
Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Avrebbe potuto diventare un maresciallo dell’Arma. O un programmatore in Visual Basic. O, ancora, il titolare di uno street food sul litorale pugliese non lontano da Martina Franca, dove è nato. Invece Leo Muscato, al secolo Leonardo, è il regista di Otello di Giuseppe Verdi, presto in scena in Germania. Lo incontriamo tra una trasferta e l’altra: occhiali squadrati, sorriso fanciullesco, entusiasmo contagioso, Muscato è protagonista di un film che sta facendo il giro del mondo per raccontare la fabbrica della Scala di Milano, ossia la produzione dell’opera verdiana La forza del destino con la quale il tempio della lirica ha aperto la stagione 2024/25.
Scriviamo “fabbrica”, perché all’impresa hanno lavorato oltre 900 persone, protagoniste di un documentario che con l’opera che racconta condivide oltre al titolo una capacità di emozionare degna di un kolossal. E di questo parliamo con lui. Di emozioni e teatro, o meglio, di emozioni a teatro nell’era in cui la tecnologia può farti vivere in prima persona il volo di uno space shuttle come la violenza di una battaglia medievale, elevando come mai prima la nostra soglia di impressionabilità. Il teatro, infatti, potrebbe apparire prigioniero della massima di Eduardo De Filippo “quattro tavole e due attori”: una suggestione poetica, ma forse deludente per chi cresce a Fast and furious e Call of duty. Il film, tuttavia, non meno dell’opera, ci smentisce. Emozionante, coinvolgente, spettacolare, il documentario di Anissa Bonnefont – grazie anche alla fotografia di Martina Cocco – celebra l’impressionante lavoro che ha preceduto la messa in scena dell’opera del 7 dicembre 2024 alla Scala. E dimostra la capacità del teatro di avviare ancora la propria macchina delle illusioni. Lo scopo è quello di sempre: prendere il controllo dell’attenzione dello spettatore per indirizzarne gli stati d’animo.

La tecnologia, però, consente in pochi giorni di fare il lavoro di settimane. Da un lato troviamo la simulazione oggettiva: il lavoro sulle luci, gli angoli visuali del gioco percettivo, il visibile e l’invisibile che s’annuncia; dall’altro la simulazione in soggettiva, che anticipa quel che vivrà lo spettatore: «È come se la nostra empatia salisse di livello, in un processo di mimesis potenziato. Io, oggi, con il mio light designer, in tre pomeriggi sono in grado di mettere in memoria su una console 150 cambiamenti di luce. Vent’anni fa dovevi mandare un tecnico su una scala, prendere il proiettore, modificarlo, metterci la gelatina giusta, il colore giusto, provarne 5 o 6, vedere dove puntare e soltanto a quel punto fermarti per dire che, sì, quella era la tua luce». Il regista crea mondi, scolpendo la luce, evocando spazi, anche sonori. «Quando misi in scena Il nome della rosa, dal romanzo di Eco, ricreai il senso di quel monastero, di quella biblioteca. Può bastare una goccia d’acqua con il riverbero giusto per fare immaginare tutto, senza vedere nulla. È il gesto più simile alla creazione biblica. Per questo può darti alla testa».
Ma c’è teatro e teatro. L’opera non è la prosa. E un classico non è un contemporaneo, dove non si può intervenire sul testo per forzarlo al proprio racconto. «Nell’opera, poi, il tempo è dettato dalla musica, già scritta. Nella prosa il ritmo lo dai tu», tenendo conto della sensibilità contemporanea, abituata all’immediatezza, al repentino cambio di scena del cinema, allo shock del videogioco: «Nella mia recente regia de Il Medico dei Pazzi di Eduardo Scarpetta, gli altri attori recitano a manetta, corrono dappertutto: porte che si aprono, che si chiudono, uno entra da destra, l’altro da sinistra. Nell’opera, il ritmo lo dà la musica. Tu puoi incidere soltanto con le azioni che fai eseguire e con quello che fai accadere. Così, La forza del destino si sviluppa in quattro atti corrispondenti a quattro spazi: una casa e tre esterni allestiti su una grande pedana rotante che fa cambiare la scena 36 o 37 volte, portando in scena atmosfere sempre diverse.

