Dario Accolla
Strani giorni
28 Gennaio Gen 2019 0756 28 gennaio 2019

Giù le mani dall'Accademia della Crusca (che non ha mai detto ciò che scrivono certi giornali)

Crusca1

Funziona così: la Crusca dice una cosa, per altro abbastanza semplice da capire. I giornali fanno il titolo ad effetto. La gente si ferma al solo titolo, senza leggere l'articolo (figurarsi, poi, se qualcuno va a verificare cosa ha detto davvero la Crusca). Parte l'indignazione generale. E, dulcis in fundo, tutti a ricordarci che ne sanno di più di chiunque altro in fatto di lingua italiana. Uno dei commenti più esilaranti l'ho visto sulla bacheca di un amico, in cui un utente si chiedeva chi avesse dato la possibilità a "quei cialtroni" — deduco si riferisse agli esperti e alle esperte di linguistica e filologia della lingua italiana, che lavorano all'Accademia — di ergersi a "corte di cassazione dell'italiano".

Ora, per chi avrà la bontà di approfondire e di continuare la lettura di questo articolo, va detto quanto segue: la cosa semplice da capire — ed è quello che in estrema sintesi dice Vittorio Coletti, esimio studioso che si è espresso in merito ai verbi intransitivi usati transitivamente — è che esistono gli usi regionali e popolari. Ragion per cui al nord si usa l'articolo di fronte al nome di donna (es.: la Carla, la Vale, ecc) e a Roma si usa pizza per intendere un ceffone (es.: te do 'na pizza). Tali usi sono ammessi nel linguaggio parlato. E non potrebbe essere altrimenti, visto che il loro è un uso vivo, quotidiano, e coinvolge milioni di persone. E vi do un'ulteriore notizia: la cosa è vecchia da decenni.

«Diciamo insomma che sedere, come altri verbi di moto, ammette in usi regionali e popolari sempre più estesi anche l’oggetto diretto e che in questa costruzione ha una sua efficacia e sinteticità espressiva che può indurre a sorvolare sui suoi limiti grammaticali» scrive Coletti. La cosa dunque dovrebbe essere nota: non essendo l'italiano un monolite, ci sono alcuni usi "del parlato" ammessi, ma "nel parlato" appunto. E anche in base al contesto comunicativo. Si può dire in altre parole, ma non si può scrivere. Si può dire nel linguaggio quotidiano, ma non nei contesti ufficiali. Lì subentra lo standard (che è la lingua che si trova nelle grammatiche). Ci sarebbe, ancora, un discorso da fare sul mutamento linguistico. Che è sempre "dal basso". Ne sa qualcosa il latino, da cui nascono prima i volgari — letteralmente, lingue del popolo — quindi le lingue nazionali, letterarie in primis.

In linguistica, insomma, si distingue tra norma e uso. La norma è quella fissata nelle grammatiche, l'uso è quello vivo, quotidiano che diverrà nuova "regola" (o norma) domani. In teoria, nessuno di noi dovrebbe usare "lui/lei" come soggetto, eppure l'uso di quel pronome in luogo di "egli/ella" è ormai un fatto acclarato e adottato dalle grammatiche. Linguisti e linguiste non possono non tener conto dei fenomeni che abbiamo nel nostro Paese e che coinvolgono anche gli usi regionali. L'uso, nel sud, è quello della transitivizzazione di certi verbi. È accettabile per la lingua colta scritta? No (ma la Crusca non dice mica il contrario). È usato dai/lle parlanti, perché esito linguistico spontaneo e autonomo? Sì. Ergo, è accettabile. Nel parlato, ovviamente. Accettare lo status quo della lingua e le sue varianti — non solo regionali, per altro — non significa violarne la dignità. Significa conoscerla a fondo.

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