Benedetti Michelangeli, il div(in)o giullare del pianoforte

Quella di Arturo Benedetti Michelangeli, uno dei più grandi pianisti e interpreti del XX secolo, è la storia di un genio scostante, antipatico, idealista, ingannatore. In una parola: romantico

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21 Aprile Apr 2018 0745 21 aprile 2018 21 Aprile 2018 - 07:45

Lunedì 23 Aprile alle 18, nel Salone da Cemmo del Conservatorio “Luca Marenzio”, di Brescia nell’ambito del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo si terrà una serata dedicata ad Arturo Benedetti Michelangeli, con la presenza del Musicologo Enzo Restagno, e di Bruno Giurato, caposervizio de Linkiesta.it.
In quest’occasione Giurato leggerà il testo che segue.

La pagina del 55 mo festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo

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È un problema tecnico, è un problema estetico, ed è un problema conoscitivo. La musica non si lascia definire facilmente, anzi delle volte non si lascia definire per niente. È un oggetto sfuggente, difficile da circoscrivere. Già per le sue caratteristiche fisiche: in greco phonè vuol dire rumore.

Rumore, dunque. Se vogliamo smettere di guardare la scena di un film possiamo chiudere gli occhi, se vogliamo smettere di leggere un libro possiamo rimetterlo nello scaffale, in casi estremi buttarlo dalla finestra. Se vogliamo che qualcuno smetta di suonare, o di ascoltare la Cavalcata delle Valchirie, o i Metallica, dobbiamo urlargli.
La musica è invasiva. E qualcosa fuori dal nostro pieno controllo percettivo.
E che dire del ritornello più cretino che continua a risuonarci in testa nonostante facciamo di tutto per pensare ad altro?
In più, la musica è un oggetto in cui la forma fa tutt’uno col contenuto. Questo fa nascere bizzarri paradossi. Per esempio, ogni volta che vogliamo elogiare un cantautore diciamo che è un poeta, mettiamo i suoi testi nelle antologie scolastiche, o -è successo con Bob Dylan- gli diamo il Nobel per la Letteratura. Dimenticando che non bastano le parole a fare grande una canzone.
Si può fare una canzone splendida con parole stupidissime: vi dice niente Obladi Obladà?

Un oggetto sfuggente, la musica. Un oggetto che ha perfino il potere di mostrarci le contraddizioni della filosofia. Immanuel Kant, nella Critica del Giudizio (il libro che ha fondato la moderna filosofia dell’arte) sostiene che la musica non arriva al bello, al massimo al piacevole, è troppo legata ai sensi per ambire a qualsiasi oggettività di sentimenti.
Invece Arthur Schopenhauer scrive che “l’effetto della musica è tanto piú potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza”. Schopenhauer considera la musica la filosofia (necessaria) di tutte le possibili filosofie (contingenti).
Adamo da Fulda scrive: “Musica est meditatio mortis continua”, una continua meditazione sulla morte. Per favore togliete le mani da oggetti metallici e ammeniccoli vari. E il filosofo contemporaneo Luigi Lombardi Vallauri sostiene che: “Dio è un’apostrofe musicale”.
A parte Kant, sono tutte espressioni che ci indirizzano verso un significato trascendente, super-umano, della musica. Un qualcosa rispetto alla quale i “normali” concetti sono inadeguati. E la parola è sempre, in qualche maniera, difettosa.
E infatti qualcuno ha detto che “Parlare di musica è come danzare di architettura”. Questo qualcuno è Frank Zappa. E, inadeguatezza per inadeguatezza delle parole, qualcuno ha detto: «Tuco, ti piace la musica? La musica? Ah, sì che mi piace: fa bene alla digestione». Dal film: Il buono, il brutto e il cattivo.

Tuco, ti piace la musica? La musica? Ah, sì che mi piace: fa bene alla digestione

Il buono, il brutto e il cattivo

E se parlare di musica è difficile -in casi estremi impossibile, come “danzare di architettura”-, parlare di un musicista, significa più o meno trovarsi nello stesso guaio. Parlare di un grande musicista significa argomentare, raccontare, inseguire una macchia d’ombra concettuale. O stare in orbita attorno a una sorta di pianeta misterioso.

