Siria, anche ad Aleppo non possiamo non stare con Putin e Assad

Il ribelli che abbiamo combattuto finora sono jhadisti incalliti. E mentre infuria la battaglia di Aleppo, il grande assente sullo scacchiere siriano si chiama Europa

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8 Agosto Ago 2016 1212 08 agosto 2016 8 Agosto 2016 - 12:12

Inutile ingannarsi sulla natura dei ribelli che ad Aleppo, in Siria, stanno combattendo duramente contro le forze del regime di Assad. In grande maggioranza sono membri di gruppi jihadisti sunniti salafiti, come Ahrar ash-Sham, Jabhat Fateh al-Sham (il nuovo nome adottato da Al Nousra, il ramo siriano di Al Qaeda, lo scorso 28 luglio, nella speranza di ripulire la propria immagine) o Harakat Nour al-Din al-Zenki (divenuto famoso grazie a un video in cui suoi affiliati decapitavano un bambino di 11 anni reo di “aver combattuto per il regime”).
Fanatici religiosi, insomma, armati e finanziati in buona parte da Arabia Saudita e Turchia, che odiano gli sciiti e gli “eretici” in generale. Molti miliziani sono giovani siriani che sono cresciuti sotto i bombardamenti indiscriminati dell’aviazione di Damasco (e da settembre 2015 anche di Mosca), che hanno visto le proprie case distrutte e i propri cari uccisi, non di rado da milizie sciite iraniane, libanesi o afghane (alleate dei lealisti) non meno feroci dei tagliagole qaedisti.
Nell’abbrutimento e nella disperazione della guerra si sono uniti a chi più ferocemente combatte il regime di Assad: le fazioni jihadiste siriane (l’Isis è invece da molti percepito più come una presenza straniera). Oggi si danno coraggio urlando “Allah è grande” prima di essere mandati al massacro a centinaia contro il nemico, ma se domani dovessero vincere le ripercussioni sulle minoranze religiose, sulle donne, sulla laicità dello Stato e via dicendo sarebbero probabilmente drammatiche.

Dopo settimane di violenti scontri le truppe di Assad e le milizie sciite loro alleate sono riuscite a prendere il controllo della “Castello Road”, chiudendo in una sacca i ribelli di Aleppo est e ponendola sotto assedio

La battaglia di Aleppo, che vede la più grande città della Siria – due milioni e mezzo di abitanti prima del conflitto, ora appena 300 mila - divisa in due tra ribelli e lealisti (più una piccola enclave curda), dura da quattro anni ormai. Già in passato si sono registrate avanzate e ripiegamenti da parte di ambedue gli schieramenti, ma è negli ultimi due mesi che la situazione è parsa precipitare con velocità crescente verso una possibile fine. Da febbraio scorso, quando un’offensiva del regime riuscì a tagliare la principale via di rifornimento dei ribelli da Aleppo al confine turco, era atteso un attacco in grande stile del regime.
Complici le difficoltà su altri fronti (il forcing per liberare Palmira in primavera, il fallimento dell’offensiva su Raqqa poco dopo, varie scaramucce con l’Isis etc.) è stato ritardato fino a fine giugno, quando è ufficialmente partita l’operazione “Castello Road”. Questo è il nome della strada che congiungeva i sobborghi est della città in mano ai ribelli con la provincia di Idlib, roccaforte dell’Esercito della Conquista (la coalizione che riunisce tra gli altri Ahrar ash-Sham e l’ex Al Nousra, ora Jabhat Fateh al-Sham). Dopo settimane di violenti scontri le truppe di Assad e le milizie sciite loro alleate sono riuscite a prendere il controllo della “Castello Road”, chiudendo in una sacca i ribelli di Aleppo est e ponendola sotto assedio.

