Lu-Ve, viaggio nell’impresa che raffredda il mondo

Dai boccioni dell'acqua all’Eliseo, dai data center ai supermercati, sino alle mega centrali elettriche. Il racconto di una delle più incredibili piccole multinazionali italiane, che collabora con 22 università e si ispira ad Adriano Olivetti

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3 Dicembre Dic 2016 0830 03 dicembre 2016 3 Dicembre 2016 - 08:30
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Si chiama Iginio Liberali e non lo troverete nei libri di Storia. Eppure sono storie misconosciute come la sua che hanno fatto il capitalismo italiano e che, nonostante tutto, tengono in piedi l’Italia così come la conosciamo. Quella di Igino comincia quando per quasi tutti sarebbe quasi finita.

Siamo nel 1986 e Liberali è uno stimato manager in Merloni Elettrodomestici, leader dell’allora fiorente filiera del bianco italiana. Il suo sogno, però, è fare l’imprenditore. La sua traiettoria non è quella dell’operaio specializzato che si mette in proprio, da piccolo anello della subfornitura iperspecializzata al mondo. Igino ha le idee chiare, pensa in grande. Contatta tre società di venture capital quando il capitalismo di ventura, in Italia, era agli albori e si mette a cercare società in crisi da rilanciare.

A Uboldo, a pochi chilometri da Varese, trova la Contardo, una società attiva nell’ambito degli scambiatori di calore, quelle che trasformano il caldo in freddo per intenderci. Liberali intuisce il potenziale di quella realtà e di quel settore. La compra sull’orlo del fallimento e la battezza LU-VE, acronimo di lucky venture. Un auspicio quasi profetico, visto che il fatturato dell’azienda cresce in trent’anni di ventisei volte circa, arrivando ad aprire stabilimenti in Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Svezia, Russia, Cina e India.

«La grande idea di mio padre? L’innovazione. Lui lo dice sempre: è in un settore tradizionale come il nostro, così restio ad accettare il cambiamento che il cambiamento è vincente - spiega il figlio Matteo che ha ereditato la guida dell’azienda -. Allora quelli più avanti, quelli che aveva innovato davvero le soluzioni tecniche di refrigerazione erano i giapponesi. Noi ci siamo associati con il politecnico di Milano per mutuare soluzioni analoghe alle loro, che funzionassero a basse temperature». È solo l’inizio. Oggi LU-VE lavora con 22 università e istituti di ricerca in giro per il mondo. E oltre ad associarsi ai professori, spiega ancora Matteo Liberali, si è associata agli studenti: «Il nostro direttore tecnico di gruppo è entrato da noi con una tesi sulla formazione di brina, così come il nostro capo di laboratorio. E ancora oggi abbiamo tesisti e studenti che lavorano con noi».

La spinta a incentivare il sapere e la conoscenza attraversa l’impresa, come i tubi di rame attraversano le batterie delle macchine che produce. LU-VE, sin dalla fondazione, paga borse di studio ai figli dei suoi dipendenti e corsi di italiano agli addetti stranieri che assume (Igino Liberali, figlio di un operaio, ha studiato grazie alle borse di studio). Permeata di filosofia olivettiana, paga anche grandi premi aziendali se le cose vanno bene: «Qualche anno fa il premio è stato di 3800 euro ad addetto. A chi ricevere stipendi più bassi, ha cambiato la vita», ricorda Matteo Liberali.

Il refrigeratore più piccolo che facciamo è il cosiddetto biscottino, uno scambiatore di calore installato nei boccioni dell’acqua, quelli che si trovano negli uffici. Il più grande è un impianto di condizionamento da dodici metri per tre, che pesa fino a otto tonnellate e che finisce a raffreddare le centrali elettriche».

La piccola Contardo diventa cosí la grande LU-VE, una realtà che oggi si occupa di tutto ciò ha a che fare con il freddo . La catena del freddo alimentare, ad esempio, dalla raccolta del prodotto alla trasformazione, dallo stoccaggio alle ulteriori lavorazioni, sino al trasporto refrigerato e l’esposizione sugli scaffali dei supermercati e dei negozi prossimità.

Non solo, però: perché LU-VE raffredda anche locali tecnologici come i data center o palazzi prestigiosi come il teatro Bolscioi di Mosca, l’Eliseo di Parigi o il “cervello” delle sale di controllo del nuovo Canale di Panama: «Il refrigeratore più piccolo che facciamo è il cosiddetto biscottino, uno scambiatore di calore installato nei boccioni dell’acqua, quelli che si trovano negli uffici. Il più grande è un impianto di condizionamento da dodici metri per tre, che pesa fino a otto tonnellate e che finisce a raffreddare le centrali elettriche». In mezzo, LU-VE presidia diverse nicchie di mercato. Oggi, le aziende del Gruppo vendono circa il 70% della produzione in 100 diversi Paesi.

Lo sbarco in Borsa, oggi all’Aim, domani dalla porta principale dell’Mta, non è che il risultato fisiologico della tensione alla crescita di questa multinazionale di provincia.

In parallelo alla tensione alla crescita, quella per l’ordine: «Il gruppo produce apparecchi di dimensioni molto grandi e pur avendo un catalogo sterminato di prodotti standard, ma le macchine più grandi sono sempre più specializzati, con configurazioni e accessori molto complessi», spiega Matteo Liberali. Per questo LU-VE si è avvalsa della collaborazione di Porsche Consulting per evolvere verso un modello di flessibilità profittevole, che permetta di soddisfare i clienti con prodotti sempre più unici e iper-personalizzati e con un livello di servizio sempre più premium: «Abbiamo messo un po’ di ordine, negli ultimi mesi, per meglio essere competitivi per mercati molto “demanding”», chiosa. Parole di chi sa che questa azienda non è nata per rimanere piccola.

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