Il problema di “Sono tornato” è che non se n'è mai andato

Perché se in Germania fanno un film satirico sul ritorno di Hitler è un capolavoro e se lo rifacciamo identico in Italia è revisionista? Il problema è dei conti che non abbiamo mai fatto con la nostra storia. E i fatti di Macerata e le reazioni che ne sono seguite lo dimostrano

SONO TORNATO
6 Febbraio Feb 2018 0750 06 febbraio 2018 6 Febbraio 2018 - 07:50

Luca Minieri di remake ne aveva già fatti. Il più famoso era Benvenuti al Sud, ripreso dall'originale francese Bienvenue chez les Ch'tis, ed aveva avuto talmente successo che Minieri era riuscito a piazzare il colpaccio, girando un paio di anni dopo il sequel del remake. Numero da cappelli bassi, di quelli che però vengono una volta sola nella vita, o almeno così sembra. Anche l'ultimo lavoro di Minieri è un remake. Questa volta però l'originale non viene dalla Francia e non affronta le differenze culturali tra sud e nord di un paese. No, questa volta al centro del remake, intitolato Sono tornato, c'è qualcosa di molto, molto più delicato, quanto meno in Italia: Benito Mussolini.

A dimostrazione che riproporre la sociologia dell'incomprensione culturale tra nord e sud di un paese non è esattamente la stessa cosa che raccontare in versione satirica il ritorno di un dittatore, questo Sono tornato, ricostruito scena per scena sull'originale Lui è tornato, del 2014, è stato accolto con non poche perplessità e, anche se la stroncatura non è arrivata all'unanimità, l'operazione ci fa sorgere una domanda: come mai se fai un film satirico su Hitler in Germania viene fuori un capolavoro, mentre se lo rifai in Italia con Mussolini vien fuori una enorme gatta da pelare? Domanda che poi non è altro che l'ennesima variazione sul tema della classica e inevasa: “L'Italia ha un conto ancora aperto con il fascismo?”.

Qualche mese fa, quando sul New Yorker a porsi questa domanda fu la storica dell'arte Ruth Ben-Ghiat con un pezzo intitolato “Why are so many fascist monuments still standing in Italy?”, in molti salirono sugli scudi attaccando la storica dell'arte e stringendosi a quadrato intorno alla nostra povera patria. Anche se non c'entrava poco o nulla con l'articolo, che forse in pochi si erano presi la briga di leggere, la tesi di quesi tutti coloro che presero la parola nei giorni seguenti era poco lucida, ma molto chiara: la studiosa era una imbecille, e noi di problemi con il fascismo non ne avevamo più, era acqua passata e anzi, e l'avevamo superata talmente bene che non avevamo più bisogno di ricordarci chi avesse detto cosa o chi avesse costruito cos'altro.

Che dietro quella risposta rancorosa non ci fosse una riflessione, ma forse lo stesso orgoglio che fa nascere ogni nazionalismo radicale, lo dimostra il fatto che, pur essendo trascorsi dei mesi, la domanda è rimasta lì. “L'Italia ha davvero un conto ancora aperto con il, fascismo?”. E nonostante tutte le nostre incrollabili certezze, la risposta a quella domanda così ingombrante è ancora sostanzialmente inevasa, anche se il problema diventa ogni giorno più centrale nelle nostre vite.

C'entreranno il percepito aumento dei raid fascisti, tra i quali il più evidente e smaccato è stato quello accaduto a dicembre a Como, durante una riunione di una associazione che si occupa di solidarietà e di accoglienza; o forse sarà per la quantità di segnalazioni generiche di pestaggi ai danni di stranieri o militanti di sinistra che arrivano da tutta la penisola; oppure, ancora, sarà il fatto di ritrovarsi sempre più spesso i Salvini, le Meloni e pure qualche gerarchetto di Casa Pound o di Forza Nuova a commentare i fatti di cui sopra in televisione. Eppure, sta di fatto che, quando poi capita che un uomo bianco, cittadino italiano, infiocchettato del tricolore e armato di pistola spara sulla folla nel centro di Macerata scegliendo i suoi bersagli sulla base del colore della pelle, di fronte a quella domanda tutti arretrano richiamando alla calma e solo in pochi, pochissimi, hanno il coraggio di parlare espressamente di fascismo. Perché?

La risposta ha a che fare con la storia della ricezione di quel film, da come reagiamo di fronte a quella satira, ovvero in modo diametralmente opposto a quello registrato in Germania. Sì, è proprio curioso, ma la reazione è stata totalmente asimmetrica. In Germania, dove i conti con il nazismo li hanno fatti eccome, la reazione più forte è stata quella della gente che è finita sua malgrado nelle riprese candid camera del film, mentre dopo l'uscita la satira ha funzionato perfettamente, ricevendo gli applausi del pubblico. In Italia, al contrario, il film ha ricevuto reazioni più bonarie durante le fasi di ripresa e le reazioni più comuni sono state di divertimento, più che di rabbia. È solo a posteriori, con il film al cinema, che son venute fuori le critiche più dure e pesanti, quelle che accusano l'operazione di aver avuto un esito controproducente, di aver dipinto il fascismo in chiave troppo soft, di essere quasi una apologia di Mussolini, che nella versione rediviva dimostra di capire gli italiani molto di più dei politici contemporanei.

Insomma, il problema serio e non riguarda tanto il fatto che il remake di Minieri sia una ciofeca — lo è — quanto quello, sempre più difficile da affrontare, che sottintendono domande a cui abbiamo smesso di risponderci, o ancora peggio, di quelle che abbiamo drammaticamente smesso di porci.

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