L’Italia non sta usando i fondi europei? Falso!

A differenza di quanto si è detto l'Italia non è lontana dal dato complessivo europeo, e il presunto ritardo è dovuto in realtà all'enorme differenza nella quantità di risorse da gestire

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19 Dicembre Dic 2017 0755 19 dicembre 2017 19 Dicembre 2017 - 07:55

Italia sestultima in Europa per l’utilizzo dei fondi strutturali. La notizia ha ricevuto la scorsa settimana ampia copertura dai media sollevando ondate di indignazione.

Basterebbe, tuttavia, analizzare e contestualizzare i dati di riferimento per rendersi conto che si tratta, almeno per il momento, della classica tempesta in un bicchiere d’acqua. Il che non significa fare gli struzzi nei confronti delle criticità che hanno interessato e tuttora interessano la gestione dei fondi europei in Italia. Ma per lo meno restituirle ad una lettura meno superficiale.

E’ vero: il paese mostra storicamente un avvio più lento nel dispiegamento dei finanziamenti Ue – complici le ben note carenze amministrative e un certo disinteresse politico –, a cui seguono in genere forti accelerazioni di spesa verso il termine del ciclo di programmazione. In ogni caso, ciò ci ha permesso, salvo qualche eccezione, di assorbire sempre quasi tutte le risorse europee. Con buona pace di quella vulgata che continua a parlare di “restituzione di fondi a Bruxelles”, accusa errata anche dal punto di vista tecnico.

Veniamo dunque alle cifre “tanto contestate”, che è possibile consultare sul portale open data della Commissione Europea (link qui). Con il 37% di risorse già assegnate a progetti, l’Italia è in effetti al 23esimo sui 28 paesi Ue. Non siamo lontani dal dato complessivo europeo, che si attesta al 44%. Ma soprattutto siamo appaiati, o addirittura davanti, ai grandi paesi membri che come noi beneficiano, in termini assoluti, di dotazioni molto ingenti: la Francia (40%), la Polonia (41%), la Spagna (24%). Tra questi solo la Germania risulta aver accumulato un “vantaggio” più sensibile, in una classifica che comunque nei primi 20 posti annovera stati con assegnazioni quasi sempre inferiori ai 10 miliardi di euro. Mentre, come noto, quella dell’Italia ammonta a 73 miliardi, incluso il co-finanziamento.

Ora, non è necessaria una conoscenza approfondita della programmazione dei fondi strutturali europei per capire che il presunto “ritardo” del nostro paese sia dovuto proprio a questa enorme differenza nella quantità di risorse da gestire. E’ evidente che almeno nella prima fase l’avanzamento percentuale nell’uso e nella spesa di una dotazione nazionale di 6 miliardi (come, ad esempio, quella del Belgio) differirà da quello di un paese con più di 70 come il nostro. Peraltro, se si considera l’utilizzo in termini di dati assoluti emerge un numero diametralmente opposto a quello riportato dai giornali: con 27 miliardi di progetti già selezionati, l’Italia è dopo la Polonia il paese che ha impiegato fin qui più risorse. Niente di più scontato, essendo il secondo beneficiario.

Con il 37% di risorse già assegnate a progetti, l’Italia è in effetti al 23esimo sui 28 paesi Ue. Non siamo lontani dal dato complessivo europeo, che si attesta al 44%. Ma soprattutto siamo appaiati, o addirittura davanti, ai grandi paesi membri che come noi beneficiano, in termini assoluti, di dotazioni molto ingenti

I dati sulla spesa effettiva riflettono la medesima tendenza. L’Italia è al 3%, contro il totale europeo del 6%. Siamo sì più indietro degli altri grandi paesi, ma è abbastanza prematuro per parlare di ritardi quando lo scarto è racchiuso in pochi punti percentuali: la spesa in Francia e Polonia si eleva all’8%, in Spagna al 2%, in Germania al 10%. Per dire, il Regno Unito che, assieme all’Ungheria e al Belgio, è in cima alla lista per risorse impegnate, ne ha spese appena il 4%. Infine, uno sguardo al contesto contribuisce a comprendere meglio la reale situazione.

Italia a parte, la programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali è partita con pesante ritardo in tutta Europa per almeno due motivi. Il primo è che il quadro giuridico dei fondi è stato adottato praticamente a fine 2013 producendo ritardi a cascata sull’adozione degli atti secondari (regolamenti delegati, provvedimenti attuativi) e di programmazione. Il secondo è che le autorità di gestione dei fondi, già assorbite dalle operazioni legate alla conclusione della precedente programmazione, si sono trovate di fronte al recepimento di una cospicua mole di novità regolamentari e obblighi. I tempi di avvio del nuovo ciclo si sono inevitabilmente allungati. Solo dopo aver messo a fuoco tutti questi fattori, e tracciato una comparazione ragionata con gli altri paesi, si può discutere più lucidamente sul ritardo (non solo) italiano.

Piuttosto, sarebbe utile dare più spazio alla miriade di progetti virtuosi finanziati dai fondi e all’impatto che hanno nella nostra vita di tutti giorni. Un’inspirazione potrebbe venire dalla bella campagna realizzata dall'Agenzia per la Coesione Territoriale e la Rappresentanza della Commissione Europea in occasione dei 60anni dei Trattati di Roma.

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