Lo spazio, qui, svolge il compito svolto dal ritmo nella prosa: cattura e indirizza l’attenzione». Funziona anche con i più giovani? «Non faccio che occuparmi di questo: è avvilente quando in sala l’età media è 60/70 anni. Un problema diffuso. Soltanto in Inghilterra e forse in Germania, le famiglie mettono a budget l’abbonamento dei figli a teatro». Ma il punto vero è come suscitare in loro un interesse. In Italia, le star sono i registi, più che i nuovi autori. L’Inghilterra, invece, continua a produrre drammaturghi: «Lucy Prebble, poco più che ventenne, portò in scena con Enron uno scandalo globale, facendone una tragedia pop di successo. E non scrive soltanto per il teatro: Succession è una sua serie che parla di Rupert Murdoch. Certo, il protagonista di Enron era “un” Macbeth, ma un Macbeth contemporaneo».
Anche la tecnica di regia può fare molto. Muscato lo ha sperimentato nel 2023, durante il Prometeo incatenato di Eschilo al Teatro Greco di Siracusa, dove il pubblico per metà è di studenti. «È un testo in cui in cui in un certo senso non accade niente: pura parola». È qui che entra in gioco la tecnologia delle emozioni. Ma analogica: «Anziché una rupe, ho immaginato un sito industriale abbandonato, come le rovine del Colosseo intrecciate con i tubi dell’Italsider. E in quello scenario distopico, Prometeo, seminudo, sospeso sulla bocca di una ciminiera, spiato da quel Grande Fratello di Zeus e insidiato da un’acrobata con la testa d’aquila che pare Eva Kant e non parla mai, in attesa di divorargli il fegato per l’eternità». Il pubblico reagì con un tifo da stadio, prendendo posizione, vivendo il dramma. Per sintonizzarsi con la sensibilità dei giovani, non serve smanettare su TikTok. In fondo una storia non è altro che un flowchart, una sequenza algoritmica, che come un software organizza input che determinano output.

E Muscato, di formazione perito informatico, lo sa fare. Come sa che la passione per il teatro ti può acchiappare quando meno te l’aspetti, senza sapere bene perché. A casa sua, il sogno che si era autorizzati a sognare era quello del Checco Zalone di Quo vado: un posto sicuro, meglio se pubblico. Nell’esercito, per esempio. «Ma fui scartato dai Carabinieri per un difetto di vista. Anche se poi mi presero in Marina. Nel frattempo, però, era accaduto qualcosa…». Dopo un laboratorio estivo di teatro, s’accorge che sa far ridere e che quando accade le persone lo guardano diversamente. Non può partecipare alle prove: lavora 12 ore al giorno come cameriere. Ma a settembre vede la commedia. È Harvey di Mary Chase, protagonista un folle convinto di circolare accompagnato da un coniglio di due metri: “Harvey”.
Harvey è l’inaudito, la scintilla che incendia il destino oltre ogni previsione. Harvey è un puck, come quello di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. «Mi accadde allora d’immaginarmelo, quel coniglio. E tornando a casa sul mio motorino Garelli, pensai: “io questa roba la voglio provare”». Così s’improvvisò produttore, attore, regista, investendo tutti i risparmi messi da parte lavorando al pub. «Ma soprattutto, cominciai ad andare a teatro a Martina Franca». In seguito sarebbe arrivata la Facoltà di Lettere, a Roma. E la Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”, a Milano. «Senza un soldo, lavorando e studiando, provino dopo provino, entrai nella compagnia di Luigi De Filippo».
Ma non è quello dell’attore il suo destino. Così abbandona la compagnia. Tutto pare perduto. Invece, ecco la svolta. Arriva grazie a un testo tutto suo, una riscrittura di Romeo e Giulietta dal titolo Nati sotto contraria stella, i cui protagonisti sono vecchi comici, fuori parte, senza talento, che ostinatamente rappresentano uno Shakespeare senza speranza. Tutti ne risero. E ne ridono ancora. «Gli ultimi a rappresentarlo sono stati Ale e Franz». Lo spettacolo fece uscire Muscato dall’ombra. Per consegnarlo a noi tutti, qui, alla Scala. In compagnia del suo grosso coniglio immaginario.