Avviso ai maturandi: l'università non fa la felicità, anzi

Dall'epoca in cui anche l'operaio voleva il figlio dottore sono passati cinquant'anni, nel frattempo all'università si iscrive sempre più gente, ma sempre più spesso è una perdita di tempo e il destino di un terzo dei ragazzi è la disoccupazione da "sovraistruzione"

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28 Giugno Giu 2017 1129 28 giugno 2017 28 Giugno 2017 - 11:29

Nel pieno degli anni Sessanta, mentre le piazze si riempivano di studenti e operai, gli iscritti alle università italiane aumentavano di anno in anno come mai prima di allora. In un solo decennio passarono dalle 288mila unità del 1961 alle quasi 800mila del 1971. L'università era diventata uno status, rappresentava la speranza di eguaglianza delle classi subalterne: i figli dei contadini, degli operai, degli artigiani, della piccolissima borghesia cittadina ora potevano intraprendere la scalata sociale. La cultura e l'istruzione superiore, da sempre appannaggio di una classe ristretta di persone, stava diventando di massa. L'operaio poteva avere il figlio dottore, e la Contessa non la prendeva affatto bene.

Dal 1968 sono passati quasi cinquant'anni, la situazione è molto cambiata e anche se di operai non ce ne sono quasi più, gli iscritti alle università italiana nel 2016 hanno fatto registrare il record positivo degli ultimi 15 anni. 283.414, 12.295 in più dell'anno precedente, a invertire una tendenza al ribasso che durava da più di un decennio. Tanti sono i ragazzi che nell'anno accademico scorso dopo la maturità hanno scelto di iscriversi a un corso di laurea

Detta così sembra una buona notizia. Eppure non lo è, soprattutto perché nel frattempo i dati della disoccupazione continuano ad aumentare e, da qualche anno a questa parte si è iniziato a usare la parola “sovraistruzione”, ovvero un neologismo che all'operaio non piacerebbe per niente e che strapperebbe invece un sorriso alla Contessa inquieta.

Cosa significa? Che abbiamo fatto studiare un sacco di persone fornendo loro la speranza di fare un lavoro adeguato alla loro istruzione, ma poi, quando a quel lavoro ci sono arrivati, gli abbiamo detto che sono troppo qualificati. In pratica il pezzo di carta che qualche decennio fa poteva far scalare al figlio dell'operaio la scala sociale e arrivare a competere con il figlio del dottore, ora vale sempre di meno. Volevamo combattere il classismo con l'istruzione per tutti, ma non abbiamo risolto nulla, perché il classismo si è semplicemente spostato dopo l'università, nelle università private e nei master — troppo costosi per il figlio dell'operaio — o nella giungla lunga anni di sottoccupazione o di lavoro non remunerato, mortale per chi non ha le spalle coperte.

Abbiamo fatto lo sbaglio di dare per scontato che il capitale culturale potesse appianare le differenze di classe. Siamo arrivati a dare per scontata la necessità di fare l'università per chiunque, tanto che ormai più della metà dei maturandi, pur non avendo idea di cosa scegliere, non mette in dubbio la necessitò di andarci, all'università. Non ci siamo accorti che abbiamo confuso il contenitore con il contenuto e abbiamo mandato un'intera generazione al macello lavorativo, parcheggiando per anni in corsi di laurea con nomi tanto esotici quanto vuoti gente che in realtà avrebbe voluto fare altro.

E il risultato è tragico: le università, sempre più povere e prive di personale a sufficienza, si ritrovano ad essere sempre più affollate; meno del 30 per cento degli iscritti alle lauree triennali riescono a finire in tempo il loro corso di studi; il 40 per cento degli iscritti non arriva in fondo e abbandona, un 10 per cento resta iscritto ma senza laurearsi mai e, chi ci arriva, ci arriva sempre peggio, lanciandosi subito dopo in un mondo del lavoro delirante, fatto di lavori sottopagati.

Professioni liberali che erano appannaggio dei figli della Contessa, ora sono accessibili anche al figlio dell'operaio, è vero, ma al prezzo di vivere a stento. Perché quegli stessi lavori — dal giornalista all'avvocato, dallo psicologo all'architetto — sono passati da essere lavori di élite all'essere lavori da schiavi. E mentre i figli della Contessa tornano a investire sulla terra e sull'artigianato, fanno i maker e gli startupper, noi figli dell'operaio, con le nostre belle lauree in tasca ci scanniamo per lavorare, ce ne andiamo a fare i camerieri all'estero, in generale guadagniamo meno dei nostri genitori.

Difficile dire se esiste una soluzione. Ma sicuramente, in questi giorni di esami di maturità che finiscono, un consiglio ai nei maturandi bisogna darlo: non date per scontato che l'università sia la scelta giusta. Non date per scontato che senza una laurea la vostra vita sarà più povera, non è vero. Appena finite gli esami, prendetevi del tempo e date un'occhiata a spettro largo a tutte le opportunità che ci sono sul tavolo: non è detto che fare una scuola di falegnameria o di missaggio sonoro sia una scelta peggiore di iscriversi a una triennale di Scienze della comunicazione, anzi, al 99 per cento vale il contrario. E se proprio siete incerti fino all'ultimo, non scegliete la prima cosa che vi capita, piuttosto prendete in considerazione l'idea di aspettare un anno, sarà un anno meno perso andando a fare il cameriere in giro per il mondo piuttosto che studiare cose di cui non vi importa nulla e che, ormai sempre più spesso, non vi faranno trovare un lavoro.

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