Il miracolo di Trump? Una protesta globale per una globalizzazione migliore

Il presidente Usa ha un merito: risvegliare le coscienze del mondo per chiedere istituzioni più eque. Ogni politico, a cominciare da Matteo Renzi, dovrebbe prenderne atto e seguire le istanze proposte

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31 Gennaio Gen 2017 1219 31 gennaio 2017 31 Gennaio 2017 - 12:19
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Trump è stato di parola. Aveva promesso un miracolo ed un miracolo sta compiendo in tempi talmente brevi da superare anche le sue stesse aspettative.

In una sola settimana, con i suoi “ordini presidenziali” ed, in particolar modo, con l’ultimo sul congelamento immediato degli ingressi negli Stati Uniti dei cittadini di sette Paesi a maggioranza islamica, sta riuscendo nell’impresa di far nascere un movimento globale che va Mosul a New York, dalle organizzazioni non governative al governo inglese. Al punto che, persino, l’Europa sembra esserne vagamente risvegliata.

Un movimento globale che non si batte per la difesa di una globalizzazione dell’economia che non convince più, ma per una globalizzazione di diritti e valori che può essere il famoso antidoto al “populismo” che, da tempo, cercavamo. È un’ipotesi politica. Ma potenzialmente di forza uguale al nazionalismo che dilaga e di direzione contraria: un’idea che, se Trump insiste, potrebbe diventare la più grossa novità del 2017. E che non può non entrare di prepotenza nell’agenda politica italiana, a cominciare da quella di Matteo Renzi che appare intenzionato a misurarsi con la scommessa di dover vincere elezioni politiche difficilissime.

In effetti, dalla storia di queste settimane, emergono con grandissima chiarezza due messaggi assai forti. Quasi due pilastri sui quali è possibile costruire, forse, una proposta politica finalmente all’altezza dei nostri tempi.

Il primo messaggio è che l’ascesa “inconcepibile” di Trump, la stessa vittoria “inaudita” della Brexit, nonché il successo dei “populismi” (di destra, sinistra o ibridi come il M5S), sono tutti il frutto diretto dell’altrettanto fragoroso fallimento di qualsiasi tentativo da parte delle organizzazioni internazionali di governare la globalizzazione negli ultimi vent’anni. Globalizzazione che ha avuto meriti straordinari ma che, adesso, si sta fermando proprio per assenza di una leadership politica.

La sconfitta delle organizzazioni internazionali che in Europa viene vissuta, quasi esclusivamente, come crisi dell’Unione. In realtà molto più numerosi sono le istituzioni in crisi: Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale, Nato. Non c’è più una guerra che riescano ad evitare o un conflitto che riescano a comporre; non una crisi finanziaria che riescono a prevedere o un Paese sull’orlo del precipizio da debito che riportano fuori dalla convalescenza. Ma è, soprattutto, sui fenomeni che segneranno il secolo ventunesimo che meglio si misura l’assenza di politica globale rispetto a processi fortemente globalizzati: non c’è nessuno che abbia anche solo cominciato a pensare di che tipo di regolazione possono aver bisogno le piattaforme digitali che della prossima rivoluzione industriale saranno le infrastrutture, come le strade e le ferrovie lo furono di quella dell’ottocento.

Il secondo messaggio è, però, di altrettanto radicale opposizione ai nuovi nazionalismi. Una società più chiusa è una società destinata ad impoverirsi ancora di più. È una società più ingiusta, meno dinamica, non più innovativa.

A dimostrarlo servono a poco i modelli econometrici delle banche d’affari. Molto più moderna appare la dimostrazione di economisti e filosofi come David Ricardo e Adam Smith i quali, proprio nel Paese che qualche giorno fa ha deciso di uscire dal mercato unico, dimostrarono che – sempre – conviene che i Paesi si specializzino, si dividano il lavoro, concentrandosi su quello che sanno o possono fare meglio. A patto, però, che, di nuovo, ci siano regole accettate da tutti che diano stabilità a questi scambi perché altrimenti l’interruzione di commerci tra Paesi che si specializzano può, più velocemente, portare alla miseria e, dunque, alla guerra.

Un movimento globale per una globalizzazione diversa da quella che abbiamo vissuto finora, dunque. Che si ponga l’obiettivo di riprendere la marcia abbandonata trent’anni fa (quando la caduta del muro di Berlino ci illuse tutti della “fine della Storia”) verso il compimento di una globalizzazione che, finora, è stata solo a metà.

Che si opponga drasticamente ai nazionalismi, sul piano dell’economia ma anche di valori che sono, ancora, quelli delle dichiarazioni universali. Ma anche alla conservazione di uno status quo che è, ormai, vuoto. Che sia drastico nel chiedere la rifondazione di istituzioni che non possono essere solo riformate (e non è solo questione di politiche austere) e che non possono più essere quelle pensate per un mondo appena uscito dalla seconda guerra mondiale.

Quello che potrebbe nascere è un soggetto politico che avrebbe molti nemici: da Salvini a Juncker; i nazionalisti e, dalla parte opposta, i difensori di burocrazie che cercano di sopravvivere a se stesse. E, tuttavia, la forza di un’idea di questo genere è che essa non ha alternative. Che il tempo è dalla sua parte: la globalizzazione non può andare dietro perché indietro non tornano le tecnologie che ci hanno fatto arrivare fino a qua. Non si ritorna allo Stato Nazione con l’IPhone e i voli low cost.

Passa di qua la strada stretta, coraggiosa che lo stesso Matteo Renzi deve percorrere se vuole provare a vincere una sfida che, ormai, non è più rendere l’Italia più simile agli altri (visto che anche gli altri sono in grave difficoltà); ma cominciare a costruire una politica all’altezza di un secolo nuovo.

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