Addio inconscio, la psicologia non indaga più i sotterranei della mente

Dai tempi delle ricerche di Sigmund Freud molte cose sono cambiate. L’inconscio non attrae più le ricerche: ora si preferisce la terapia cognitiva, che guarda alla coscienza e non più ai bassifondi della psiche

Psychology

London Stereoscopic Company / Hulton Archive / Getty Images

25 Ottobre Ott 2015 1930 25 ottobre 2015 25 Ottobre 2015 - 19:30

L’underground è affascinante, ciò che è sotterraneo e nascosto è intrigante, ma la psicoterapia moderna ha da tempo abbandonato le esplorazioni negli inferi. Le profondità buie dell’inconscio freudiano sono finite nei racconti ottocenteschi da leggersi all’imbrunire, insieme alle storie di Jeckill e Hyde, di Dracula e Frankenstein.

L’inconscio freudiano era estremista. Un inconscio assoluto, inattingibile e mai veramente conoscibile. Solo la situazione psicoanalitica, la stanza chiusa e il lettino, ci concederebbe la possibilità di dare una rapida occhiata ai contenuti inconsci. E questa situazione psicoanalitica è a sua volta un privilegio riservato a pochi felici, gli analisti esperti, che si siano sottoposti a loro volta a una lunga analisi personale. Un percorso iniziatico, insomma, nei bassifondi della psiche.

La stranezza è che in Freud questo livello underground era raggiunto percorrendo una strada tecnologica e modernistica. Tecnologia ottocentesca beninteso, basata sul motore a vapore. Per Freud la mente era una macchina che obbediva ai principi della termodinamica. Paradossale base teorica dal sapore steampunk per uno degli scopritori dell’interiorità. Freud si ispirò al lavoro di Gustav Theodor Fechner (1801-1887), il quale sosteneva che le percezioni psichiche di piacere e dolore sono prodotte dalla maggiore o minore vicinanza della mente-motore a vapore allo stato di stabilità, secondo il secondo principio della termodinamica. La soglia della coscienza era investita dal piacere nella misura in cui si approssimava alla completa stabilità, e dal dolore quanto più se ne allontanava.

L’inconscio freudiano era estremista. Un inconscio assoluto, inattingibile e mai veramente conoscibile. Solo la situazione psicoanalitica, la stanza chiusa e il lettino, ci concederebbe la possibilità di dare una rapida occhiata ai contenuti

Insomma, come il cognitivismo nel XX secolo avrebbe modellato l’analogia tra mente e computer, Fechner un secolo prima immaginava un’analogia tra mente e motore a vapore. E in questa analogia Fechner aveva cercato la legge che mettesse in relazione anima e corpo, psiche e materia. E anche Freud aveva tentato inizialmente di ridurre il lavoro mentale a uno scontro di forze fisiche impersonali. Ma questa pretesa materialista, seppure sempre presente, fu una maschera a cui Freud si attenne solo in parte. Al tempo stesso, Freud iniziò per fortuna a sviluppare una psicologia dell’interiorità. Le forze psichiche teorizzate da Freud, seppure definite inconsce e quindi a voler essere rigorosi non indagabili introspettivamente, non potevano non mostrare il loro aspetto di fenomeni mentali e accessibili alla coscienza.

Questo però è il passato. La psicoanalisi contemporanea ha abbandonato le avventure nell’underground. È arrivata anche la psicoanalisi la secolarizzazione. Il conflitto edipico tra padri e figli è stato sostituito da uno scenario più sentimentale e tranquillo, la cosiddetta relazione di attaccamento tra genitori e figli, in cui l’amore e l’accudimento, soprattutto materno, prendono il posto del parricidio.

Soprattutto Donald Winnicot e John Bowlby – il primo un pediatra troppo cortese e beneducato e il secondo un mezzo psicoanalista troppo scienziato ed entrambi poco usi al gusto underground – non pensavano più che il buon sviluppo della psiche e delle sue deviazioni germogliasse da uno scontro tra Edipo e Laio, ma dall’accudimento affettivo sicuro e stabile, assicurato soprattutto dalla madre. Si tratta di un profondo cambiamento culturale. La severa Torah freudiana è stata sostituita dai Vangeli amorevoli di Winnicot e Bowlby, e un gentile culto mariano è subentrato alle tragedie arcaiche.

