medicina

L'economista che vuole legalizzare il traffico d'organi per salvare ricchi (e poveri) del mondo

Negli Usa ci sono 100mila persone in lista d'attesa per un rene ma solo 12mila trapianti l'anno. Nelle Filippine non ti pagano la dialisi. In Cina si usavano i condannati a morte come donatori. Il problema degli organi è globale e il Nobel Alvin Roth ha la soluzione (forse): scambiamoceli fra di noi

Operazione Chirurgia Organi

PIERRE-PHILIPPE MARCOU / AFP

7 Giugno Giu 2017 1420 07 giugno 2017 7 Giugno 2017 - 14:20
WebSim News

Negli Stati Uniti avvengono 12mila trapianti di rene all'anno. Ma le persone in lista d'attesa sono 100mila nello stesso arco di tempo. Nemmeno a dirlo anche la sanità Usa, pre e post Obamacare, ha un problema con la razza: le insufficienze renali croniche colpiscono la popolazione afroamericana con un un'incidenza di quattro volte superiore rispetto ai pazienti bianchi.

In Europa ci sono altri 100mila soggetti in attesa di donatore e almeno 9mila sono gli uomini e le donne che in Italia si rivolgono al proprio chirurgo con una sola domanda: «Quando riceverò il mio nuovo organo?». Molti di loro non riceveranno mai risposta.

Nelle Filippine o in Messico il sistema sanitario nazionale non copre le onerose spese per la dialisi se non per 4-8 settimane. Praticamente una nullità. E per quei pochi abitanti di Manila o Tijuana che riescono a permettersi l'operazione c'è poi un costo aggiuntivo, quasi proibitivo: quello dei farmaci immunosoppressori. In Cina si “prenotavano” i donatori di organi fra i condannati alla pena capitale. Così era possibile “pianificare” i trapianti sulla base di quando sarebbe stata eseguita la sentenza di morte. Il sistema lo prevedeva.

Negli Usa ci sono 100mila pazienti in lista d'attesa per un trapianto di fegato e solo 12mila operazioni all'anno. Nelle Filippine il sistema sanitario paga la dialisi per meno di due mesi. In Cina si usavano i condannati a morte come donatori”. Il problema è globale e va affrontato in maniera globale

È un mercato pazzo quello di cui parliamo. O meglio, un non-mercato: quello degli organi. Tutti i codici penali del mondo ne puniscono la compravendita e contengono, con qualche variazione, la frase “è vietato ricevere o trasferire un organo a titolo oneroso”. Con una sola eccezione: “l'oscurantista” Iran, quasi per paradosso, lo permette.

Come spesso accade, lì dove non arrivano le leggi per via di barriere economiche, finanziarie, legislative o etiche, arriva la criminalità più o meno organizzata. Ed è così che a Baku, in Azerbaijan, fiorisce un ricco mercato nero degli organi in cui donne in stato di povertà assoluta, provenienti da Moldavia o Ucraina, si sottopongono a espianti che avvengono in condizioni igieniche disastrose. Per esempio senza che il chirurgo indossi guanti e camici adeguati o con strumentazione tutt'altro che sterilizzata.

C'è un solo Paese al mondo in cui è legale vendersi un organo: l'Iran. Ma i mercati neri fioriscono: dai primi casi negli anni '80 in India con compratori dal Golfo fino ai minorenni arrivati con i flussi migratori che spariscono una volta in Europa

Un altra di queste “piazze” nasce e cresce in Pakistan – come ha mostrato con un video ai colleghi l'ex sindaco di Roma e chirurgo, Igazio Marino, che nel 1993 fece parte del team di specialisti che eseguì i primi xenotrapianti di fegato da babbuino a uomo. A livello storico, segnala il Parlamento europeo in una relazione dedicata al fenomeno del traffico di organi, troviamo i primi casi di compravendita negli anni '80 in India. Quando la rivista scientifica The Lancet monitorò i casi di 131 pazienti facoltosi provenienti da Emirati Arabi, Oman, Stati del Golfo, Malesia e Singapore, che si recavano in aereo con il proprio medico personale a Bombay per effettuare un espianto-trapianto da donatori locali, in cambio di soldi.