Ecco, Arturo Benedetti Michelangeli, per molti è stato uno dei più grandi pianisti del secolo, e per molti raccoglieva tutte le caratteristiche inesprimibili, ineffabili, o addirittura “mistiche”, della sua arte. Qualcuno lo ha definito un “asceta” del pianoforte. Senz’altro la sua vita segnata da sparizioni, il suo continuo negarsi, il suo carattere fatto anche di freddezze, ombrosità, ostilità, hanno contribuito -che lui l’avesse voluto o no, ma state pure tranquilli, lo voleva- alla costruzione di un mito. Il mito del musicista che spregia il mondo. Che va in cerca di una musica assoluta, su percorsi che solo lui è in grado di scrutare, da un qualche “luogo alto” leopardiano.
Durante una sue esibizioni, tra due spettatori si è svolto questo dialogo a voce bassissima: “eccezionale, ma un po’ freddo”. “È il freddo dell’Olimpo”.

Freddo? Forse. Olimpico? Forse. Virtuoso? Certamente. Michelangeli era in grado di suonare brani difficilissimi con una padronanza tecnica pressoché perfetta, con un dominio del suono che arrivava dal talento, sì, e anche da una mole di lavoro enorme. Per alcuni esagerata. Mesi per preparare un concerto che conosceva benissimo. Una volta un allievo lo sentì, chiuso nella sua stanza, suonare una nota sola per un giorno e una notte.

Quasi uno stereotipo di Genio romantico, Michelangeli. Che poi è il genio come lo descrive l’idealismo tedesco. Un uomo capace di indirizzare, grazie alla volontà, le forze irrazionali verso l’invenzione di un nuovo mondo artistico. Un creatore. Un nuovo dio. O un demone. La cui creatività filtra attraverso la scoperta di nuove, inesplorate, territori della tecnica strumentale. Tecnica “trascendentale” si diceva. Come Paganini al violino. Goethe diceva che in Paganini l’azione del demonio era chiarissima.
O Come Franz Liszt, autore appunto degli Studi di tecnica trascendentale, pagine pianistiche impossibili. Ecco. Quando Michelangeli vinse il primo concorso, nel luglio del 1938 a Ginevra, il presidente della giuria, Alfred Cortot (grande pianista di scuola tardoromantica/simbolista, un po’ snervato, morfinomane) lo definì il nuovo Liszt. ABM aveva 18 anni, ed era già considerato un genio. O, romanticamente, un demone.

Quasi uno stereotipo di Genio romantico, Michelangeli. Che poi è il genio come lo descrive l’idealismo tedesco. Un uomo capace di indirizzare, grazie alla volontà, le forze irrazionali verso l’invenzione di un nuovo mondo artistico. Un creatore. Un nuovo dio. O un demone. La cui creatività filtra attraverso la scoperta di nuove, inesplorate, territori della tecnica strumentale

In famiglia lo chiamavano “Ciro”, da Cirillino, personaggio del Corriere dei Piccoli. Arturo Benedetti Michelangeli era nato il 5 gennaio 1920 a Brescia, primogenito di Giuseppe e di Angela (detta Lina) Paparoni. I genitori erano umbri, e si erano da pochissimo trasferiti in città.

Cirillino, Ciro, era un Genio, certo. Ma come nasce un Genio? Ci sono geni precocissimi come Mozart, e geni tardi, come Joseph Conrad, o lo stesso Kant, che fino a 50 anni era, praticamente, un fallito. Un genio arriva quando arriva. O “fiorisce” -come dicevano gli antichi greci dei poeti e dei filosofi- quando fiorisce. E questo è un altro mistero.

