Vivo a Bali, lavoro a Milano: la vita da sogno dei digital nomad

I nomadi digitali sono persone che decidono di girare il mondo lavorando da remoto. Sono imprenditori o semplici freelance e hanno scelto due grandi hub per trovarsi: Chiang Mai e Bali. Una scelta di vita fatta di crescita professionale, di vacanza ma anche di spiritualità

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Una “digital nomad” a El Salvador

Steven Zwerink / Flickr Creative Commons

24 Luglio Lug 2017 1230 24 luglio 2017 24 Luglio 2017 - 12:30
WebSim News

Anna Franchi ha già la valigia pronta. A settembre partirà per Bali, non per andare in vacanza, né per lavorare presso qualche società multinazionale o locale. Farà la freelance, gestirà dall’isola indonesiana la piccola agenzia di marketing digitale che ha avviato da Brescia, dove è una “tagger”, ossia in affitto presso il co-working Talent Garden. Non sa quanto starà, sa solo che andrà in un luogo tutto particolare: uno dei pochi hub mondiali (l’altro è Chiang Mai, in Thailandia) che si sono ritagliati il ruolo di culla di un movimento in grande ascesa, quello dei “digital nomad”. Se questa definizione non vi dice niente, non siete soli. L’Italia è attualmente al di fuori di una tendenza che sta prendendo piede tra l’Australia, il Regno Unito, il Canada, gli Stati Uniti e qualche Paese dell’Europa centro-settentrionale. Anna è una delle pochissime persone che nel nostro Paese hanno intrapreso questa strada, ma ha le idee chiare su cosa voglia dire essere nomadi digitali: lasciare il proprio Paese e i legami fisici; prepararsi a una vita liquida, fatta di solitudini e di condivisione di spazi con altri membri della comunità internazionale dei nomadi; guadagnarsi da vivere con una delle professioni che oggi si possono condurre a distanza e che solo dieci anni fa avrebbero reso indispensabile una presenza fisica in ufficio. E, infine, dare una piega nuova alla propria vita, fatta di lavoro e formazione, sì, ma anche di spiritualità e di vacanza. È da queste quattro parole che non si può prescindere se si vuole capire a fondo questo fenomeno: lavoro, vacanza, comunità, spiritualità. Più una quinta, che tutti mettono in cima alla propria motivazione: libertà.

Ma di chi stiamo parlando, quando parliamo di digital nomad e di che numeri? Lo abbiamo chiesto a Fabiola Mancinelli, ricercatrice e docente a contratto all’Università di Barcellona (Ub), che da oltre un anno ha dedicato la sua ricerca a questo movimento, con studi sul campo e sui canali social più utilizzati. «Ritengo siano ormai diverse migliaia le persone che hanno fatto questa scelta», commenta, aggiungendo che la stima viene dallo studio dei principali gruppi Facebook dedicati al fenomeno. «Solo un anno fa i gruppi principali contavano 6-7mila iscritti, ora sono 20-30mila». Quanto al profilo, il primo consiglio della docente è quello di distinguere. «Ci sono due tipologie di persone che intraprendono questa strada - spiega -: gli imprenditori e i millennial. Per quanto il fenomeno dei digital nomad sia molto osmotico, è bene considerare separatamente i due gruppi». Tra gli imprenditori troviamo delle persone in genere di oltre 30 anni di età, che avevano già una propria attività e hanno fatto una “mid-career choice”, una scelta da metà carriera. Si sono resi conto che potevano effettuare lo stesso lavoro da qualsiasi luogo del mondo e hanno deciso di cambiare vita. Tra di loro ci sono molti operatori delle vendite online. Tipico ruolo è quello di chi opera il “drop shipping”, ossia una posizione di intermediario per merci rivendute su piattaforme come Shopify o la stessa Amazon. Oppure operatori della consulenza o del marketing digitale. Spesso, prima del grande passo, vendono la propria casa, in modo da avere una base economica per i primi periodi all’estero.

