Videocon, il gigante indiano prende i soldi (pubblici) e scappa

Il tribunale di Frosinone ha accolto l'istanza di fallimento presentata dalla Videocon di Anagni, azienda di proprietà della famiglia indiana dei Dooth. Sotto un macigno di quasi 100 milioni di euro di debiti, 1.300 operai in cassa integrazione hanno perso definitivamente il lavoro. Ecco come gli...

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30 Giugno Giu 2012 1045 30 giugno 2012 30 Giugno 2012 - 10:45

Nel 2050 l’India sarà la prima potenza economica nel mondo. Lo dicono gli analisti internazionali e da ieri lo pensano ancora di più gli italiani. Perché si è conclusa, dopo sette anni, la storia dei Dhoot, una delle più ricche famiglie del pianeta, proprietaria del colosso dell’elettronica Videocon di Anagni. Dopo aver intascato oltre 100 milioni di euro per investimenti, gli indiani hanno abbandonato la Videocon, portandola al fallimento, decretato dal tribunale di Frosinone, al quale era stata presentata l’ennesima istanza dei creditori. Debiti su debiti, accumulati dal 2005 a oggi, per un importo di cento milioni di euro.

Chi immagina la famiglia Dhoot disperata e in rovina, però, si sbaglia. Gli indiani continuano a produrre televisori, condizionatori e altri elettrodomestici in Asia, dove la manodopera ha un costo più basso e i ricavi possono lievitare. I disperati sono altri, i 1.300 dipendenti dello stabilimento di Anagni, che dopo sette anni di cassa integrazione hanno perso definitivamente il lavoro.

La sentenza ha stroncato sia le speranze dei lavoratori che quelle dello Stato italiano, che probabilmente non recupererà mai i fondi messi sul piatto per incentivare gli investimenti asiatici. I Dhoot arrivarono ad Anagni nel 2005, quando acquistarono la ex Videocolor dalla Thomson. Prima ancora, nel 1998, avevano investito a Pavia, comprando l’85% della Necchi compressori. Lo schema Videocon cominciava a muovere i primi passi: acquisto di una fabbrica, minaccia di dismissioni, incasso di fondi pubblici (25 milioni da ministero dell’Industria), chiusura e fallimento. A firmare quell’accordo, il 5 maggio del 2000, furono Pradip N.Dhoot, presidente della Videocon Group, ed Enrico Letta, all’epoca ministro dell’Industria.

Uno schema facile, perché non ripeterlo altrove? Così i Dhoot arrivarono in Ciociaria. Lì si fabbricavano componenti per i televisori, dal tubo catodico agli schermi, gli indiani proposero una produzione più variegata. Non solo tv, ma anche condizionatori e schermi al plasma, che all’epoca rappresentavano un’innovazione. La francese Thomson cedette alla Videocon anche una dote da 180 milioni di euro. Troppo? Anzi, troppo pochi per gli indiani, che trattarono con il ministero dello Sviluppo economico una nuova pioggia di fondi. Il 17 novembre del 2006 arrivò il via libera: la Videocon si impegnava a sostenere investimenti per 307 milioni di euro ad Anagni, 171 milioni per attività industriali e il resto per ricerca e sviluppo. Lo Stato ci metteva circa 36 milioni, la Regione Lazio altri 11.

Nello stabilimento di Anagni furono trasferite linee di produzione provenienti da Taiwan, alcune ancora imballate e mai utilizzate. Nel loro viaggio verso Sud, i Dhoot sono arrivati a Rocca d’Evandro, in provincia di Caserta, dove hanno insediato la Digital Display Devices. Qui si producono pannelli televisivi Tft-Lcd, schermi piatti e monitori per computer. Un investimento da circa un miliardo di euro, con la possibilità di creazione di mille posti di lavoro. La quota a carico di Stato e Comunità europea è di 179,8 milioni di euro, con 59,9 già stanziati dalla Regione Campania.

Ad Anagni, il tourbillon di blocchi della produzione, cassa integrazione e proteste degli operai è proseguito per sette anni. Una delle manifestazioni, sfociata nell’occupazione dell’autostrada A1 nel 2009, ha portato alla condanna di 150 operai per interruzione di pubblico servizio. In questa storia finora sono gli unici colpevoli.

 

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