Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (puoi iscriverti qui) – L’estate sta per iniziare ed è tempo di pagelle, non solo a scuola. La notizia buona – non giustamente celebrata, come racconta Ferdinando Cotugno nell’editoriale di apertura del suo podcast “Areale” – è che la classe dei ventisette Stati membri dell’Unione europea è stata promossa da Ursula von der Leyen e dalla sua Commissione.
L’analisi dei singoli Pniec, i Piani nazionali integrati dell’energia e del clima, ha mostrato che siamo «collettivamente» (avverbio da sottolineare e ricordare) sulla buona strada per rispettare il target europeo al 2030 sulla riduzione delle emissioni nette di gas climalteranti: -55 per cento rispetto al 1990.
Continuando ad applicare le norme climatiche ed energetiche attualmente in vigore – senza depotenziarle, snaturarle o abrogarle –, entro fine decennio taglieremo le nostre emissioni del 54 per cento rispetto ai livelli registrati quarant’anni prima. Significa, stando alle stime di Bruxelles, che ci manca un punto per centrare l’obiettivo che ha dato il nome al pacchetto di riforme principali del Green deal. Oggi siamo al -37 per cento.
È un piccolo ma incoraggiante sospiro di sollievo per la Terra, perché la riduzione delle emissioni di gas serra è fondamentale per frenare il cambiamento climatico ed evitare le conseguenze più gravi e pervasive del riscaldamento globale.
Questo risultato ha convinto Wopke Hoekstra, commissario europeo per il Clima, a rispolverare l’attesissimo target climatico intermedio dell’Unione europea: -90 per cento di emissioni nette rispetto al 1990 entro il 2040. «Le emissioni sono diminuite del 37 per cento dal 1990, mentre l’economia è cresciuta di quasi il 70 per cento. L’azione per il clima e la crescita vanno di pari passo», ha detto.
Oggi questo obiettivo, fondamentale per arrivare al «net zero» al 2050, ha una scarsa concretezza a livello politico. A febbraio 2024 è stato al centro di una raccomandazione della Commissione, che aveva promesso di presentare una «proposta legislativa» vincolante dopo le elezioni europee dello scorso anno.
Con grande ritardo, l’annuncio dovrebbe arrivare il 2 luglio 2025 e, secondo uno scoop di Politico, Hoekstra permetterà agli Stati membri di centrare l’obiettivo al 2040 facendo affidamento sui crediti di carbonio internazionali, associati dunque a progetti esteri sulla riduzione delle emissioni.
La notizia cattiva della pagella della Commissione europea è che la mitigazione climatica sta avvenendo a velocità diverse. È tutta una questione di prospettive, che in questo caso sono entrambe corrette e significative. Siamo «collettivamente» sulla buona strada per raggiungere un obiettivo molto ambizioso, ma singolarmente ci sono delle carenze inaccettabili per il periodo storico in cui viviamo.
La scadenza per presentare la bozza aggiornata dei Pniec era fissata al 30 giugno 2023, ma ci sono tre Paesi che non hanno ancora inviato i propri documenti: Belgio, Estonia e Polonia (dove lunedì ha vinto il ballottaggio delle presidenziali il candidato di estrema destra Karol Nawrocki, quindi non aspettiamoci un’accelerazione). In più, la Slovacchia ha inoltrato il suo Piano solo il 15 aprile 2025, dunque gli esperti della Commissione sono ancora alle prese con le loro valutazioni.
Poi c’è l’Italia, che è lo studente sonnecchiante e fastidioso in fondo all’aula. «Bruxelles evidenzia che l’Italia dovrà investire nel potenziamento della rete elettrica e in strumenti normativi che possano assicurare una giusta transizione», dice Francesca Bellisai, analista Politiche Ue e Governance del think tank Ecco. La giusta transizione (o just transition) è un concetto fondamentale in questa storia, perché coniuga la sostenibilità ambientale-climatica con la sostenibilità sociale e la sostenibilità economica. Queste tre sfere hanno senso solo se si parlano, si contaminano, si valorizzano.
Tuttavia, il nostro Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) è privo di un’analisi dettagliata degli impatti occupazionali e sociali di un percorso che ha il perimetro e il contenuto di una rivoluzione industriale. Come fa notare Ecco, dall’impianto normativo italiano «emerge la carenza di indicatori chiave per la preparazione dei Piani Sociali per il Clima» (da presentare entro giugno), gli strumenti voluti dall’Ue per abbassare i costi della transizione ecologica per i cittadini e le imprese più vulnerabili.
Nemmeno due mesi fa, non a caso, Giorgia Meloni proponeva di svuotare il nostro Piano Sociale per il Clima e reinvestire i suoi 7 miliardi per aiutare le imprese più esposte ai dazi di Donald Trump.
La subdola strategia del governo è chiara: da una parte, sgonfiare le norme climatiche italiane con la scusa degli impatti economici e occupazionali – sistematicamente ingigantiti – della transizione verde; dall’altra, non agire per rendere la transizione più etica, appetibile e democratica. Basti pensare che Roma non ha ancora elaborato gli indicatori nazionali sulla povertà energetica.
Un’altra lacuna del Pniec riguarda i settori coperti dal cosiddetto Effort sharing regulation (Esr): trasporti, edifici, rifiuti, agricoltura e piccola industria (insieme rappresentano circa il sessanta per cento delle emissioni comunitarie). L’obiettivo dichiarato dall’Italia è ben lontano da quello deciso a livello comunitario, che significa – ricorda Ecco – una distanza cumulata di 100 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.
La colpa è soprattutto dei trasporti italiani, ancora lontani da una decarbonizzazione accettabile. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), le emissioni del settore – anziché calare – sono aumentate di oltre il 7 per cento tra il 1990 e il 2023. Si tratta dell’unico comparto, assieme a quello dei rifiuti, che in Italia è sulla via del peggioramento. In Italia, le emissioni dei trasporti provengono per il 90 per cento dal trasporto stradale (siamo il Paese più motorizzato dell’Ue) e rappresentano il 28 per cento del totale nazionale.
La Commissione europea ha criticato il Pniec italiano anche per le sue carenze nei settori Lulucf – un complicatissimo acronimo che significa Land use, land-use change and forestry (uso del suolo, cambiamento dell’uso del suolo e silvicoltura) – e delle energie rinnovabili.
Secondo l’esecutivo comunitario, le scelte del governo Meloni sulle aree non idonee all’installazione di impianti eolici e solari (come i terreni agricoli, perfino quelli in stato di abbandono) rischiano di ostacolare il raggiungimento degli obiettivi della Direttiva Red III, secondo cui le rinnovabili dovrebbero soddisfare il 42,5 per cento dei consumi energetici Ue entro il 2030. L’esempio dell’eolico offshore, escluso dal secondo round di incentivi del Decreto Fer2, è emblematico.
Un’analisi del Wwf segnala infine un ammonimento sul nucleare di nuova generazione, uno dei cavalli di battaglia del nostro governo. Ma, al netto di un vago disegno di legge e di una newco che valuterà gli esempi stranieri più adatti al contesto italiano, non esistono elementi concreti e tempistiche certe. «La Commissione europea – scrive il Wwf – chiede espressamente all’Italia di chiarire tale opzione, sottolineando le implicazioni critiche che essa comporta in termini di costi, tempi di realizzazione, accettabilità politica e cooperazione regionale».