Inferno di fango L’alluvione epocale in Nigeria, e la vulnerabilità climatica del Global South

Il nord del Paese ha da poco superato una lunga siccità che ha reso il suolo incapace di mitigare le inondazioni. L’elevato numero di case sulle rive del Niger e la scarsa manutenzione dei canali di drenaggio hanno fatto il resto. Le piogge sono normali in questa stagione, ma l’evento della scorsa settimana ha superato ogni previsione

AP Photo/LaPresse (ph. Usman Salihu Mokwa)

L’Università di Notre Dame ha sviluppato un indice – l’ND-GAIN Country Index – che valuta ogni anno la vulnerabilità climatica di 187 Paesi e la loro capacità di adattarsi alle conseguenze del riscaldamento globale. La classifica del 2022 vede sul podio la Norvegia, la Finlandia e la Svizzera; l’Italia è 36esima in mezzo a Kazakistan e Qatar; la Nigeria è in zona rossa, al 152esimo posto, prima del Mozambico e dopo il Gambia. 

Parliamo della Nigeria perché il Paese dell’Africa occidentale sta contando i danni di quella che il governatore del distretto di Mokwa ha definito «l’alluvione peggiore degli ultimi sessant’anni». Tra mercoledì 27 e venerdì 29 maggio, l’area centro-settentrionale dello Stato è stata colpita da precipitazioni incessanti che hanno rotto gli argini del fiume Niger, causando numerosi allagamenti. Due ponti sono stati inghiottiti dalle acque e più di duecento case non esistono più. 

La situazione è talmente critica che i soccorritori hanno deciso di interrompere le operazioni di salvataggio. Non ci sono le risorse né le speranze per proseguire, e ora la priorità è diventata la protezione della popolazione dalle infezioni dovute alla contaminazione delle acque alluvionali – che si mescolano con i liquami fognari – e alle condizioni igieniche precarie. 

Secondo l’agenzia Reuters, che cita i dati aggiornati al 4 giugno, sono stati trovati centosessanta cadaveri; almeno novantotto persone risultano ancora disperse. In un articolo pubblicato lunedì, la Bbc parla invece di duecento morti e cinquecento dispersi. Alcuni siti ed emittenti locali sostengono però che i dispersi siano mille e i decessi duecento. Insomma, al momento è difficile, se non impossibile, stabilire esattamente l’entità del disastro. «È tutto distrutto, non riesco nemmeno a capire dove si trovava casa mia», dice Sabuwar Bala, cinquant’anni, venditrice di patate dolci, a France24. 

La Nigeria, importante esportatore di gas e petrolio, è lo Stato più popoloso dell’Africa e può contare su una delle economie più floride del continente, nonostante una distribuzione del reddito drammaticamente diseguale. Il settantotto per cento del territorio, secondo la Banca mondiale, è destinato all’agricoltura, un settore sì fondamentale (copre il 25,18 per cento del Pil nazionale) ma anche arretrato, povero di tecnologie all’avanguardia, strutture di governance e attenzione politica, e quindi fragile dinanzi alla crisi climatica. 

Il meteorologo Faye Hulton scrive sul Guardian che le forti precipitazioni «non sono insolite in questo periodo dell’anno in Nigeria». Parliamo di un Paese dal clima tropicale in cui la stagione delle piogge inizia ad aprile e finisce a ottobre: una caratteristica, prosegue Hulton, legata «alle differenze di temperatura tra terra e mare». L’intensità delle piogge di settimana scorsa, però, ha pochi eguali nella storia del Paese. È stata «un’alluvione senza precedenti», scrive l’Agenzia nazionale per la gestione delle emergenze (Nema). 

A ricoprire un ruolo importante in questa storia è anche una fascia atmosferica chiamata «zona di convergenza intertropicale» (Itcz), spesso definita «equatore climatico». Ne parlava Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr, su Linkiesta qualche mese fa: «Nei pressi dell’Equatore, dove il suolo è sempre più caldo a causa del sole molto alto nel cielo, nascono le cosiddette celle convettive (aria calda che sale, ndr) e si creano i temporali più forti del mondo, con nubi altissime che scaricano una quantità notevole d’acqua. Tant’è vero che l’Africa, in quella zona lì, è piena di foreste pluviali tropicali».

Secondo Pasini, la «zona di convergenza intertropicale» – che è un’area di bassa pressione in cui l’aria calda e umida proveniente dagli emisferi settentrionali e meridionali sale verso l’alto – «si sta spostando verso nord», dove le popolazioni non sono pronte ad affrontare quantità d’acqua così copiose. 

«La zona di convergenza intertropicale si sposta verso nord durante l’estate nell’emisfero settentrionale, il che significa che quest’area di bassa pressione si trova ora sopra l’Africa del nord, favorendo maggiori precipitazioni. Al contrario, durante l’inverno, l’Itcz si sposta verso sud, portando condizioni più secche nell’Africa occidentale», spiega Hulton. 

La Nigeria aveva affrontato una situazione simile durante le alluvioni estive del 2022, con più di 660 morti, un milione di sfollati e 440mila ettari di terreni agricoli allagati. L’evento della scorsa settimana, però, si è rivelato molto più violento, compresso e difficile da prevedere. Oggi come allora, la popolazione non è supportata da adeguati sistemi di allerta precoce (early warning systems), considerati degli elementi importantissimi in termini di adattamento climatico. La stampa internazionale sta spesso usando il termine «flash floods» (alluvioni lampo) per descrivere un fenomeno meteorologico che sta avendo una copertura mediatica molto scarsa nel cosiddetto Global North

Le comunità della Nigeria settentrionale, secondo France 24, si stanno lasciando alle spalle un periodo di siccità prolungata che ha reso il suolo secco, arido e incapace di assorbire l’acqua piovana in eccesso. Intervistato dall’Associated Press, Aliki Musa – tra i principali esponenti del governo locale di Mokwa – ha detto che i suoi concittadini non sono abituati ad alluvioni così distruttive e improvvise.  

In un comunicato stampa, l’Agenzia nazionale per la gestione delle emergenze ha scritto che la presenza di numerose case sulla riva del Niger e la scarsa pulizia dei canali di drenaggio – otturati da enormi quantità di rifiuti – hanno aggravato gli effetti dell’inondazione. Anche a causa dell’assenza di studi di attribuzione, è ancora impossibile stabilire un legame diretto tra le piogge della scorsa settimana e il riscaldamento globale di origine antropica, ma l’alluvione si inserisce all’interno di un trend climatico estremo e scientificamente condiviso. 

Un altro fattore che sta incrementando la vulnerabilità climatica della Nigeria – e di tutti i Paesi del Global Southè la deforestazione dovuta alla produzione di carbone vegetale e all’espansione agricola. Stando ai dati del Global forest watch (Gfw), tra il 2002 e il 2024 il Paese ha perso 188mila ettari di foresta primaria umida (-9,9 per cento). Il disboscamento, oltre a gravi perdite di biodiversità, innesca una lenta ma inesorabile erosione del suolo, sempre più esposto agli eventi meteorologici estremi. 

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