
In una delle prime scene del film si vede la storica battaglia di Gettysburg del 1863, rappresentata in pompa magna e con grande enfasi patriottica, in una di quelle grandi feste popolari che ricordano i momenti cruciali della storia americana. È in sovraimpressione la scritta «bullet to bullet», proiettile su proiettile. La tattica guerriera seguita fin dai tempi della guerra di secessione, con l’apice proprio in quella battaglia fratricida, è il perno su cui gira il nuovo film di Kathryn Bigelow (nelle sale dall’otto ottobre), un vorticoso meccanismo narrativo che mette in scena un’angosciante giornata in cui tutto sembra precipitare verso una guerra nucleare.
Il proiettile atomico che si sta per schiantare su Chicago, lanciato da non si sa quale potenza nemica, potrebbe venire fermato da un missile sparato dalle basi americane, bullet to bullet, ma, nonostante il costo miliardario del dispositivo, le probabilità di riuscire a disintegrare la testata che si sta per schiantare sul suolo americano arrivano a malapena al sessanta per cento. Tattica guerriera da rivedere, quindi?
Ed è con la metafora di una casa piena di dinamite, “A House of Dynamite”, titolo del film, che Kathryn Bigelow riassume il tempo che abitiamo: un tempo che vede la fine di un’epoca concentrata sulla non proliferazione nucleare, con tanto di trattati firmati dalle grandi potenze. Potrebbe diventare un classico contemporaneo, con la sua appassionata analisi dei nostri rischi epocali e delle vulnerabilità di un apparato militare gigantesco, ma non infallibile, come lo è stato “Il dottor Stranamore”, il capolavoro di Stanley Kubrick negli anni Sessanta.
Ma se nel suo film l’attacco nucleare rimane senza un mandante certo, nonostante i più sofisticati sistemi di tracciamento e la disponibilità dei migliori analisti, che si interrogano su Corea del Nord, Cina o Russia; un altro cinema americano affronta una minaccia interna: the enemy within, il nemico interno. Di un’America che combatte contro sé stessa si parla esplicitamente nel distopico e potente “Civil War” di Alex Garland, dove un presidente al terzo mandato rimane asserragliato in una Casa Bianca messa a ferro e fuoco da un esercito di Stati ribelli. Tutto attraverso gli occhi di un gruppo di giornalisti, in cui spicca una reporter di guerra che ha i tratti dolenti e sfiniti di chi ha visto troppo orrore: «Ho cercato ogni volta di mostrarvelo, eppure eccoci ancora qui».
E se per i MAGA, trascinati da un presidente che ha esaltato gli assalitori del Congresso, il nemico interno si identifica in tutto ciò che può collocarsi vagamente nel campo democratico, un film che ha circolato poco, ma reperibile sulle piattaforme, è “The Order”, tratto da una storia vera e ambientato nel 1984, ma che ci parla apertamente dell’oggi. Un poliziotto dell’FBI, che ha il volto di Jude Law (prossimamente sugli schermi nei panni di Putin, ne “Il mago del Cremlino”, di Olivier Assayas), si mette sulle tracce di un gruppo eversivo di suprematisti bianchi neonazisti. Uscito in piena era trumpiana, quando era chiaro il contributo dell’estrema destra alla seconda vittoria di Trump, presente con vari ministri nella sua amministrazione, ha avuto ovviamente vita difficile.
Impossibile, invece, ostacolare il grande successo che continua ad avere l’ultimo, bellissimo film di P. T. Anderson, “Una battaglia dopo l’altra”, che rasenta il realismo e un’attualità fino a poco tempo fa inimmaginabile. Eravamo abituati alle spy stories sulle lotte intestine tra le varie agenzie della Cia, ai cani sciolti ingaggiati dai vari capetti che tramano nell’ombra per potere o denaro, o perfino per ragioni patriottiche, ma qui c’è un’America spezzata, dove l’inferno degli immigrati si intuisce nelle tenebre delle gabbie lungo i confini, la caccia ai clandestini somiglia alle più truci rappresaglie, le città saltano per aria e c’è chi nasconde le famigliole dei migranti nelle cantine. Sembra una giornata tipo dell’ICE.
Per contro, un’élite di potenti suprematisti bianchi, con grandi capacità di manovra nelle alte sfere dell’esercito e della politica, si incontra in certe lussuose ville sotto l’egida religiosa di San Nicola. Che si tratti di Project 2025? Il film di Anderson parte da quel grande serbatoio di idee geniali che è la narrativa di Thomas Pynchon, in questo caso dal romanzo “Vineland”: al centro, un gruppo di ex rivoluzionari alla cui caccia si dedica un militare che aspira a entrare nel gruppetto suprematista. Ma il regista, che è anche sceneggiatore e direttore della fotografia, colloca il tutto in una cornice che inquadra perfettamente l’attuale momento della storia americana, senza rinunciare mai al grande cinema.
Come quando ci porta, per un tempo infinito, lungo una strada tutta discese e risalite, dentro un abbagliante paesaggio americano, per chiudere nel modo più umano possibile una storia che sembrava disperata. Un lume di speranza c’è. Non un instant movie: il sentore di cosa stava arrivando doveva essere già tutto chiaro nella lunga gestazione produttiva, eppure si rimane attoniti da tanta precisione.
Martedì trenta settembre, Trump: «Ho detto a Pete Hegseth, il segretario alla guerra, che dovremmo usare alcune delle pericolose città americane come campi d’addestramento per i nostri militari». Una frase che potrebbe riassumere la non più distopica “Civil War” e “The Order”, di cui tratta il film con Jude Law.
E se, nel film della Bigelow, tutto sommato le persone alla Casa Bianca, compreso un atletico presidente nero, sono gradevoli e umane, il ruolo del tipico villain, in un mondo rovesciato, lo gioca proprio un presidente in carica – un presidente contro il suo stesso popolo. In un geniale cartoon pubblicato su X, a un Trump che afferma «The enemy is within…», uno di quei generali presenti alla famosa riunione di Quantico risponde: «Lo sappiamo, ce l’abbiamo proprio davanti».