Aleppo prima e dopo l’operazione “Castello Road”. In rosso i lealisti, in verde i ribelli, in giallo i curdi e in grigio l’Isis

La situazione sembrava volgere in favore del regime di Assad. Potendo mantenere l’assedio avrebbe vinto la battaglia di Aleppo prendendo il nemico per fame, senza dover entrare nel ginepraio di case distrutte (e minate dai ribelli) sottoponendo le sue forze allo stillicidio dei cecchini e delle trappole esplosive.
Mosca e Damasco annunciarono allora la creazione di quattro corridoi umanitari, tre per i civili e per i combattenti nemici che volessero consegnare le armi e godere dell’amnistia promossa da Assad, uno per i ribelli che avessero voluto continuare a combattere, a cui sarebbe stato garantito il passaggio fuori dalla città. L’offerta era astuta perché potenzialmente in grado di dividere le forze del nemico, e comunque utile ai fini della propaganda. Ma i gruppi jihadisti rifiutarono qualsiasi accordo e, anzi, fecero di tutto perché la popolazione civile non potesse abbandonare la città sfruttando i tre corridoi umanitari. Una resistenza, questa, non priva di ragioni tattiche.

Nemmeno due settimane dopo l’imposizione dell’assedio lealista ad Aleppo est i ribelli – di nuovo, in particolare l’Esercito della Conquista – hanno lanciato una violenta controffensiva (la più violenta vista dall’inizio della guerra civile, secondo alcuni osservatori) per rompere l’accerchiamento, stavolta da sud-ovest, attaccando una base militare controllata dall’esercito siriano. Dopo giorni di durissimi scontri, durante i quali i ribelli hanno subito ingenti perdite, la base è caduta e l’assedio è stato rotto. Ancor più importante, i ribelli hanno messo le mani su grandi quantitativi di munizioni e materiale bellico che era custodito nella base.
Ora la situazione potrebbe ribaltarsi, con le truppe lealiste che rischiano di restare isolate ad Aleppo ovest (se la “Castello Road” dovesse essere interrotta), assediate dai ribelli. La reazione di Damasco alla sconfitta in queste ore è brutale: la (ex) base militare viene bombardata a tappeto e nell’area pare siano arrivate le forze speciali (Tiger Forces), finora emerse come il miglior nucleo combattente a disposizione di Assad. L’obiettivo è imporre nuovamente l’assedio, prima che il varco consenta ai ribelli di portare nuove forze in città, e riconquistare o distruggere i pezzi di artiglieria e le munizioni perdute.

Aleppo prima e dopo la controffensiva dei ribelli a sud-ovest della città. In rosso i lealisti, in verde i ribelli, in giallo i curdi e in grigio l’Isis

Per il regime vincere la battaglia di Aleppo avrebbe una valenza enorme, simbolica ma anche tattica. Secondo alcuni analisti potrebbe determinare le sorti di tutta la guerra, spezzando il morale (e gli aiuti stranieri) dei ribelli, convincendo definitivamente l’Occidente a puntare su una rapida (e dittatoriale) pacificazione del Paese, e spingendo la Russia e l’Iran a impegnarsi nell’ultimo sforzo per la vittoria.
Per i ribelli impedire questa prospettiva è altrettanto fondamentale: la battaglia di Aleppo impegna risorse del regime che potrebbero essere altrimenti dislocate, tiene alta l’attenzione degli sponsor internazionali ed è, non ultimo, la maggiore speranza di costringere Assad e Putin a sedersi al tavolo delle trattative. C’è una grande assente in questo scenario in cui tutti – Russia, Usa, Iran, Arabia Saudita, Turchia e altri Paesi mediorientali – ingeriscono: l’Europa. Considerato il prezzo che il vecchio Continente paga in termini di immigrazione e sicurezza a causa dell’instabilità mediorientale, sembra assurdo che non sia stata decisa una linea d’azione europea. Andare a rimorchio degli Usa finora non ha pagato, e stabilire una politica comune regionale – che abbracci tanto la questione siriana quanto quella turca, i migranti, il terrorismo e in generale le nostre priorità geopolitiche – diventa sempre più urgente.

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