I quattro modi di chiedere scusa che non funzionano (garantito)

Molti si scusano senza sincerità, altri preferiscono farlo in modo eccessivo. Sono tutte scelte sbagliate: ci vuole lucidità e maturità, ma i rapporti umani ne beneficeranno

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28 Novembre Nov 2016 1200 28 novembre 2016 28 Novembre 2016 - 12:00

Tutti sbagliano, non tutti riescono a scusarsi. È una cosa che si impara, richiede maturità e lucidità, vuole intelligenza e pensiero laterale. Spesso invece si preferisce prendere la scorciatoia e presentare scuse che non sono sincere: borbottii seccati, parole spezzate a metà. Imparare a scusarsi è importante, ma prima ancora conta imparare come non scusarsi. Per fortuna la Harvard Business Review, tra un’analisi economica e l’altra, riesce a fornire indicazioni anche su questo.

Le cattive scuse, spiega, si possono dividere in quattro categorie: le scuse non sincere, le scuse eccessive, le scuse incomplete e, infine, la negazione delle scuse (sì, a livello tecnico questa non è proprio una scusa, ma pazienza). Le scuse non sincere sono, come si intuisce, quelle dette a mezza bocca, vuote e senza sentimento. Chi le riceve lo capisce e, come è ovvio, non apprezza. Potrebbe sembrare una soluzione veloce (sbagliare, scusarsi senza tante storie e poi ricominciare come prima) ma alla lunga è dannosa: i problemi provocati dagli scontri con le altre persone restano, vanno in profondità e rendono la vita difficile. Ci vuole sentimento, cognizione di causa e umiltà.

Le scuse eccessive, invece, sono l’esatto opposto dal punto di vista della forma, ma sono identiche nella sostanza: ci si scusa troppo a lungo per errori banali, si insiste nell’auto-flagellazione e, alla fine, si infastidisce l’interlocutore. Perché? Semplice: non trasferisce il centro del discorso sul danno commesso (cui si dovrebbe voler porre rimedio) ma su di sé. E questo, quando si vuole ottenere perdono e dare spazio e rispetto alla persona che ha subito un’offesa, è un errore imperdonabile.

La terza categoria sono le scuse incomplete: un genere che si impara fin dai tempi dell’asilo. Non si dice “scusa”, ma “mi dispiace”. Non si dice “scusami per quello che ho fatto”, ma “scusami se ho fatto qualcosa”. È una formulazione che tende a estraniare il soggetto responsabile dell’offesa dal fatto compiuto. Rende evidente che, in realtà, non c’è nessun pentimento – spesso non c’è nemmeno il riconoscimento della colpa – e nessuna intenzione di ammettere e correggere l’errore. Esiste un intero formulario di scuse incomplete. Anche queste, però, possono sembrare soluzioni furbe. Ma sono sempre tossiche per rapporti di lungo periodo.

Al quarto posto, appunto, c’è la negazione, la non-scusa. “Non è colpa mia”. Di buono c’è che, almeno, è sincera: non si vuole ammettere la colpa, non si pensa nemmeno di aver sbagliato. Attenzione: scusarsi è bene, non scusarsi è lecito, se si pensa davvero di avere ragione. Ma la cosa migliore è raffreddare gli spiriti, ragionare a mente fredda e ripercorrere l’accaduto. Se si vede di aver sbagliato, riflettere sull’errore e chiedere scusa. È un gesto difficile ma giusto. Poi, provare a migliorarsi. Se si riesce.

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