La sindrome dell'impostore

Da San Pietro a Odisseo, storia psicologica dell’impostura, un’attitudine tipicamente umana

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15 Marzo Mar 2015 1430 15 marzo 2015 15 Marzo 2015 - 14:30

Odisseo era un impostore efficace e consapevole. Mentiva sapendo di mentire e sempre al fine di ottenere un vantaggio concreto e determinato. Un simulatore, che per la psicologia clinica non è un disturbo. Dapprima si finse pazzo per non partire per la guerra di Troia. Scoperto da Palamede, a sua volta decise di sgamare un altro aspirante improbabile pacifista e obiettore di coscienza: Achille. Si finse mercante di chincaglierie femminili per avvicinare Achille imboscato alla corte di Licomede re di Sciro per non partire per la guerra di Troia. Travestito da donna si fingeva dama di compagnia per le figlie del re, sotto il nome di Pirra: la rossa. Sorprende questo Achille imboscato e simulatore a sua volta? Vent’anni dopo Odisseo simulò ancora, si finse mendico per avvicinare i Proci, i pretendenti che bivaccavano nel suo palazzo, sorprenderli senza armi e ammazzarli col suo arco.

Pietro invece mentiva inconsapevolmente. Promette a Cristo fedeltà fino alla fine, e invece lo rinnegherà tre volte. Mente e, pare, non sa di mentire. Perciò non simula, è sincero nel suo trasporto superficiale e leggero. Si commuove di se stesso, si commuove delle sue parole al vento e prive di sostanza, della sua virtù non temprata e della sua promessa di fedeltà non messa alla prova e che non gli costa nulla. Ancora non sospetta nemmeno cosa significhi davvero mantenere la fedeltà di fronte al vero rischio di essere arrestato, torturato e infine crocefisso. Il suo facile entusiasmo è privo di spessore. Come mentitore è una frana, e infatti Gesù subito glielo dice: “Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte“. Eppure con quale insistenza gli aveva promesso fedeltà davanti al rischio supremo: “egli [Pietro], con grande insistenza diceva: «Se anche dovessi morire con te non ti rinnegherò»” (Vangelo di San Marco, 14, 28 – 31).

Questa capacità di credere alle proprie stesse bugie in psicologia ha vari nomi. Per alcuni si tratta di un auto-inganno. Per altri è semplicemente un’errata valutazione, un errore sincero, una debolezza umana. Però tutti sono d’accordo nel ritenere che questo tipo di simulazione esprima un disturbo psicologico. Tra le diagnosi psichiatriche troviamo il “disturbo fittizio”, in cui il mentitore simula o esagera i propri sintomi al fine di assumere il ruolo di malato. Questo disturbo è differente dalla simulazione, in cui la persona cerca di passare da malato per ottenere dei vantaggi concreti e pratici, un po’ come faceva Odisseo. Nel disturbo fittizio, invece, i vantaggi sono solo emotivi e relazionali: ci si finge malati per farsi accudire e amare, per ricevere cura e attenzione. Questo consente all’impostore di sentirsi sincero. Egli è sinceramente sofferente, e questo in qualche modo fornisce un sapore soggettivamente vero alle malattie che simula.

L’impostore del disturbo fittizio è sincero nel suo inganno e questo potrebbe aiutarlo a ingannare meglio. O no? O, al contrario, è proprio la sincera adesione alla propria impostura che svela l’inganno, come accadde a Pietro? Mentre Odisseo, sempre padrone di se stesso e consapevole delle sue imposture, era molto meno propenso a tradirsi?

Esistono quindi due imposture: una per ottenere vantaggi, l’altra per ottenere attenzione e perfino forse amore. E su questa strada la psicologia offre una ricca casistica. Abbiamo visto il disturbo fittizio. C’è un grado ulteriore, quella condizione che un tempo si chiamava isteria e che oggi si è ramificata in varie denominazioni, di cui le principali sono due: la prima è il disturbo di conversione e l’altra è il disturbo di personalità istrionico.