Ciro era un genio precoce. Aveva iniziato a suonare il piano e il violino prestissimo, alcuni dicono -inverosimilmente- a due anni. Le cronache dei giornali bresciani parlano di una sua stupefacente esibizione, a sei anni. Aveva studiato nella sua città con Paolo Chimeri, e poi a Milano con Giovanni Anfossi. A 14 anni aveva preso il diploma al Conservatorio. Era già un pianista completo. Formato. Nel 1938 c’era stato un grande concorso internazionale a Bruxelles. Era arrivato solo settimo, probabilmente per una ripicca del giurato italiano del concorso. Ma si racconta che la regina del Belgio gli avesse regalato due gemelli d’oro, a forma di 7. L’amicizia di nobildonne, regine, cardinali, papi, è una costante nella biografia di ABM.

A 18 anni con la vittoria al concorso di Ginevra arrivò la nomina a professore di pianoforte a Bologna (successivamente Michelangeli insegnò a Venezia, e poi a Bolzano). Subito gli si spalancarono le porte di una carriera internazionale. Che per qualche anno fu rallentata dalla Seconda guerra mondiale. Ma durante la guerra arrivarono i primi contratti discografici. Registrazioni storiche per la filiale italiana della EMI, come quelle della Sonata di Beethoven in Do maggiore op.2 n.3, la Ciaccona di Bach rielaborata da Ferruccio Busoni, Le Paganini Variationen di Brahms, alcune pagine degli spagnoli Albéniz, Mompu, e Granados, e dei maestri del barocco, Scarlatti e Galuppi. Michelangeli non disdegnava gli autori contemporanei. Da giovane aveva un repertorio molto ampio, ma negli anni lo andò via via restringendo, attirandosi molte critiche.

Nel 1949, per il centenario della morte di Frédéric Chopin, Michelangeli fu eletto pianista onorario. Ma già nel 1948 era arrivata la prima tournée negli Usa. E già lì i critici musicali, notarono il genio, la capacità di modulare il suono del pianoforte, il colore del suono, come se fosse la voce di un cantante lirico. Michelangeli diceva: “i pedali del pianoforte sono i miei polmoni”.
Molti anni dopo, in un’intervista al New York Times, Michelangeli dirà che il piano gli era sempre sembrato troppo percussivo, e che il suo modello era il suono dell’organo o del violino. Più tardi, Alberto Savinio, scriverà: “Apparentemente Michelangeli suona il pianoforte; sostanzialmente egli suona più strumenti in uno, particolarmente l’organo nei registri acuti, la celesta e anche il flauto”. Ecco, la capacità di far emettere al pianoforte suoni che, per sua costituzione non potrebbe/dovrebbe emettere, è davvero “trascendentale”.

Negli Usa i critici notarono anche la sua tecnica impressionante, in grado di fargli domare, sotto la direzione di Dimitri Mitropolus, il Concerto op. 54 di Schumann con una sicurezza spavalda, in una serata dionisiaca alla Carnagie Hall di New York. E già alcuni cronisti notavano il suo atteggiamento strano sul palco. Slanciato, elegante, dai tratti nobili. Ma poco comunicativo. Altezzoso. Non concedeva bis.

Ci sono geni precocissimi come Mozart, e geni tardi, come Joseph Conrad, o lo stesso Kant, che fino a 50 anni era, praticamente, un fallito. Arturo Benedetti Michelangeli era un genio precoce. Aveva iniziato a suonare il piano e il violino prestissimo, alcuni dicono -inverosimilmente- a due anni

E qui si apre il vasto capitolo della imprevedibilità di Arturo Benedetti Michelangeli. L’abbiamo detto: già la musica è difficilmente definibile, chi traffica con la musica, spesso, è una creatura bizzarra. Qualunque impresario musicale ne ha molte da raccontare sui lati oscuri/balzani dei suoi protetti, e non solo in ambito classico. Il gruppo rock dei Van Halen si caratterizzava, oltre che per la chitarra esplosiva di Eddie Van Halen, anche perché nei camerini non voleva cioccolatini M&M’s di colore marrone, pena l’annullamento del concerto.

