Saronno, chi ha protetto gli amanti assassini?

Dietro l’allucinante caso di cronaca che coinvolge l’anestesista Leonardo Cazzaniga e l’infermiera Laura Taroni, lo spettro di un’omertà diffusa. Il medico parlava a chiunque del suo “protocollo” omicida: perché solo un’eroica infermiera si è presa la briga di denunciare?

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1 Dicembre Dic 2016 0829 01 dicembre 2016 1 Dicembre 2016 - 08:29

Quelli di Saronno dovrebbero fare un monumento alla signora Clelia Leto, l’infermiera che invece di girarsi dall’altra parte come molte delle sue colleghe e dei suoi superiori, due anni fa ha bussato ai carabinieri e ha raccontato le cose strane che accadevano nell’ospedale cittadino. Oggi conosciamo le conseguenze del suo gesto: l’arresto dell’anestesista Leonardo Cazzaniga e della sua amante Laura Taroni, pure lei infermiera, con l’accusa di aver ucciso fra il 2012 e il 2013 almeno quattro anziani «che non valeva la pena di curare» con un cocktail di farmaci appositamente studiato e poi anche il marito di lei, un 45enne in ottima salute, avvelenato lentamente con dosi di insulina e betabloccanti nel caffè e indotto a credere, con una falsa diagnosi, di essere diabetico per evitare che approfondisse la causa del suo malessere.

È un orribile caso. Ma non è un caso che interroga solo la psichiatria - Cazzaniga e la Taroni, dalle intercettazioni, sembrano due matti con deliri di onnipotenza - o l’autorità giudiziaria, secondo cui le vittime della coppia potrebbero essere moltissime (si parla di 80 casi) compresa la madre di lei. Insieme ai due ci sono anche altri undici indagati a piede libero, sei dei quali coinvolti a vario titolo nella Commissione di inchiesta interna che nel 2013 valutò le morti sospette e concluse che era tutto regolare: il direttore dell’Ospedale di Busto Arsizio che la costituì, l’attuale direttore sanitario dell’Ospedale di Saronno e il suo predecessore che ne fecero parte e tre membri della stessa (un medico legale, un anestesista, il responsabile del Servizio infermieristico). Sotto inchiesta per omessa denuncia anche due medici dei reparti dei pazienti deceduti. Un altro medico è sospettato di aver emesso falsi certificati per agevolare la riscossione di un’assicurazione da parte dell’uxoricida. Gli ultimi due della serie avrebbero avuto un ruolo nel calvario del marito della donna, rimandandolo a casa su ordine di Cazzaniga quando era praticamente moribondo.

È questo elenco che ci interroga in modo pressante. Fino a che punto può arrivare l’istinto di autotutela di chi lavora nel pubblico? Siamo abituati a considerarlo quasi naturale nel mondo delle forze dell’ordine, dove lo “spalleggiarsi” a vicenda è una regola non scritta (che spesso è sfociata in casi di macroscopica ingiustizia). Lo tolleriamo nella burocrazia, dove il «chi è stato?» è domanda quasi sempre senza risposta. Ma in ospedale? È possibile che anche in ospedale serva l’atto di coraggio di un singolo, serva una Clelia Leto per fermare un medico uscito di testa, che parla apertamente con tutti, persino con gli operatori del 118, del “protocollo” studiato per sopprimere gli anziani per i quali «è inutile fare sforzi»?

È possibile che anche in ospedale serva l’atto di coraggio di un singolo, serva una Clelia Leto per fermare un medico uscito di testa, che parla apertamente con tutti, persino con gli operatori del 118, del “protocollo” studiato per sopprimere gli anziani per i quali «è inutile fare sforzi»?


L’Ospedale di Saronno fa parte del circuito di ospedali accorpati nel 2015 nell’azienda ospedaliera di Busto Arsizio, insieme a Gallarate, Somma Lombarda e Angera. E’ il più grande del circuito, uno dei fiori all’occhiello della famosa sanità lombarda, che ha festeggiato di recente i suoi 150 anni alla presenza del Governatore Maroni e del cardinale di Milano Scola. L’ultimo posto dove ci si aspetta che un novantenne col femore rotto venga “terminato” con un’anestesia appositamente sovradosata perché qualcuno ha deciso che curarlo sarebbe sciocco. L’ultimissimo dove si potrebbe sospettare l’esistenza di un tacito protocollo, conosciuto da molti, per sopprimere chi è considerato troppo “deteriorato” per meritare cure. Eppure, senza l’infermiera Clelia Leto, quel sistema opererebbe ancora, e forse farebbe ancora vittime, perché l’intera catena gerarchica del meritorio ospedale non solo ha fatto finta di non accorgersene, ma ha assolto con un’inchiesta interna il delirante medico che lo aveva promosso e lo metteva in pratica.

È questo che spaventa, è questo che inorridisce e preoccupa. Se l’infezione del “fatti gli affari tuoi”, quella di cui ridiamo quando Crozza la interpreta imitando il senatore Razzi, tracima dalle periferie della politica, esce dal sottobosco della burocrazia parassitaria, scala la piramide delle responsabilità civili e arriva alla vetta di chi ha fatto il Giuramento di Ippocrate, dei medici del servizio pubblico che hanno solennemente promesso a se stessi e allo Stato di mettere la vita dei pazienti davanti a tutto, in un grande ospedale, nel civilissimo Nord, siamo nei guai. Se servono una coraggiosa infermiera e i carabinieri per fermare i Cazzaniga e le Taroni perché la struttura “non li vede”, e se li vede li assolve, abbiamo un problema. Ed è un problema enorme, assai più vasto del pur sconvolgente caso di una coppia di amanti fuori di testa.

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