E per assicurarsi che gli italiani abbocchino, la nuova offerta è il “BTp del Popolo” esentasse e, dunque, acchiappa-risparmiatori.

Un vero e proprio specchio per allodole che trova terreno fertile nell’alto tasso di analfabetismo finanziario degli italiani (63%).

L’obiettivo ufficiale è ridurre la debolezza dell’Italia rispetto ai detentori di debito estero. Concentrare il debito nelle mani degli italiani ha, infatti, il pregio di porre il Paese al riparo dalle speculazioni degli investitori stranieri (come se le speculazioni contro i Paesi nascessero dal nulla e non dalle cattive gestioni finanziarie dei governanti). Gli investitori nazionali non hanno interesse a speculare al ribasso sui titoli di stato che detengono, perché si farebbero male da soli, e tendono a mantenere i titoli sino alla scadenza (gli italiani sono molto "cassettisti", si dice), mentre gli investitori esteri tendono a fuggire ai primi sentori di crisi, innescando la spirale dello spread (codardi).

Il fatto che gli investitori nazionali possano farsi male da soli li espone però a facili ricatti dei governanti. Ecco perché si tratta della categoria di creditori ideali per chi detiene il potere.

La fuga dei capitali esteri è quindi voluta o, quantomeno, messa in conto con grande serenità. Gli stranieri non solo non hanno alcun senso della Patria, ma non sono nemmeno abbindolabili o coercibili. Vuoi mettere i sudditi, invece?

Se riusciranno a concentrare il debito nelle mani italiane sarà tutto più facile. Più facile mantenere il consenso e tenere a bada i cittadini, instupidendoli ulteriormente con favole assurde su complotti e nemici esterni da battere. E, poi, far digerire una ristrutturazione del debito o qualche bella imposta patrimoniale (che sul debito detenuto da stranieri mica si può imporre). Un taglio al risparmio e alla ricchezza degli italiani.

Ecco a voi quindi la patrimoniale sul debito pubblico, altro oro alla Patria, un bell'aumento della tassazione sulle plusvalenze dei Btp, tanto su quelle per interessi, quanto sullo scarto di emissione: compri oggi a sconto e ti ritrovi domani la nuova imposta (dai, al 12,5% di tassazione agevolata non ci crede più nessuno).

Per chi è allergico alle imposte patrimoniali c'è invece pronto un bel ripudio del debito. Se non ce la si fa, si deve tagliare. Pazienza se tecnicamente è un default, se usciremo malamente dall'euro e nessuno vorrà più prestarci soldi. Chissenefrega tecnicamente e chissenefrega dei tecnici.

E’ nel nostro interesse, ci diranno. E non mancherà chi, ancora instupidito e in preda all’euforia della battaglia, riconoscerà che è vero. Che è nel nostro interesse, impoverirci.

Un grande rito di espiazione collettiva, un martirio necessario verso la vanagloria dell’abisso.

Riguardatele adesso le due dita in segno di vittoria di Luigi Di Maio che si affaccia al balcone di Palazzo Chigi. Belle, eh?

In fondo, non ha prezzo “recuperare le chiavi di casa”, come dice il Ministro Savona con la bava alla bocca e gli occhi spiritati.

Per questo i gialloverdi non erano troppo dispiaciuti quando quest’estate gli investitori esteri si sbarazzavano di titoli del nostro debito pubblico, che venivano ricomprati da banche e assicurazioni italiane.

Ogni tassello sta andando al suo posto.

Peccato che la detenzione del debito in mano ad investitori esteri sia per il cittadino anche una garanzia. Una garanzia contro la sudditanza. Un’assicurazione contro folli manovre di regime. La necessità di mantenere una certa serietà ed un certo rigore sui conti pubblici di fronte agli investitori esteri è infatti una garanzia prima di tutto per i cittadini stessi.

Cittadini che rischiano di trovarsi in balia dei gestori del potere anche quando il debito sia detenuto all'interno da banche nazionali.

Due giorni fa Adair Turner, già a capo della Consob inglese (la FSA) negli anni del crac di Lehman Brothers ed esperto di crisi sistemiche, ci ha ricordato su Il Fatto Quotidiano quali possano essere le implicazioni dei legami troppo stretti tra il debito del Paese e il sistema finanziario nazionale.

Detenere debito pubblico del proprio stato da parte di una banca è un po’ come tenere insieme bancomat e pin, ci dice Turner. Metafora efficace che dà bene l’idea del rischio a cui ci si espone.

Proprio nella logica dell’euro, aggiunge Turner, le banche italiane non dovrebbero avere nessun titolo pubblico italiano. Dovrebbero avere un portafoglio diversificato di altri titoli di Stato, preferibilmente della zona euro, ma non italiani. Dovrebbero avere titoli non correlati con la propria attività, per evitare di scontare il rischio Paese direttamente sul proprio patrimonio (la crisi dello spread si traduce infatti in contrazione del credito bancario in quelle banche che detengono a patrimonio molti titoli di stato nazionali che si svalutano).

E invece i banchieri italiani finiscono per fare il gioco dei no-euro. Ufficialmente tengono basso lo spread perché, comprando debito pubblico, dimostrano di dare fiducia all’Italia, ma in realtà stanno legittimando il più grande azzardo morale del dopoguerra.

La critica di Turner è rivolta al sistema dell’euro, giudicato incompleto perché non condivide a sufficienza il rischio dei singoli stati e delle singole banche nazionali fra i Paesi membri. Ma l’osservazione è comunque molto pertinente: banche e debito pubblico non stanno bene assieme.

Volete davvero ridurre l'esposizione dell'Italia rispetto a speculazioni straniere?

Evitate manovre folli, scordatevi il Venezuela come modello e, soprattutto, abbassate il debito e fate un favore ai nostri figli, invece di zavorrare il loro futuro.

Italiani, non fatevi corrompere. Non cadete nella trappola.

p.s.: a chi immancabilmente vi dirà che anche il Giappone è altamente indebitato e vive bene e tiene bassa la disoccupazione stampando moneta senza compromettere troppo la produttività e il potere d’acquisto, rispondete che in Giappone i treni arrivano maledettamente in orario. Il che potrebbe sembrare una cosa senza senso, ma costituisce in realtà un’osservazione dal significato e dalle implicazioni macroeconomiche enormi al confronto con l’Italia. Chi è stato in Giappone capirà molto bene la metafora. La sovranità monetaria non è nulla se non è sostenuta da un'economia virtuosa che ispiri fiducia. I Giapponesi finanziano due volte lo Stato: pagando le tasse (con minor evasione fiscale e minor corruzione) e comprando tutto il debito pubblico perché i giapponesi sanno che ognuno ha la missione di fare la sua parte. E i treni arrivano in orario. E' una questione culturale, prima che macroeconomica. La sovranità monetaria viene dopo. Morale della favola: se non sei il Giappone lascia stare e ricordati sempre dell'Italia con la lira negli anni '70.

Good luck.

Piero Cecchinato

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