I Sauditi sono diventati ”buoni”? Non credeteci

Cosa c’è davvero dietro alla svolta moderata dell’Arabia Saudita. Molto cinismo, molta tattica, e un conflitto con l’Iran (e con la Russia) per il dominio in Medio Oriente

Mohammed Bin Salman_Linkiesta
7 Novembre Nov 2017 0755 07 novembre 2017 7 Novembre 2017 - 07:55

C’è molto cinismo e molta tattica dietro la recente svolta “moderata” dell’Arabia Saudita, delineata a fine ottobre dal principe ereditario, e ministro della Difesa, Mohamed Bin Salman. Allontanare il regno dal più becero fanatismo wahabita, aprire all’Occidente non solo in termini economici ma anche di influenze culturali, dare maggiori diritti ai cittadini (anche a quelli di sesso femminile), sono in buona parte dei mezzi per un fine: arrivare alla rivincita contro l’Iran sciita meglio attrezzati e collocati internazionalmente.

Non si tratta solo di questo, ovviamente. Il principe ereditario è giovane, classe 1985, così come è giovane la media della popolazione araba. Moltissimi membri della corte coetanei del principe – la terza generazione degli al Saud – hanno studiato all’estero. Inoltre l’esigenza di rendersi indipendenti dall’economia del petrolio, incentivando gli investimenti stranieri nel Paese e lo sviluppo di una classe media, si fa più urgente col passare del tempo. Dunque la svolta moderata non è “solo” tattica, affonda probabilmente le radici in convinzioni sempre più diffuse nelle élite e non solo della penisola araba e, se ben gestita, potrà avere un impatto strategico di lungo periodo sul futuro di Riad.

Il danno più grave agli interessi sauditi, comunque, non è forse quello tattico-militare, dovuto alla sconfitta sul terreno nella partita con l’Iran, quanto quello di immagine nei confronti dell’Occidente

Ma la tattica e il cinismo, come si diceva, fanno la parte del leone nella decisione di annunciare in questo momento storico, in questo contesto geopolitico, la svolta. L’Arabia Saudita ha infatti perso la recente sfida con l’Iran in Siria, con ricadute nell’intero Medio Oriente. La spallata al regime di Assad non ne ha causato la caduta e, anzi, il seguente dilagare dello Stato Islamico (un’organizzazione terroristica sunnita, con convinzioni teologiche non distanti da quelle più conservatrici presenti in Arabia Saudita) ha dato agli avversari di Riad l’occasione per guadagnare terreno.

Ora l’Iraq si è avvicinato all’Iran come mai era successo nel recente passato, l’Hezbollah libanese è uscito militarmente più forte ed esperto dagli anni di guerra civile siriana, la caduta di Assad non viene più perseguita di fatto da nessuno. Turchia e Qatar - per molto tempo alleati/concorrenti di Riad contro il regime di Damasco – si sono spostati su una linea dialogante con Teheran. La prima via Mosca, a causa degli ammiccamenti tra Occidente e curdi siriani, la seconda a seguito di una crisi diplomatica proprio con Riad. Anche in Yemen i ribelli sciiti Houthi continuano a dare filo da torcere all’Arabia Saudita, intervenuta militarmente (peraltro proprio su input del principe Mohammed Bin Salman) nel 2015 e da allora rimasta impantanata in una guerra di logoramento.

Il danno più grave agli interessi sauditi, comunque, non è forse quello tattico-militare, dovuto alla sconfitta sul terreno nella partita con l’Iran, quanto quello di immagine nei confronti dell’Occidente. Durante gli anni di terrore dello Stato Islamico moltissimi politici e commentatori europei e americani hanno sottolineato la vicinanza ideologica tra il fanatismo wahabita del regno saudita, e quello dei tagliagole dell’Isis. Per contrasto è risaltato l’Iran “moderato” del presidente Rohani, sciita e nemico giurato dell’Isis. In Siria sottotraccia e in Iraq esplicitamente, l’Occidente ha finito con l’allearsi con Teheran contro lo Stato Islamico, e la cosa non ha ovviamente fatto piacere ai sauditi. Anche per la possibilità, ventilata da alcuni ambienti europei ma anche americani, che il “cambio” di alleanze in Medio Oriente in favore dell’Iran diventasse un risultato acquisito.