In anni recenti il mercato nero sembra nutrirsi dei flussi migratori e dei migliaia di minorenni che ogni anno spariscono dai radar. Anche in Europa.

«Questo è un mercato strano: non conta solo scegliere ma anche essere scelti. Le persone vanno sui mercati illegali solo perché non ci sono altre chance»

Alvin E. Roth, Nobel per l'Economia 2012

Per chiunque, quanto descritto sopra, è un problema etico o penale: di malvagità o di criminalità. Non per gli economisti. Non per tutti almeno: «Le persone vanno sui mercati illegali solo perché non ci sono altre chance» ha spiegato Alvin Eliot Roth, professore ad Harvard e Nobel per l'economia nel 2012, dal palco del Festival dell'Economia di Trento che quest'anno era proprio incentrato sul delicato tema “Salute e disuguaglianze”. Per l'economista, con i suoi numeri freddi e distaccati, si può dare una lettura diversa del problema: domanda e offerta globale che non si incrociano, barriere che lo impediscono e teoria dell'allocazione delle risorse in una situazione in cui queste – gli organi – scarseggiano. È per questo che da metà degli anni Duemila Alvin Roth ha iniziato a lavorare sull'ipotesi dello “scambio di organi” a livello globale perché «questo è un mercato strano: non conta solo scegliere ma anche essere scelti» ha detto il Nobel portando un esempio: «Josè e Cristina sono una coppia filippina che aveva speso tutti i risparmi di una vita per pagare la dialisi di lui - ha raccontato - la moglie non era compatibile con il marito e allora sono venuti a Toledo, in Ohio. Dove Josè ha ricevuto un organo da un donatore non diretto, cioè da qualcuno che nemmeno conosceva, contrariamente a quanto avviene nella maggior parte dei casi dove a offrirsi è un parente. La moglie a sua volta ha donato un rene a un altro paziente americano, dando vita a quella che oggi chiamiamo catena del “gruppo zero”. Una catena che ha salvato la vita a più di 11 persone con questo sistema». Niente soldi, quindi, niente violazioni della legge vigente o remore morali ma piuttosto un circuito “sharing” sui generis, dove se un donatore della coppia è compatibile con il paziente di un altra coppia, a salvarsi sono entrambi. Un po' come il “gioco” che anni fa prevedeva di abbandonare sulle panchine dei parchi l'ultimo libro letto. Se tutti lo fanno, alla fine, tutti leggono più libri.

Negli Usa un trapianto, rispetto a una dialisi, fa risparmiare 250mila dollari nei primi cinque anni. È un caso unico in medicina. Roth: «Usiamo quei risparmi per pagare le cure post operatorie nei Paesi poveri»

Alvin E. Roth, Nobel per l'Economia 2012

Per l'economista ci sarebbe un ulteriore vantaggio, tutto monetario: il trapianto dei reni è uno dei pochi ambiti della medicina dove la terapia – la dialisi – costa più dell'operazione. «Negli Usa ogni paziente trapiantato fa risparmiare al sistema sanitario almeno un quarto di milione di dollari nei primi cinque anni – ha spiegato l'economista – pensate cosa accadrebbe se tutto ciò fosse applicato su larga scala? Se potessimo usare quei risparmi per finanziare le cure post operatorie dei pazienti filippini, di altri Paesi poveri o in via di sviluppo dove queste cure semplicemente non sono coperte?» Nel caso sperimentale della coppia Josè e Cristina questo è effettivamente avvenuto. Come anche con altri pazienti dal Messico che dal 2012 in poi hanno dato vita a nuove catene che coinvolgono fino a 60 a persone. C'è chi si è domandato se questa non sia soltanto un'altra forma di disuguaglianza: il mondo ricco che si “compra”, seppur indirettamente, gli organi di nazioni più povere. Non sembra d'accordo una copertina Newsweek proprio per il Messico, pubblicata in versione spagnola. Dove il settimanale, polemizzando con la campagna elettorale americana e l'ormai noto muro al confine fra Messico, California e Texas e facendo riferimento proprio allo “scambio di organi”, titola il suo numero “Un ponte di vita”.

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