Michelangeli era appunto noto perché non blandiva il pubblico. E i colleghi. Salvatore Accardo ha raccontato: «Non l’ho mai visto sorridere, se non una volta, mentre ci accompagnava a Torino in macchina. Ma era sempre molto burbero. Lo paragonavo a Buster Keaton. Faceva paura. Si avvicina e mi dice: “Ti faccio paura?”».

A quanto racconta l’amica Mya Tennenbaum, una delle costanti della sua lunga, e per vari fatti, travagliata carriera è stata trovare sempre una porticina per scappare via, senza trattenersi e senza ringraziare. Unica eccezione, un concerto a Monaco per gli 80 anni di Sergiu Celibidache, il direttore con cui si trovò meglio. Celibidache considerava Michelangeli “un iniziato”.

Ma, escluso il caso singolo, possiamo dire senza tema di smentita che Michelangeli era il terrore di chiunque lavorasse con lui.
Friedrich Edelmann, violoncellista della filarmonica di Monaco, ricorda che in occasione di prove di Michelangeli con Celibidache a tutti i componenti dell’orchestra era tassativamente impedito di parlare.

Il suo produttore alla Deutsche Grammophon, Cord Garben, ricorda che Michelangeli interruppe una riunione con vari funzionari della iconica casa discografica scagliando un vasetto di miele sul tavolo (“questo miele ha un odore terribile”). Sempre secondo Garben, Michelangeli, che aveva appena registrato, tra l’altro in pochissimo tempo, una versione magnifica del secondo libro dei Preludes di Debussy, mandò a monte una registrazione televisiva perché aveva una palpebra irritata. Rinunciando a un compenso a cinque zeri.

La possibilità che Michelangeli annullasse un concerto all’ultimo minuto, e anche con la sala piena, era la spada di Damocle che pendeva sul capo di qualsiasi organizzatore, impresario, produttore. Oltre che sul pubblico.
Celebre l’episodio londinese. Saputo che alcuni suoi concerti al Barbican Centre erano stati inseriti in un pacchetto turistico per italiani, Michelangeli (che in quel momento ce l’aveva con l’Italia per i motivi che vi diremo più tardi) annullò, comprando a proprie spese uno spazio su quattro giornali inglesi per annunciare il forfait e causando un putiferio.
Ma nella carriera di Michelangeli i concerti annullati, le registrazioni non fatte, le conseguenti penali da pagare, non si contano.

Nel 1975 la collaborazione (sarebbe stata un evento storico) con Carlos Kleiber saltò perché Michelangeli aveva visto lo spartito del direttore d’orchestra troppo pieno di segni rossi e appunti, e Michelangeli odiava le modifiche alle composizioni. Addio Kleiber.
Nel 1984 Michelangeli non diede l’autorizzazione alla pubblicazione del Concerto per pianoforte di Schumann, registrato con Daniel Barenboim, che conteneva una (una!) nota sbagliata. Che Michelangeli si era rifiutato di correggere. Addio Barenboim.

Michelangeli era noto perché non blandiva il pubblico. E i colleghi. Salvatore Accardo ha raccontato: «Non l’ho mai visto sorridere, se non una volta, mentre ci accompagnava a Torino in macchina. Ma era sempre molto burbero. Lo paragonavo a Buster Keaton. Faceva paura. Si avvicina e mi dice: “Ti faccio paura?”»

Quanto poi al rapporto di Michelangeli con i pianoforti, e con i tecnici e gli accordatori che si occupavano dei suoi, come il mitologico Angelo Fabbrini, siamo nel puro horror, con risvolti sadici. Quasi sempre sul luogo del concerto o della registrazione venivano portati due Steinway, e quasi sempre ci volevano giorni di controlli, messe a punto, smontaggi, rimontaggi perché alla fine si arrivasse al suono che Michelangeli aveva in mente per quell’autore e quella composizione, sempre ammesso che non annullasse tutto seduta stante, perché il caldo/il freddo/i condizionatori/i riscaldamenti/il sole/la pioggia, avevano alterato il grado di umidità della sala, modificando il suono e la suonabilità dello strumento.

