Elisabetta Favale
E(li's)books
28 Ottobre Ott 2019 1619 28 ottobre 2019

The Free di Willy Vlautin. Recensione

Thefree Vlautin

E’ uscito in Italia il 19 ottobre per le edizioni Jimenez The Free dell’autore americano Willy Vlautin, l’autore sarà in Italia dall’11 al 14 novembre per presentare il romanzo.

Il libro

“Leroy Kervin è un giovane soldato della Guardia Nazionale americana gravemente ferito in un agguato durante una missione in Iraq. Rientrato negli Stati Uniti e accolto in una casa famiglia per disabili, guarisce dalle ferite ma piomba in uno stato di inquietudine e incapacità di mettere a fuoco i ricordi. Afflitto dallo smarrimento e dagli incubi, in un raro momento di lucidità tenta il suicidio, fallendo. Ricoverato in ospedale, impotente e semi-incosciente, si rifugia all’interno della sua memoria e trascorre la degenza tra le cure dell’infermiera Pauline e le visite dell’amico Freddie McCall, che per sbarcare il lunario fa due lavori, tra cui il custode della casa famiglia dov’era stato ricoverato Leroy. Tormentato dalla lontananza delle figlie e dai debiti che non riesce a saldare, Freddie si procura un’altra, rischiosa fonte di reddito. Pauline Hawkins è l’infermiera notturna dell’ospedale, sempre gentile e premurosa, ma emotivamente provata dalla presenza del padre, affetto da turbe psichiche. Una nuova paziente, una ragazza scappata di casa, risveglierà in lei emozioni profonde e inattese. Le vicende di questi tre personaggi si intersecano mentre ognuno cerca di dare un senso alla propria solitudine.
Evocando un mondo che deve ancora fare i conti con gli effetti di una guerra dimenticata e con una società che tende a escludere chi si trova in difficoltà, Willy Vlautin con la sua scrittura essenziale cattura i preziosi momenti in cui anche solo un piccolo gesto d’affetto può fare la differenza tra la vita e la morte, tra la prigionia e la libertà. The Free è un romanzo allo stesso tempo dolente e pieno di speranza.”

La mia lettura

I tre personaggi principali che si alternano nei capitoli del romanzo di Willy Vlautin, sono tutto tranne che liberi. Leroy è prigioniero della paura che gli ha lasciato la guerra, per lui recuperare lucidità significa amplificare il terrore quindi vive in un mondo distopico costruito nella sua mente. Pauline è prigioniera della malattia mentale di suo padre, è prigioniera del desiderio di amore mai ricevuto, è prigioniera dell’ansia di non essere accettata da quel padre anaffettivo e crudele. Freddie è prigioniero delle sue scelte sbagliate, è prigioniero dei debiti, del desiderio di cambiare e dell’incapacità di farlo.

Quello che ho amato di questo romanzo è il modo in cui Willy Vlautin riesce a raccontare la vita attraverso un insieme di piccole cose, di gesti insignificanti, di routine e nella ripetizione inesorabile, nei dettagli semplici svela la grande bellezza, la forza della normalità, perché, ci piaccia o no, le persone si ammalano, i lavori si perdono, gli amori finiscono e l’unica cosa che possiamo fare è solo andare avanti. I personaggi di Vlautin non si crogiolano nella disperazione e questo li rende umili eroi del quotidiano:

Pauline: “Era una donna tarchiata e di media statura, sui trent’anni, con i capelli castano scuro e gli occhi marroni. Sapeva di shampoo e sigarette. Da lontano aveva un bel viso. Era solo da vicino che si vedevano le rughe attorno agli occhi e alle labbra e i segni dell’acne. Aveva un aspetto stanco.”

Pauline offre aiuto a tutti, il suo atteggiamento pragmatico e apparentemente distaccato tace la verità: Pauline sta soffocando nella solitudine più nera, non ha più la forza di farsi carico del dolore altrui continuando a ignorare il suo, eppure va avanti.

“Gli occhi di lui si riempirono di lacrime. Il viso cominciò a contrarsi e dovette tossire per schiarirsi la voce. «Ti voglio tanto bene» le disse. Tossì di nuovo, le versò una tazza di caffè e le lacrime gli colarono sul viso. Mise nei piatti le uova strapazzate insieme a una mezza dozzina di cracker e a qualche foglia di lattuga, poi si sedettero e mangiarono.”

