Viva Germana, la segretaria di Caprotti: l’anti-nepotismo al potere

In un’Italia attaccata al vincolo di parentela e, se va bene, al curriculum, la storia di Germana insegna che quello che conta è il merito. E soprattutto, la dedizione

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Greta PPP / Getty Images

29 Ottobre Ott 2016 0830 29 ottobre 2016 29 Ottobre 2016 - 08:30
Messe Frankfurt

Bernardo Caprotti è morto il 30 settembre scorso, a una settimana dal suo novantunesimo compleanno, lasciando l’azienda e i fiori bianchi dipinti da Fatin Latour a sua moglie; settantacinque milioni di euro ai nipoti; due dipinti di Mario Nuzzi e settantacinque milioni di euro a Germana Chiodi, la sua segretaria.

L’Italia ha subito azionato la calcolatrice che ormai adotta come misura di tutte le cose, visibili e invisibili, per sottolineare la predilezione di Caprotti per la signora Germana (evidentemente l’erede cui è spettata la quota più ingente del suo patrimonio, senza contare che non molti anni fa il signor Bernardo le aveva versato un cordiale di dieci milioni), il “finale che ha il sapore della rivalsa” (Marie Claire), il voltafaccia ai parenti, la estrema e più solenne segnalazione della assoluta priorità accordata al lavoro nella vita di un uomo i cui unici rimpianti dichiarati sono stati non vedere Gerusalemme e non godersi il palco al Teatro della Scala – comunque prenotato ogni anno – e non certo l’essersi sottratto alla vita normale e familiare per cinquant’anni, cioè il tempo servitogli per fondare, dirigere e rendere marchio pop e chic (quasi uno status symbol per i milanesi) la catena di supermercati Esselunga.

Bernardo Caprotti, uomo del nord colto, ha dimostrato non solo che il cognome non è un curriculum, ma pure che un lavoratore non è un curriculum

Presa com’è dal computare, contare, sommare, dedurre spese, l’Italia non si è accorta di essere, del testamento più discusso degli ultimi anni, la principale beneficiaria. Ieri, a Vibo Valentia, qualcuno assai fortunato ha vinto 163 milioni al Superenalotto. Oggi, ai giornalisti accorsi sul posto, tutti i cittadini intervistati raccontano di aspettarsi che il vincitore sia munifico e investa in opere per la comunità, creando lavoro. “Ce n’è per tutti”, ha dichiarato la moglie del proprietario della ricevitoria dove la fortunata combinazione è stata vidimata. I vibonesi si aspettano questo regalo in virtù di un fatto semplice: sono concittadini del vincitore. Ogni città è una comunità, ogni comunità è una famiglia e in ogni famiglia nulla si conquista: il merito si emana, il ruolo si eredita, la fortuna si spartisce.

A questo paese, in eterna attesa di benefattori, parenti o paesani che siano, Bernardo Caprotti, uomo del nord colto, capace di riempire una metropolitana di quadri del ’400 (lo ha fatto, con l’ausilio di Philippe Daverio, per la campagna di Esselunga per l’Expo: Rizzoli ne ha fatto anche un libro), ha dimostrato non solo che il cognome non è un curriculum, ma pure che un lavoratore non è un curriculum.

Quando Germana Chiodi entrò in Esselunga era il 1968: lei meno che ventenne, l’azienda appena nata. Da semplice impiegata di contabilità, divenne presto segretaria di direzione e, infine, braccio destro di Caprotti. “Non si muove foglia che Germana non voglia”, dicevano tutti (lo scrisse persino un giornale). La mitica carta Fidaty fu una sua idea. L’amica del signor Bernardo, quando le cooperative rosse gli mossero guerra (in Falce e carrello c’è tutto il racconto di quella sgorbia storia) e con i figli c’era maretta, era lei. Diciannove ore di lavoro al giorno per quarantotto anni: «Facevo come le commesse, me ne andavo dall’ufficio un secondo dopo che era andato via lui», ha raccontato a La Repubblica, aggiungendo che lei e il signor Caprotti – in azienda dicevano “il dottor Caprotti” come si fa al sud - si sono voluti bene.

Del vincolo di sangue Caprotti se n’è fregato almeno quanto se n’è fregato del vincolo del curriculum. Se n’è fregato della meritocrazia ed ha fiutato, rincorso e premiato, per tutta la vita, il merito, poiché il merito è una conquista ma non un potere

Bernardo Caprotti, hayekiano e tatcheriano che secondo Alberto Mingardi meriterebbe una lapide con su scritto “imprenditore lombardo”, ha reso grazie a Germana, sua collaboratrice e amica, non in opposizione alla sua famiglia (anche se molti giornali hanno insinuato la teoria del grande sgarbo), ma per ricongiungere l’epitaffio della sua vita all’ideale della sua vita, che non era il lavoro, ma la dedizione.

Immaginiamo inumano, gelido, robotico un uomo che non ha saputo trovare tempo per godersi La Traviata eppure è quello stesso uomo che ha suffragato la fiducia totale verso la sua segretaria con la commozione per la fedeltà che lei gli ha accordato. Nel lavoro conta l’anima che mettete, molto prima e molto di più dell’erudizione, i titoli di studio, la competenza: è questo il testamento non scritto di Bernardo Caprotti.

Del vincolo di sangue Caprotti se n’è fregato almeno quanto se n’è fregato del vincolo del curriculum. Se n’è fregato della meritocrazia ed ha fiutato, rincorso e premiato, per tutta la vita, il merito, poiché il merito è una conquista ma non un potere.

Su Marie Claire, mensile femminile, Germana Chiodi è stata definita “un personaggio da film di Lina Wertmuller”, probabilmente perché nei film di Lina Wertmuller, a un certo punto, la sensualità si infila tra padrone e subalterno, squaderna le carte, sovverte l’ordine degli addendi e, in barba alla regole, cambia il risultato. Evidentemente, nel nostro paese, persino sulle riviste scritte e dirette dalle donne, la segretaria è ancora ficcata in un immaginario anni Cinquanta (nonostante Il diavolo veste Prada e la signora Brambilla, la segretaria storica di Silvio Berlusconi).

Invece, la sola concessione all’intimità che il signor Bernardo Caprotti si è consentito con la sua Germana è stato darle del tu e, in quel caso, si è trattato di un premio di lei a lui: gli uomini del Novecento aspettavano sempre che fosse la donna a scegliere se e quando abbandonare il voi. Se ce la meritiamo l’eredità morale, invisibile ma sovrastante, di quest’uomo non importa. Importa se saremo capaci di desiderare di incontrare uomini come lui e non vincitori di lotterie.

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