Una volta si accorse che uno dei “re” su uno Steinway aveva un timbro diverso dagli altri. Dopo il complicato smontaggio di tutta la tastiera i tecnici si accorsero che c’era un rullino (un affarino di 12 millimetri guarnito in pelle) montato al contrario, ma la differenza è umanamente inudibile a tutti. Tranne a lui.

Una volta fu visto e sentito rivolgersi a un pianoforte dicendo: “non sarai mai un pianoforte, tu”. Un’altra volta, nel 1985, mentre registrava i Preludes di Debussy, bloccò tutto e cominciò a insultare il piano: «vecchia baracca! Puttana!».

Michelangeli non era un intellettuale. Non era un lettore particolarmente vorace. Citava spesso D’Annunzio (“il Vate avrebbe detto/Il Vate avrebbe fatto”), evocava Jacopone da Todi. Leggeva Topolino: era facile che prima di un concerto impegnativo lo si trovasse nella sua stanza d’albergo, a letto fino a tardi con un albo della Disney in mano. Era uno specialista di autori complessi, come Chopin e Debussy, che richiedono una vasta cultura da parte dell’esecutore, ma evidentemente ci arrivava per strade sue. Ancora una volta difficilmente comprensibili, e insondabili.

Tutti i capricci, le freddezze (se non aveva voglia di parlare con un ospite a casa sua era capace di mettergli in mano un catalogo di arte, e rivolgersi ad altri/altro) le scontrosità hanno contribuito facilmente a costruire il mito di un personaggio irraggiungibile. I desideri intellettuali crescono con la presenza, quelli sensuali con l’assenza. E la musica è un desiderio sensuale. ABM senz’altro questo lo sapeva: tutte le sue tecniche di comportamento sono tecniche di sparizione. Modi per non esserci. Ma non è detto che siano modi intenzionali di alimentare un divismo in absentia. Senz’altro questo aspetto c’è. Ma forse c’è di più.

Ci sono altre tecniche di sparizione. Per esempio le bugie.

Tutti i capricci, le freddezze (se non aveva voglia di parlare con un ospite a casa sua era capace di mettergli in mano un catalogo di arte, e rivolgersi ad altri/altro) le scontrosità hanno contribuito facilmente a costruire il mito di un personaggio irraggiungibile. I desideri intellettuali crescono con la presenza, quelli sensuali con l’assenza

Un esempio. Michelangeli era un grande appassionato di auto sportive: Lamborghini, Ferrari. Una volta chiese in pagamento per un concerto (poi saltato, sai la novità) una Ferrari 308 gialla. Per lui la velocità era, forse, un’estensione della sua intenzionalità di esploratore “trascendentale”: provare la freddezza del controllo su qualcosa di poco controllabile. La volontà di potenza è un qualcosa che si esercita per primo su se stessi. Sia Garben che Accardo riferiscono con terrore di agghiaccianti corse in auto con Michelangeli alla guida. Bene: Michelangeli raccontava in giro di avere partecipato, in qualche edizione imprecisata, alla Mille Miglia, solo che dai registri della gara le sue partecipazioni non risultano.

Altro esempio. In altre occasioni Michelangeli ha dichiarato di essere stato durante la guerra pilota di aerei da combattimento, e pilota di aerei privati. Ma è accertato che su un aereo da combattimento non ci salì mai. Né, pare, su un aereo da turismo.

Altro esempio: Michelangeli disse anche di aver fatto la Resistenza. Ma la cosa, a controlli fatti, non risulta. Di sicuro fu favorito durante il servizio militare da conoscenze altolocate. Alcuni sussurrano da Maria Josè di Savoia. Ma di Resistenza non c’è traccia.

In alcune interviste egli dichiarò che la famiglia era di origine tedesca, “Benedikter”, e che una nonna lo aveva portato in giro per l’Europa facendogli studiare il pianoforte con (imprecisati) maestri austriaci. Disse anche di essere discendente del poeta/beato Jacopone da Todi, il che è piuttosto macchinoso.

