Riformisti di tutti i poli, unitevi, avrebbe detto il filosofo. Più i due poli si sfrangiano al loro interno, più si vanno aggrumando sia i riformisti all’interno del campo largo sia quelli autonomi dal bipopulismo. La situazione è in movimento, a destra, a sinistra e al centro. Più difficile mettere insieme i riformisti del campo largo, sufficientemente umiliati dalla sinistra e da Giuseppe Conte, mentre al centro il lavoro è andato più avanti. Il fatto nuovo c’è ed è questo: «Un polo che dice le stesse cose». Buona questa sintesi di Pina Picierno, la cui uscita dal Partito democratico ha smosso un po’ le acque e animato i riformisti autonomi.
Vedremo alla prova dei fatti, ma è evidente che la vicepresidente del Parlamento europeo, in effetti, vada dicendo le stesse cose di Carlo Calenda e degli Europeisti che hanno dato vita all’appuntamento del Teatro Franco Parenti di Milano di lunedì scorso. Lo stesso luogo dove, giovedì 25, per iniziativa del Circolo Matteotti e di Linkiesta – coordinerà Christian Rocca –, si ritroveranno Picierno (Spazio Pubblico), Elisabetta Gualmini (Azione), Marianna Madia (indipendente di Italia Viva), Lia Quartapelle e Simona Malpezzi (Pd): appunto, i riformisti che si organizzano in luoghi diversi, forse domani, per colpire uniti nel prossimo Parlamento.
In una legislatura che potrebbe essere più movimentata di quanto qualcuno spera, grazie al premio di maggioranza, e nella quale si eleggerà il successore di Sergio Mattarella, le piccole truppe dei vari riformisti sposteranno i pesi sul piatto della bilancia. Ecco perché l’arroganza insita nella claustrofobica foto dei capi del super-partito Pd-M5s-Avs è fuori luogo.
Dice Picierno: «Il campo largo non ha nulla a che vedere con la tradizione del centrosinistra. Io penso che l’Italia abbia bisogno di un fronte democratico ed europeista. Un fronte che sorprenderà molti alle prossime elezioni». Già. La questione è in fondo semplice: chi rappresenta oggi l’Italia moderata, produttiva, europeista e riformatrice? Chi interpreta una cultura di governo capace di coniugare crescita economica, coesione sociale e collocazione occidentale del Paese?
Se terrà fede alle promesse, un po’ di voti il nuovo Terzo polo li toglierà proprio al campo cosiddetto largo. Che è partito «stretto». La sinistra e i populisti cucinano e apparecchiano: gli altri, al massimo, saranno degli ospiti nemmeno tanto graditi. E dunque non ha torto Benedetto Della Vedova quando reclama un coordinamento tra i riformisti che hanno scelto di stare nel campo largo, per bilanciare l’egemonismo dei Pd-M5s-Avs e ottenere quella pari dignità che all’Osteria Costanza gli è stata negata.
Matteo Renzi non ha drammatizzato. Troppo preso dal viaggio a Chicago da Barack Obama. Sul palco c’erano tutti gli ultimi presidenti americani, ovviamente non Donald Trump, il grande nemico della democrazia Usa. Ma anche il leader di Italia Viva prima o poi dovrà fare i conti con la realtà, e cioè che il problema del centrosinistra è che la sinistra si è allontanata dal centro, e che forse è giunto il momento di ritirare fuori il trattino (centro-sinistra o, meglio ancora, sinistra-centro), con buona pace di un trentennio di elaborazioni, da Romano Prodi a Walter Veltroni ad Arturo Parisi.
«Ho provato in tutti i modi a salvare l’anima di questo partito, ma ho dovuto constatare uno slittamento inesorabile verso posizioni identitarie, massimaliste e populiste», ripete Picierno. Lo pensa anche Gianni Vernetti, che addirittura si chiede se dal campo largo «non sia forse meglio andarsene prima di essere cacciati». È il Pd schleiniano che è andato da un’altra parte, affiancando «il populismo con la pochette di Giuseppe Conte, che non appartiene alla mia cultura politica», insiste Picierno. Per cui ora comincia il gran lavoro, e qui si verificherà la possibilità di «dare una casa politica ai riformisti italiani». E chissà, magari salvando il centrosinistra senza trattino.