C'è un piano per ingrandire la fabbrica di bombe in Sardegna, e al Governo tutto tace

L'azienda tedesca Rmw ha ricevuto dal Ministero degli Esteri italiano licenze per continuare a esportare le sue bombe per un totale di 489,5 milioni, nonostante in Italia sia vietato vendere armi a Paesi in guerra, come l'Arabia Saudita, primo destinatario dei prodotti della fabbrica in Sardegna

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AMER ALMOHIBANY / AFP

8 Giugno Giu 2017 1222 08 giugno 2017 8 Giugno 2017 - 12:22

Sono i numeri a render conto di una strage incredibile. Oltre tre milioni di profughi, 18,8 milioni di persone (due terzi della popolazione yemenita) che dipendono totalmente dagli aiuti umanitari, quasi 5mila civili morti e più di 8mila feriti. Sono i risultati tragici di una guerra, quella in Yemen, che va avanti nell’indifferenza generale nonostante le condanne di associazioni umanitarie e pacifiste e delle stesse Nazioni Unite. Una strage di cui anche il nostro Paese è complice. Già, perché sebbene in Italia viga una legge (la n. 185 del 1990) che vieterebbe la vendita di armi ai Paesi «in stato di conflitto armato» in contrasto con le direttive Onu, da cui sono nate peraltro anche ben due indagini giudiziarie (una a Roma e una a Brescia), il Governo continua ad autorizzare la vendita di bombe all’Arabia. Bombe che poi la coalizione saudita sgancia, appunto, sullo Yemen.

A dirlo, nero su bianco, è stato il «Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen», presentato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e di cui Linkiesta ha già dato conto. Il report, come ci spiega dettagliatamente Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia, «documenta il ritrovamento, a seguito di due bombardamenti a Sana’a nel settembre 2016, di più di cinque ‘bombe inerti’ sganciate dall’aviazione saudita» contrassegnate dalla sigla «Commercial and Government Entity (CAGE) Code A4447», riconducibile all’azienda Rwm Italia, che ha sede a Ghedi (Brescia) e fabbrica di bombe a Domusnovas, in Sardegna. La prova documentale che tiene assieme Italia, Arabia Saudita e i morti in Yemen. Non è un caso d’altronde che, secondo l’ultimo report del Governo sulle autorizzazioni alle esportazioni di armi (relative al 2016), proprio la Rwm abbia fatto un balzo nel business armato incredibile. Basti questo: le licenze di esportazioni rilasciate dal ministero degli Esteri alla Rwm per il 2016 ammontano a 489,5 milioni. Nel 2015 erano “solo” 28 milioni.

Mentre cresce il niet dell’opinione pubblica e dei comitati spontanei, supportati da un fronte bipartisan di parlamentari, la maggioranza sia a livello nazionale che regionale – in entrambi casi targata Pd – tace

Ma non è tutto. Perché la vera novità di questi giorni è che la Rehinmetall, la multinazionale tedesca che controlla la Rwm Italia e che ovviamente non fabbrica bombe in territorio tedesco preferendo il più compiacente atteggiamento nostrano, avrebbe deciso di investire per ampliare ulteriormente l’azienda sarda nel Sulcis. È il deputato di Unidos, Mauro Pili, che ci racconta quanto sta accadendo: «La Germania, nazione ricca, non vende direttamente armi, ma le fa vendere nell’area sarda più povera, il Sulcis, che poi rivende a una nazione ricca, l’Arabia, che sgancia quelle stesse bombe su un Paese povero come lo Yemen. Un circolo vizioso e drammatico che deve essere fermato, ma il nostro Governo preferisce non dire nulla». Già, un «silenzio omertoso e complice», come lo definisce Pili. Eppure il procedimento è in stato avanzato. «Durante l'assemblea degli azionisti a Berlino, la Rehinmetall – ci dice Roberto Cotti, senatore sardo Cinque Stelle che battaglia da tempo contro il business armato – ha comunicato che sono previsti 20 milioni di euro nel 2017 e altrettanti nel 2018 per l'ampliamento della fabbrica di Domusnovas». Quaranta milioni per ampliare la fabbrica (con un non meglio precisato «campo di prove») e, presumibilmente, il carico di morte. Lo stesso Cotti, nei giorni scorsi, ha reso pubblico un documento dal quale si evince che la proposta ha già ottenuto il parere favorevole dei Vigili del Fuoco. Ma la partita, anche da un punto di vista ambientale e urbanistico, è piuttosto complicata. Non è un caso che la Conferenza dei Servizi, prevista per lo scorso 18 maggio, è stata rinviata a data da destinarsi poiché, tra le altre cose, manca ancora la Valutazione di Impatto Ambientale. «È necessaria ulteriore istruttoria», tagliano corto a Linkiesta dalla Regione.

Nel frattempo, però, nell’iglesiente sono nati vari comitati spontanei. Quanto si chiede è semplice: basta carichi di morte, basta ricatti morali per cui si è obbligati a fabbricare armi in un’area che dal punto di vista occupazionale non offre alternative, «è ora di riconvertire l’azienda», dicono. E le possibilità, a quanto pare, ci sono. «Da tempo – spiega ancora Pili – sul tavolo c’è una mia proposta: ripartire dalla legge sulla riconversione delle aree minerarie. In quella zona, infatti, si produceva esplosivo di natura civile. Bisogna ripartire da lì, dalle bonifiche minerarie che sono totalmente inevase nel Sulcis, facendo in modo che quei 70 lavoratori della Rwm vengano assunti nell’Igea, l’ente regionale che si occupa appunto delle bonifiche minerarie».

Mentre cresce il niet dell’opinione pubblica e dei comitati spontanei, supportati da un fronte bipartisan di parlamentari (nel frattempo anche Michele Piras di Mdp ha presentato un’interrogazione a riguardo che attende risposta dai ministri Pinotti e Alfano), la maggioranza sia a livello nazionale che regionale – in entrambi casi targata Pd – tace. «Loro speravano che passasse tutto sottotraccia e sotto silenzio – commenta ancora Pili – Ora con la pressione dei comitati non possono far finta di nulla: dovranno per forza uscire allo scoperto». Intanto, però, nel silenzio assoluto delle istituzioni, i carichi di morte continuano a partire. L’ultimo venerdì: operazioni cominciate alle 3 di notte e nave salpata alle 5, prima che albeggiasse. «Hanno utilizzato un molo del porto di Cagliari poco visibile, schierando i Vigili del Fuoco a protezione del carico esplosivo», ci dice ancora Pili, che ha provveduto a denunciare la cosa. Ma dai palazzi di potere nessuno commenta. Meglio: qualcuno potrebbe ricordare loro i quasi 5mila morti in Yemen.

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