Proiezioni del desiderio? Verosimiglianze fatte passare per verità per merito di un certo inafferrabile carisma? Balle vere e proprie? Sappiamo che ABM aveva un lato goliardico. Eccome se l’aveva. Racconta Camilla Cederna che durante i corsi di perfezionamento nei quali era docente spesso la sera sfidava a braccio di ferro gli allievi (vincendo sempre lui) e organizzava scherzi per i nuovi arrivati, travestendosi da fantasma. Al sottoscritto hanno raccontato che -a Bergamo per un seminario- si era fatto assegnare una stanzetta monacale con un letto singolo. E, dopo aver passato tutta la giornata con gli allievi, di notte girasse per tutte le osterie di Bergamo alta. Bevendo vino e chiacchierando con gli avventori.

Anche le invenzioni dubbie, e perfino gli scherzi sono un modo di sottrarsi e di sparire. Ma un modo diverso da quello solenne del Genio romantik. C’è quasi la sensazione che, in molti casi, a guardare bene fatti e contraddizioni, in Michelangeli il Genio si contaminasse col giullare, nel senso classico della parola. Come i rapsodi greci, come i giullari medievali, come i trovatori provenzali, come il fool di Shakespeare, come il “bon follastre” di Francois Villon. Come il “trickster” della letteratura antropologica europea.
Un performer, un “imbroglione” (tra virgolette) un artista girovago popolare, in grado di incantare con prodigi e magie e poi sparire. Una via di mezzo tra un delinquente e un santo. Lui, Michelangeli, una volta interrogato in tribunale sulla sua professione aveva risposto: “suonatore ambulante”. Sembrava del tutto consapevole -se non nella lettera nello spirito- di un famoso detto dei padri del Deserto: “in molti casi devi fare il matto”. Essere strano per non darsi al mondo. Essere strano -inafferrabile-. Sparire e mentire a protezione di qualcosa di più profondo. Di sacro.

Molte delle persone che l’hanno conosciuto di persona hanno avvertito la fragilità di fondo di Michelangeli, e spesso hanno un atteggiamento di protezione nei suoi riguardi. Per esempio sulla sua vita amorosa molte cose rimangono incerte. Michelangeli si era sposato presto, con Giulia Linda Guidetti, che aveva conosciuto in tenerissima età, e non divorzierà mai. Poi sulle sue avventure (presumibilmente numerose) si è saputo relativamente poco, a parte una pagina del libro di Marisa Bruni Tedeschi, che ha confessato in modo divertito una Liason col Maestro. Da parte di tutti gli altri solo discrezione, che sembra derivare da un senso di protezione.

Un performer, un “imbroglione” (tra virgolette) un artista girovago popolare, in grado di incantare con prodigi e magie e poi sparire. Una via di mezzo tra un delinquente e un santo. Lui, Michelangeli, una volta interrogato in tribunale sulla sua professione aveva risposto: “suonatore ambulante”. Sembrava del tutto consapevole -se non nella lettera nello spirito- di un famoso detto dei padri del Deserto: “in molti casi devi fare il matto”

Del resto Michelangeli quando veniva toccato su faccende intime reagiva malissimo. Come se ci fosse tutta una sfera che ovviamente aveva a che fare col suo privato, ma anche con la musica, e con l’onore, che non doveva essere mai toccata da altri.

Nel 1968 rimase coinvolto nel fallimento della casa discografica DM, di cui era socio. Non avendo fornito il numero di registrazioni richieste, gli vennero pignorati i pianoforti che aveva in casa. Il maestro Agostino Orizio fece in modo che non gli notificassero la confisca nel mezzo di un concerto, il 13 giugno 1968 al teatro Novelli di Rimini. Da quel momento in poi Michelangeli decise di non avere più nulla a che fare con l’Italia, nonostante l’interessamento dell’allora presidente del Consiglio Aldo Moro, sia, in seguito del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Mantenne la residenza a Bolzano, ma da allora vivrà in Svizzera e non suonerà più in patria, se non in occasione del concerto benefico al Teatro Grande di Brescia, nel giugno 1980, in memoria di papa Paolo VI, al quale Michelangeli partecipò solo su insistenza di Giorgio Montini, nipote di Paolo VI. Il ricavato del concerto andò alle missioni.