In questa scena di Pauline e suo padre c’è, per me, la perfezione narrativa. Ogni particolare, dal colpo di tosse alla foglia di lattuga, contribuisce a rendere realistico questo momento.

E Freddie: “Suo nonno aveva costruito la casa, e adesso Freddie la stava mandando in rovina. Gli era stata regalata senza ipoteche, e adesso ne aveva due. Non c’era il riscaldamento né la raccolta della spazzatura, ed era indietro con le bollette della luce. Alla fine sapeva che l’avrebbe perduta del tutto.”

La vita di Freddie è una montagna di conti da pagare, due figlie piccole lontane, una moglie che lo ha lasciato, due lavori da mandare avanti, uno di notte e uno di giorno per arrivare a non riuscire comunque a pagare le spese.

In questa città senza nome nello stato di Washington l’indigenza è rappresentata da confezioni di pollo fritto e Dr Pepper, da lattine di zuppa di noodle al pollo e burrito surgelati.

L’America di Willy Vlautin è quella del junk food, della crisi economica, dei fanatici religiosi, della droga, è l’America che fa le guerre degli altri (Leroy è stato in Iraq), è l’America dove perfino l’industria automobilisica è andata in malora:

“«La mia prima auto era una Chevy».

«Tutte e due fatte a Detroit» disse Freddie.

«Adesso Detroit è andata in malora» disse l’uomo.

«Una volta Detroit veniva chiamata la città del futuro, per un po’ non c’è stata una sola persona in tutti gli Stati Uniti che avrebbe mai comprato un’auto fatta da qualche altra parte. Adesso è il contrario. La gente non sembra desiderare altro che automobili asiatiche e a Detroit non ci vuole vivere più nessuno. Ho sentito dire che ti regalano palazzi interi, basta che ci paghi le tasse».

[…]Costruiscono qualcosa, qualcosa di valore. Spendono tutta la vita per quell’obiettivo. Poi arrivano i figli e si prendono tutto.”

Cosa unisce questi personaggi in una impercettibile trama da disvelare?

Nelle loro vite trovano spazio tutti i poli catalizzatori più rilevanti per la gente comune e Vlautin li racconta davvero bene:

“Aprì il negozio con quattro minuti di ritardo e bevve tanto caffè per affrontare il via vai della mattina. Alle undici e mezzo, mentre spazzava il pavimento, Pat posteggiò la Pontiac Gran Prix di sua moglie davanti al negozio. Poi varcò la porta a vetri portandosi dietro una confezione di pollo fritto surgelato e un litro di Dr Pepper. «Com’è andata stamattina?».

«Jensen è passato a prendere 260 litri di Aura».

«Non scherzi?».

«Ci ha ripuliti. Lo sapevo che l’Aura gli piace. Poi c’è stata un’altra mezza dozzina di vendite da cento dollari. E Barney ha preso quell’appalto per ristrutturare il complesso di appartamenti e ha comprato settanta litri di primer. Ha detto che torna nel pomeriggio a prenderne altri trenta. Se oggi non ce la fa, viene domani».”

The Free non è reale, The Free è un gruppo armato di sterminio di destra nato nella mente di Leroy Kervin.

La libertà a cui ambiscono tutti è la libertà dalle proprie catene emotive.

“Lui prese due cracker, se li infilò in bocca e iniziò a masticare.

«Che fai questo weekend?» chiese lei di nuovo.

«Tu che pensi?» disse lui, e riabbassò lo sguardo sulla zuppa.

Teneva il cucchiaio come un coltello, ricominciò a mangiare e il brodo cadde un’altra volta sul tavolo.

Con una voce da uomo, lei disse: «E tu, Pauline? Che fai questo weekend?».

«Ah, non lo so» si rispose con la propria voce. «Magari vado a New York e mi metto a fare la prostituta».

«A New York non fa freddo in questo periodo dell’anno?» disse lei con voce profonda. «Forse ti conviene aspettare la primavera».

«La primavera, dici?».

«Sì, la primavera è un buon periodo per stare in mezzo alla strada».

Penso che leggerò altro di Willy Vlautin perché The Free è un gran bel romanzo.

The Free - Willy Vlautin- Edizioni Jimenez (Traduzione di Gianluca Testani) pg 256 € 18,00

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