Alcune “digital nomad” sulla Isla Holbox, Messico (Steven Zwerink / Flickr Creative Commons)

Steven Zwerink / Flickr Creative Commons

Cosa vuole dire essere nomadi digitali? Lasciare il proprio Paese e i legami fisici; prepararsi a una vita liquida, fatta di solitudini e di condivisione di spazi con altri membri della comunità internazionale dei nomadi; guadagnarsi da vivere con una delle professioni che oggi si possono condurre a distanza e che solo dieci anni fa avrebbero reso indispensabile una presenza fisica in ufficio

Molto diverso è il caso dei millennial. Per loro il viaggio è un modo di formarsi in materie per cui, in ogni caso, non ci sarebbero università qualificanti. «A volte è una scelta che avviene dopo l’università, a volte in alternativa. Sono persone che hanno davanti una prospettiva precaria e che provano l’esperienza all’estero». I lavori tipici, nella stragrande maggioranza dei casi, sono quelli del “content writing”, le traduzioni, le lezioni di lingua online, le lezioni a distanza di ogni tipo, il digital marketing, l’assistenza ai clienti, la post-produzione fotografica, fino alla sfuggente professione di “youtuber”. A qualcuno va bene, ad altri no, ma intanto si passa un periodo indimenticabile. I possibili lavori e il modo di lavorare “mobile” sono oggetto di sempre maggiore attenzione, come testimonia il libro “Mobile Work” di Cristiano Carriero, appena pubblicato da Hoepli.

Per la gran parte dei digital nomad, in ogni caso, il lavoro, per quanto possibile, dovrebbe essere uno degli aspetti della vita, non il principale, tanto che un termine molto usato per descrivere lo stato dei digital nomad: “Workaction”, crasi tra work e vacation, ossia lavoro e vacanza. «Una delle “Bibbie” del movimento è il libro “The 4-Hour Workweek” (in Italia “4 ore alla settimana”) di Timothy Ferriss», spiega Mancinelli. Si fa affidamento alla capacità di automatizzare processi per lavorare poco e, soprattutto, di spendere meno, grazie a uno stile vita minimalista e alla scelta dei luoghi in cui vivere.

È questo uno dei motivi che sono stati alla base della creazione di hub di nomadi in posti dove vivere costa poco. Come la Thailandia, dove una reddito di 10 o 20 euro al giorno sono sufficienti per condurre una vita senza troppi fronzoli. Proprio in Thailandia, a Chiang Mai, Mancinelli ha condotto una delle sue ricerche sul campo. Il quartiere più frequentato dai digital nomad si chiama Nimmann, si trova nella zona ovest della città, a ridosso dell’università, e si può definire un quartiere “hipster”. C’è abbondanza di spazi di co-working, di cui il principale è il “Punspace”. Ci sono spazi per la ristorazione alternativa, come quella vegana. E una serie di servizi adatti agli occidentali, dalle piscine dotate di wi-fi ai barber shop. Una piccola Williamsburg trapiantata in Thailandia, di cui sono testimonianza decide di video su Youtube.

Uno dei video tutorial su come vivere da digital nomad a Chiang Mai, Thailandia, a cura di Chris The Freelancer

È da quattro parole che non si può prescindere se si vuole capire a fondo questo fenomeno: lavoro, vacanza, comunità, spiritualità. Più una quinta, che tutti mettono in cima alla propria motivazione: libertà

