Federico Iarlori
From Paris with blog
3 Dicembre Dic 2018 1641 03 dicembre 2018

“Gilet gialli”: 3 pregiudizi da sfatare prima di parlarne

Giletsjaunes

Contrariamente a quanto annunciato una decina di giorni fa dai sempre lungimiranti “giornalisti” e “pensatori” dell’establishment, la rivoluzione francese dei “gilet gialli” è tutt’altro che agli sgoccioli.

Iniziato lo scorso 17 novembre per opporsi al piano di rincari del costo dei carburanti, quello dei “gilet gialli” sta diventando, settimana dopo settimana, un movimento di protesta che si oppone in maniera più generale alle politiche “turboliberiste” del Presidente Macron e del suo Governo. E come al solito, più i giornali ne parlano male, più la simpatia dei cittadini nei confronti dei militanti aumenta - attualmente sarebbero appoggiati da circa tre francesi su quattro.

L'eterogeneità del movimento, che non ha un vero e proprio leader ideologico, né un partito politico alle spalle - Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon sono solo dei simpatizzanti -, è all’origine delle interpretazioni più disparate da parte dell’opinione pubblica, che rischia di scivolare tristemente nei soliti luoghi comuni. La responsabilità, ovviamente, va soprattutto cercata nella malafede dei media - molti dei quali sovvenzionati dallo Stato - da cui dipendono la maggior parte delle storture attribuite ai “gilet gialli”.

A suon di dirette, reportage e “analisi” degli “esperti”, infatti, le testate giornalistiche non solo cercano di indirizzare l’opinione pubblica contro i militanti, ma ne approfittano anche per lucrare sugli episodi violenti a margine delle manifestazioni per fare audience. Secondo loro, insomma, i “gilet gialli” sarebbero irrimediabilmente violenti, fascisti, antisemiti, omofobi, anti-ecologisti e chi più ne ha più ne metta.

Ma è davvero così?

1) I “gilet gialli” sono violenti.

È difficile dire il contrario, bombardati come siamo dalle immagini che ci vengono propinate ventiquattro ore al giorno dai canali all news. L’Arco di Trionfo imbrattato e danneggiato, i sampietrini degli Champs-Elysées divelti e lanciati contro i poliziotti, le macchine incendiate, le vetrine sfondate, i volti insanguinati. Lungi dal voler solo esercitare il loro dovere di cronaca, i media vorrebbero farci credere che la violenza sia un aspetto programmatico del movimento, ma non è affatto così.

Più volte interrogati sul tema, i vari portavoce dei “gilet gialli” hanno ripetuto fino alla nausea che le loro sono manifestazioni pacifiche e che - come è sempre accaduto durante gli eventi di questo tipo - gli atti di vandalismo sono dipesi dalle infiltrazioni dei cosiddetti “casseurs” (delinquenti), che non sono creature mitologiche, ma sono anch’essi dei prodotti di decenni di malgoverno e di costante aumento delle disuguaglianze sociali.

Sono proprio questi ultimi, quindi, con i loro gesti “spettacolari”, a fare il giro del mondo; sono i loro volti coperti a finire in prima pagina al posto di quelli scoperti e ben visibili degli studenti, degli operai, dei pensionati, di tutti coloro, uomini e donne, che lavorano - o che vorrebbero lavorare - ma che, schiacciati dal peso sempre più insostenibile delle tasse e abbandonati a se stessi dall’assenza di servizi, stanno drammaticamente scivolando verso la povertà.

Fare finta di non distinguere gli uni dagli altri o di continuare a ignorare sempre gli stessi, non può che essere un atto di malafede.

2) I “gilet gialli” sono fascisti.

Dire che i “gilet gialli” non siano fascisti non significa che tra le decine di migliaia di manifestanti non ce ne sia neanche uno. Come si diceva, quella dei “gilet gialli” - una volta tanto - non è la rivolta di una minoranza, ma quella della maggioranza, la cosiddetta maggioranza silenziosa, sempre più convinta che il suo voto non serva a nulla. Una maggioranza, dunque, eterogenea proprio in quanto politicamente trasversale.

Anche in questo caso, c’è lo zampino dei media. Le foto del comico accusato di antisemitismo Dieudonné, le interviste a chi ammette di aver votato Marine Le Pen e a chi dice che in Francia ci sono troppi immigrati, i titoli dei giornali su un manifestante che si sarebbe fatto scappare una frase omofoba di qua e un’altra razzista di là, il video dei vandali che capovolgono e distruggono una Porsche bianca - cosa ci facesse in quel punto, tra l’altro, resta un mistero - al fine di mostrare al pubblico l’invidia sociale che anima i manifestanti e via dicendo. Ma come si può pretendere che all’interno di un campione che rappresenta l’intera classe media e medio-bassa di un Paese, sempre più impoverita ed esasperata, non ci sia nemmeno un cretino che inveisca contro i gay, contro gli ebrei o che dichiari di aver votato per Marine Le Pen - che, ricordiamolo, ha preso quasi otto milioni di voti al primo turno delle ultime presidenziali. Sarebbe molto meno credibile che non ce ne fossero affatto. Anche in questo caso, spacciare i singoli casi per la regola è indice della volontà ben precisa di screditare il movimento.

3) I “gilet gialli” sono anti-ecologisti.

No, non lo sono. Anzi, se è per questo la maggior parte dei “gilet gialli” non è neanche ecologista, nel senso che loro dell’ecologia se ne fregano altamente, terrorizzati come sono dall’idea di non riuscire ad arrivare a fine mese. I “gilet gialli” che invece all’ambiente ci pensano - eh sì, ci sono anche loro -, manifestano perché si sono resi conto che la manovra voluta da Macron non ha niente a che vedere con l’ecologia, ma ha molto a che vedere con l’ipocrisia.

Come dimostrano i documenti ufficiali pubblicati dal settimanale Marianne, infatti, l’aumento della tassazione sui carburanti che dovrebbe finanziare il famoso processo di “transizione ecologica” tanto sbandierato da Macron, non è affatto proporzionale alla somma che viene effettivamente destinata alla buona causa.

In altre parole, nel 2019 lo Stato prevede di prelevare 37,7 miliardi di euro di tasse sui carburanti, cioè quattro miliardi in più rispetto al 2018. Ma la somma diretta al dossier speciale dedicato alla “transizione ecologica” resta incredibilmente la stessa dello scorso anno, cioè 7,2 miliardi, ovvero il 19% della somma totale.

E che dire della totale assenza di provvedimenti nei confronti dei fattori economici e urbanistici che impongono agli abitanti delle zone rurali - sempre più desertificate - dei tragitti in macchina quotidiani?

Sarà forse il caso di farsene una ragione, ma sono sempre di più i cittadini che non ne possono più dell’ipocrisia della “sinistra al cherosene”, come la chiama il filosofo Jean-Claude Michéa, “quella che naviga di aeroporto in aeroporto a portare nelle università di tutto il mondo (e in tutti i “Festival di Cannes”) la buona parola “ecologista” e “associativa”, e che osa dar loro lezioni”.

Concluderei dicendo che sfatare i pregiudizi legati al movimento dei “gilet gialli” non significa automaticamente essere dalla loro parte in maniera incondizionata, soprattutto perché nessuno può sapere cosa succederà la settimana prossima, né a cosa porterà questa nuova esperienza politica. È però importante cercare di comprenderne le ragioni prendendo le distanze dalla propaganda della società dello spettacolo e dall'approssimazione della twittosfera, che rischiano costantemente di trasformare i protagonisti delle cronache in squadre di calcio e gli spettatori in tifosi della peggiore specie.

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