Nel disturbo di conversione il paziente presenta dei sintomi neurologici, come alterazioni della coordinazione e dell'equilibrio, paralisi localizzate, afonia, perdita della sensibilità tattile o del dolore, cecità, sordità, allucinazioni, convulsioni. Il tutto però senza alcuna reale alterazione neurologica. Tecnicamente, son tutte balle. Però non si tratta né della simulazione e nemmeno del disturbo fittizio, perché in questo caso non c’è volontarietà, non c’è alcun stato intenzionale. La persona soffre davvero di stati mentali dolorosamente intensi, verso i quali è così cieca e emotivamente analfabeta che non riesce a decifrarli come stati mentali ma come alterazioni involontarie della sensibilità e delle capacità motorie. Se d’inganno si tratta, esso è così perfettamente eseguito che l’autore stesso è giunto a dimenticarsene e a farsene ingannare. Nel disturbo da conversione, la vecchia isteria, l’impostura funziona anzitutto con se stessi.

L’impostura è presente in forma meno estrema nel disturbo di personalità istrionico. Qui siamo nel regno della seduzione e della lusinga. L’impostura è rivolta ancora una volta a ricercare attenzione e perfino amore, sia pure a buon mercato. L’istrionico cerca continuamente di catturare l’interesse degli altri con comportamenti teatrali, esagerando episodi di vita, inventando storie e fornendo generosamente descrizioni drammatiche del proprio stato fisico ed emotivo. Gli istrionici possono anche essere provocatori o seduttivi, distribuendo adulazioni, lusinghe, provocazioni sessuali, regali. Le loro amicizie nascono sempre già mature e al tempo stesso senza sviluppo. Persone intraviste da pochi minuti sono sempre l’amico o l’amore cercato per una vita intera e ora finalmente trovato, in un’abbagliante epifania raccontata al mondo intero seduta stante. Qui l’inganno sembra essere più consapevole, eppure è recitato con tale trasporto, sia pure effimero, da generare il dubbio che sia sincero. Anche perché vale il criterio che queste seduzioni sono di breve durata e facilmente scopribili.

Insomma, l’impostore inganna anche se stesso? Chiederlo alla psicologia è naturale. È un peccato che la risposta non sia chiara, se non ingannevole. È il paradosso dell’autoinganno, sul quale ci si combatte da qualche decennio. Per alcuni l’autoinganno decisamente non esiste. E quindi sono tutti simulatori, e le varie distinzioni, tra simulatori veri e propri, persone affette da disturbo fittizio o da conversione, e infine isterici e istrionici non ha molto senso. È la tesi eliminativista: l'autoinganno è impossibile (Kipp, 1980). Per altri, invece, l’auto-inganno è possibile, e questo implica che la mente è almeno parzialmente frammentata in partizioni. E infatti si parla di tesi partizionista (Gur e Sackeim, 1979).

Questo è quanto dice la scienza psicologica sull’inganno e sull’impostura. Sospetto che Linkiesta speri in qualche illuminazione psicologica su come funzioni l’impostura in politica e nella vita sociale. Che ci sia, è certo. Che sia un male necessario, lo sappiamo tutti, e tutti ci chiediamo se proprio non ci sia nulla di meglio. Come funzioni, è un mistero. Soprattutto, i politici sono degli impostori consapevoli, come Odisseo? O degli inguaribili seduttori sempre a rischio di essere scoperti, come Pietro? E l’impostura della politica è un sincero auto-inganno o una disonesta simulazione che ci auto-somministriamo dall’inizio dell’avventura umana? Difficile rispondere. Forse non ha caso si è pensato che colui che immediatamente intravide la misera impostura di Pietro, la sua pretesa di essere buono semplicemente dichiarandolo, la sua effimera promessa elettorale, costui, dicevo, si è pensato che non fosse del tutto umano. Mentre l’inganno e l’impostura sono umani, troppo umani.

“Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù» ma egli negò: «Non so e non capisco quello che vuoi dire». Uscì quindi fuori del cortile ed il gallo cantò. E la serva vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli» ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti chiesero di nuovo a Pietro: «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo» ma egli incominciò ad imprecare ed a giurare: «Non conosco quell'uomo che voi dite». Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte» e scoppiò in pianto.” (Vangelo di San Marco, 14, 66 – 72).

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