E a proposito di beneficienza. Dopo aver eseguito, nel 1987, un concerto in sala Nervi in Vaticano, a favore dell'Ospedale San Giovanni Battista, gestito dai Cavalieri di Malta, venne a sapere che i soldi non erano mai arrivati a destinazione. Pochi mesi dopo restituì la Croce di Grand’ufficiale dell’ordine. Un senso dell’onore da uomo di altri tempi.

Ed è strano che un uomo ritenuto così chiuso e inafferabile fosse così instancabilmente dedito all’insegnamento. Dai corsi organizzati ad Arezzo a quelli a Moncalieri, per i quali Gianni Agnelli procurò dieci pianoforti a coda Michelangeli -uno che, stilisticamente, è rimasto un unicum, praticamente senza continuatori- era affettuoso e sollecito nei confronti dei suoi alunni. Al punto di preparare loro la cena (era un ottimo cuoco) e accompagnarli in automobile. Cosa che spesso non gradivano.

Nel 1968 rimase coinvolto nel fallimento della casa discografica DM, di cui era socio. Non avendo fornito il numero di registrazioni richieste, gli vennero pignorati i pianoforti che aveva in casa. Da quel momento in poi Michelangeli decise di non avere più nulla a che fare con l’Italia

C’è una frase che, forse ci aiuta a mettere insieme gli elementi di un carattere strano, inafferrabile, controverso. Sempre nell’intervista al New York Times del 77 Michelangeli affermava: “La vera personalità del pianista emergerà solo quando sarà entrato in contatto col compositore. Solo quando il compositore avrà preso possesso del pianista questi potrà veramente creare musica”. Una frase che fa pensare ad un’identificazione totemica col compositore. Più che al Genio dell’idealismo tedesco fa pensare all’invocazione alle Muse come entità immaginali dei poeti antichi. Alla possessione poetica raccontata da Platone nello Jone, all’approccio sciamanico di Charlie Parker con i canti degli uccelli, imitati col suo sax.

A prenderlo davvero sul serio, quel compositore che prende possesso dell’esecutore, potrebbe risultare che la progressiva riduzione dei suoi concerti e del suo repertorio non era solo ansia di perfezione e tensione verso un “oltre” che non finiva mai di scorgere senza raggiungere, ma anche sempre maggiore prossimità ai suoi altari musicali: Beethoven, Chopin, Debussy, e pochi altri. Un ritorno a casa. Un ritorno a se stesso.

O che il suo distacco dalle cose -il fatto che nella sua casa a Pura, in Svizzera, avesse quadri d’autore ma li tenesse in cantina, e che il giardino fosse in definitiva poco curato, significasse fuggire dal non necessario verso l’inattuale, come ha notato Armando Torno- esattamente come raccontare balle, o scappare via dalla porticina senza aver dato bis. Che i suoi distacchi e le sue fughe all’eremo della Verna, o il fatto che sia morto il 12 giugno 1995 con in mano l’imitatio Christi, o la croce povera, nella terra nuda, che ha voluto al cimitero di Pura, fossero solo lasciare spazio alla musica.

Non un genio in senso romantico, ma uno che scansava il mondo per praticare la servitù della musica, dote che si era trovato in mano, praticamente dalla nascita. In modo antico, tradizionale, sciamanico.
Del resto, rispondeva in un’intervista alla tv francese, alla domanda: lei come si definirebbe? “Non lo so: io non ho mai pensato a me”.

In un’intervista alla tv francese alla domanda: "lei come si definirebbe?" rispondeva “Non lo so: io non ho mai pensato a me”

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