La ragione che ha portato alla formazione di tali hub è abbastanza semplice: la vita da nomade digitale non è affatto semplice. Si rischia di soffrire la solitudine. Si fanno lavori generalmente ad alto rischio di fallimento. Si ha la maggior parte delle proprie relazioni lavorative limitate al web. Di qui la necessità di punti di incontro, dove incontrare delle comunità. «È tutto molto liquido, ci sono molti eventi che si organizzano su Facebook o attraverso dei meet-up», racconta Fabiola Mancinelli. Questi eventi sono tenuti quotidianamente, prevalentemente di pomeriggio. «Sono testimonianze di come si è riusciti a realizzare la propria attività. Ci sono sessioni di coaching, per superare i momenti di difficoltà. Ci sono sedute su come gestire le tasse, uno dei capitoli più delicati per i digital nomad, così come quello dei visti. Ci sono incontri sui bitcoin e in generale molti scambi di competenze o di servizi». La comunità dei digital nomad finisce infatti per essere almeno in parte autoreferenziale, così molti dei clienti dei nomadi sono i nomadi stessi. «A volte si creano dei veri “baratti”: esperti di digital marketing scambiano i propri servizi con quelli di chi sa fare le traduzioni e così via». La comunità ha poi una serie di guru riconosciuti. Ci sono inoltre alcune agenzie (dai nomi significativi di “Remote Year” e “My Wonder Year”) che permettono ai neofiti di ottenere i contatti necessari per lavorare, vivere e passare il tempo.

Al di fuori degli aspetti lavorativi ha ovviamente importanza tutto il mondo legato allo svago, visto che si parla di ventenni e trentenni in solitaria in mezzo all’Asia. Ma c’è anche una componente di spiritualità rilevante. Diffusi sono i corsi di meditazione e quelli di yoga. È un punto di vista che Anna Franchi condivide decisamente. «Partirò per Bali perché c’è una community di digital nomad. Perché c’è il mare. Ma anche perché sono una appassionata di yoga», spiega. «Penso molto alla componente spirituale di questo viaggio. Per me vuol dire vivere la vita per realizzare quel che si vuole, più che fare quello che ti dicono sia giusto fare». La visione di Anna è quella comune a molti ragazzi anglosassoni che vogliono uscire dalla cosiddetta “rat race”, la corsa sulla ruota del criceto che ingabbia le giornate e le settimane dentro schemi fissi, fatti di lavoro dalle 9 alle 17. Per i più fortunati, il trasferimento negli hub dei digital nomad avviene in continuità con il lavoro che si svolgeva da casa. Un meccanismo tipico, spiega Mancinelli, è quello di chiedere al proprio datore di lavoro un aumento di stipendio, vederselo rifiutare e poi chiedere di poter lavorare da remoto, a parità dello stipendio attuale. Se il gioco riesce, si riesce a tenere uno stile di vita elevato, in un ambiente suggestivo come Bali, senza rischiare in proprio. «Ci sono casi stranissimi, come quello di una responsabile di un laboratorio di analisi mediche che è riuscita a fare tutte le sue attività da remoto», dice la docente dell’università di Barcellona. La quale però aggiunge che questo meccanismo potrebbe portare a una serie di risvolti negativi, come una deresponsabilizzazione dei datori di lavoro, che sarebbero incentivati ad abbassare i salari favorendo la delocalizzazione dei propri dipendenti.

Uno dei video-tutorial su come vivere da digital nomad a Chiang Mai, Thailandia, a cura dell’agenzia Remote Year

Due dei più importanti hub dei digital nomad sono in Asia, a Bali e a Chiang Mai, in Thailandia. Sono luoghi dove si creano delle comunità. I nomadi si trovano attorno a co-working e locali ma organizzano anche gli incontri più disparati: si tengono corsi di coaching, lezioni su come svolgere attività a distanza e pagare le tasse, ma anche incontri di meditazione e yoga

Tutti questi ragionamenti, tuttavia, devono fare i conti con la realtà dei visti. A Chiang Mai molti dei lavoratori occidentali arrivano con dei visti turistici di sei mesi, che poi rinnovano con dei brevi soggiorni nel Laos, chiamati “visa run”. Il gioco ha funzionato senza intoppi per qualche tempo, ma le autorità thailandesi hanno deciso di mettere in atto una stretta: ora, spiega Mancinelli, sono possibili solo due rinnovi, dopodiché è necessario trascorrere un periodo di sei mesi in un altro Paese. Questo per molti non è un problema, aggiunge, per due motivi: per il carattere “nomadico” e temporaneo di queste esperienze e per un fattore più specifico di Chiang Mai, dove a febbraio inizia la “burning season”, durante la quale i contadini danno fuoco ai campi, rendendo l’aria irrespirabile, seguita poco dopo dalla stagione delle piogge, che vede molti occidentali allontanarsi per qualche tempo.