Ora Riad sembra voler correre ai ripari. Così come l’Iran ha tratto grandi benefici da una svolta “moderata” – l’accordo sul nucleare tra Teheran e 5+1 è nato proprio grazie all’elezione di Rohani nel 2013 -, l’Arabia Saudita spera ora di fare lo stesso. Se la mossa andasse a buon fine, con un rinnovato rapporto con l’Occidente i Saud potrebbero andare alla “rivincita” contro l’Iran da una posizione nettamente avvantaggiata. Non solo avrebbero alle spalle l’America di Trump e Israele, ma potrebbero contare sui buoni rapporti con la Russia di Putin e forse anche con l’Europa. Nella speranza degli strateghi di Riad, anche Turchia e Qatar potrebbero essere riagganciate e l’asse sunnita nel suo complesso ricompattato.

Il banco di prova di questo nuovo corso saudita è già chiaro: il Libano. Il premier Saad Hariri, sunnita e molto vicino a Riad (secondo alcuni proprio “controllato” dai Saud, per via della holding immobiliare della famiglia Hariri basata in Arabia che è in crisi da alcuni anni), si è dimesso il 4 novembre scorso. Tutto nell’annuncio –fatto mentre Hariri si trovava proprio a Riad, e comunicato al mondo da Al Arabiya, la tv degli Emirati Arabi, stato vassallo dei Saud – ha reso evidente il ruolo dell’Arabia Saudita. Adesso il potere in Libano è ufficialmente nelle mani del presidente Michel Aoun, molto vicino a Hezbollah, e la milizia sciita vicina all’Iran è l’attore militarmente e politicamente più forte.

Così come l’Iran ha tratto grandi benefici da una svolta “moderata”, l’Arabia Saudita spera ora di fare lo stesso. Se la mossa andasse a buon fine, con un rinnovato rapporto con l’Occidente i Saud potrebbero andare alla “rivincita” contro l’Iran da una posizione nettamente avvantaggiata

Perché dunque Riad ha voluto questo risultato? Secondo gli esperti il motivo è principalmente uno: rendere ancor più ripido il piano inclinato che porterà allo scontro tra Israele e Hezbollah. Che una nuova guerra tra i due sia inevitabile sono in molti a pensarlo. Ma Hezbollah non aveva al momento alcuna fretta di arrivare a questo esito. Anzi sperava in una normalizzazione della politica libanese puntando, nel breve periodo, a spendere in patria i dividendi della vittoria in Siria. I Saud al contrario vorrebbero che Tel Aviv colpisse il prima possibile, evitando che il corridoio sciita che va dai deserti della Persia fino alle sponde orientali del Mar Mediterraneo si consolidi. Di qui la mossa con Hariri.

Il Libano rischia insomma di diventare il teatro della “rivincita” saudita rispetto alla Siria. I Saud sperano di pareggiare i conti con l’Iran, potendo giocare in uno scenario stavolta molto più favorevole: non solo infatti lascerebbero il lavoro sporco all’esercito più avanzato del Medio Oriente, quello israeliano, ma potrebbero probabilmente contare sulla neutralità della Russia, che dopo aver messo in sicurezza l’alleato siriano non ha particolare interesse a rafforzare l’Iran (che più che un alleato è storicamente un concorrente). L’asse sciita forse proverà a scongiurare questo scenario ma, se non fosse possibile, è probabile che decida di sacrificare Hezbollah (almeno in parte), cercando di accreditarsi presso le opinioni pubbliche musulmane come l’unico “Stato Islamico” che davvero combatte contro il nemico sionista.

Come detto, su questa piramide di dinamite che promette di essere il Libano, è seduto Putin. La Russia rischia molto dall’incendiarsi di un nuovo focolaio in Medio Oriente, così a ridosso della Siria oltretutto. Ma potrebbe anche ottenere degli importanti dividendi geopolitici, se saprà gestire con intelligenza il triangolo Iran-Arabia Saudita-Israele, magari ri-bilanciando la propria posizione in modo meno ostile al fronte sunnita e guadagnando definitivamente la centralità nei processi politici e diplomatici mediorientali.

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