La psicologia è cambiata. Ora è importante prendere atto che ci sono dei limiti alla nostra capacità di controllo e padroneggiamento dei nostri stati mentali, anche dopo un approfondito trattamento terapeutico. La sofferenza si può attenuare, ma va anche accettata e gestita

Anche l’atteggiamento in seduta dello psicoanalista si è laicizzato. Non si tratta più di riprodurre in seduta le triangolazioni erotiche e conflittuali edipiche, ma di vivere una relazione tra paziente terapeuta meno tragica e più gentile. Si è smessa la marmorea ieraticità inespressiva dello psicoanalista “specchio vuoto” raccomandata dai padri della prima generazione. Ormai gli psicoanalisti hanno quasi rinunciato al sogno gnostico dell’interpretazione profonda e underground che frulla fino al fondo della mente e muta l’anima del paziente che soffre, redimendolo. Quello che è probabilmente il più influente psicoanalista vivente, Peter Fonagy, utilizza ormai un linguaggio di pura scienza cognitiva nel quale non vi è spazio per pensieri inconsci.

Invece che di Edipo e di castrazione, Fonagy preferisce parlare di mentalizzazione e di funzione auto-riflessiva, ma le differenze a me paiono trascurabili. La metacognizione o mentalizzazione, sia nella psicoanalisi che nella terapia cognitiva, non è altro che il prendere atto che ci sono dei limiti alla nostra capacità di controllo e padroneggiamento dei nostri stati mentali, anche dopo un approfondito trattamento terapeutico. La sofferenza si può attenuare, ma va anche accettata e gestita.

Il lavoro terapeutico di Fonagy appare, dal punto di vista tecnico, un continuo incoraggiare il paziente a riflettere sui propri stati di sofferenza emotiva e sui propri impulsi per fornire loro un significato che è al fondo da scienza cognitiva moderna: ragionare sul perché si percepiscano certe emozioni o ceri impulsi, rielaborarli in termini di pensieri, e cioè credenze cognitive. Il tutto legato al qui e ora piuttosto che alla ricerca di ragioni nel passato. Come si vede, è un linguaggio terapeutico pragmatico, da terapia cognitiva.

La sofferenza mentale non dipende da stati mentali inconsci, ma da elaborazioni verbali esplicite che il soggetto si auto-infligge non inconsapevolmente

Con la terapia cognitiva la psicoterapia moderna ha definitivamente abbandonato i bassifondi, i sotterranei, i dungeon e l’underground. Ormai la coscienza, e non più l’inconscio, è al centro del lavoro terapeutico moderno. Uno dei fondatori della terapia cognitiva moderna, Albert Ellis, non volle cercare, dietro lo specchio del pensiero, un’altra realtà, fatta di pulsioni primitive, come Freud, ma si attenne al dato di coscienza e in questo cercò la radice della sofferenza psichica.

Al contrario della psicoanalisi, che concepiva la sofferenza mentale come uno stato appreso in una condizione d’inconsapevolezza e di pensiero irriflesso e che suggeriva che questi stati inconsci fossero in grado – dal fondo oscuro della loro inconsapevolezza – di continuare a condizionare il comportamento e lo stato emotivo degli individui consapevoli di tutto meno che del perché essi soffrissero. L’individuo si riduceva a fantasma, zombie mosso da forze non coscienti. Ellis rovescia questa impostazione e sostiene che, invece, la sofferenza mentale non dipende da stati mentali inconsci, ma da elaborazioni verbali esplicite che il soggetto si auto-infligge non inconsapevolmente (semmai solo con un certo automatismo), dandone per scontati il valore di verità e la fondatezza razionale.

Questa uscita della psicoterapia dall’underground ovviamente ha tolto fascino alla disciplina, ma le ha donato rigore scientifico, accessibilità e luminosità. È bello aggirarsi nei bassifondi, ma poi è meglio tornare a casa e accoccolarsi davanti al caminetto. Salvo poi sentire un sinistro scricchiolio scendere dal solaio.

Fonagy P., Target, M. (2001). Attaccamento e funzione riflessiva. Cortina, Milano.

Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Cortina, Milano.

Ellis, A. (1989). Ragione ed emozione in psicoterapia. Astolabio, Roma.

Winnicott D.W. (1968), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma.

Potrebbe interessarti anche