Se le autorità thailandesi stanno mettendo una stretta al fenomeno (nel 2014 ci sono stati anche arresti di stranieri, proprio nel co-working Punspace), altri ne stanno approfittando. Anche nella vecchia Europa, dove Paesi come l’Estonia stanno cercando di attrarre i nuovi lavoratori mobili. Il programma estone di e-residency ha proprio lo scopo di agevolare la permanenza di lavoratori, anche dal punto di vista fiscale. Anche l’Ungheria con Budapest e la Serbia con Belgrado stanno facendo dei passi avanti. I luoghi preferiti dai “digital nomad” si possono trovare su uno dei siti di riferimento del movimento, chiamato NomadList. Una serie di video-recensioni sui principali hub degli nomadi digitali a cui vale la pena dare un occhio è quella realizzata da Chris The Freelancer.

La precarietà è d’altra parte una delle caratteristiche intrinseche di questi nomadi, che tendono a condurre la vita mobile «per un periodo di 3-5 anni, al massimo dieci», specifica la docente. «Dopo subentra solitamente un desiderio di stabilizzazione familiare». Per Anna, che ha 28 anni, la decisione su quanto tempo rimanere a Bali è rinviata a quando sarà arrivata sul posto e avrà fatto esperienza diretta della vita da nomade.

Un’immagine del co-working Punspace, di Chiang Mai (foto tratta dal sito http://www.punspace.com/)

«Partirò per Bali perché c’è una community di digital nomad. Perché c’è il mare. Ma anche perché sono una appassionata di yoga. Penso molto alla componente spirituale di questo viaggio. Per me vuol dire vivere la vita per realizzare quel che si vuole, più che fare quello che ti dicono sia giusto fare»

Anna Franchi

Per lei, tuttavia, dei precedenti ci sono già stati. Dopo un periodo universitario a Miami, racconta, è seguito uno stage a New York, un breve ritorno in Italia per laurearsi, un lavoro come Pr per l’arte a New York, un anno a Londra sempre come Pr. Data l’insoddisfazione del soggiorno e del lavoro londinese, è seguito un periodo in Cile, per lavorare a una startup con un’amica. «È lì che ho conosciuto l’ambiente dei digital nomad e ho cominciato a immaginare il mio progetto di vita e la mia agenzia di marketing digitale», chiamata annafranchi.com. Anna conferma che, nel suo percorso, non ha incontrato alcun italiano. «Di tutti quelli che ho monitorato, gli italiani saranno l’1%», dice Mancinelli. Una conferma arriva anche da Andrea Paoletti, che ha descritto il fenomeno dei digital nomad in un post sul sito Centodieci (a suo tempo ripreso da Linkiesta) e che, soprattutto, gestisce uno spazio di co-working e co-living a Matera, Basilicata, dove i digital nomad finiscono spesso per passare. «Attualmente abbiamo qui una ragazza di New York, Casey, che sta girando il mondo da anni senza fermarsi, lavorando da remoto». Nello spazio di co-living (aperto nel lontano 2012) è anche passata una delle digital nomad più note, l’australiana Crystal Davis, autrice di libri e articoli “inspirational” sul tema. «Il nostro è uno spazio che mettiamo a disposizione per lavorare - continua Paoletti -. Certo, il limite è sottile: fanno vacanza e lavoro allo stesso tempo». È la famosa “workaction”, una delle facce felici della globalizzazione, in un’epoca di rigetto e voglia diffusa di restaurazione dei confini.

«Da digital nomad si vive per un periodo di 3-5 anni, al massimo dieci. In seguito subentra solitamente un desiderio di stabilizzazione familiare»

Fabiola Mancinelli, Università di Barcellona

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