Se ne sono andati

Se ne sono andati

Kitty Epstein Godley

Artista inglese, aveva 84 anni.

Poco più di quarant’anni fa, in Inghilterra, l’economista Wynne Godley (nella prima gioventù anche un bravo suonatore di oboe) aveva avuto l’intuizione esatta: una recessione a venire con previsione di circa tre milioni di disoccupati. In pratica, fiori e rose pochi nell’ottimismo della stabilità insufflato dai conservatori al governo. La moglie di Wynne, Kitty Epstein, amava dipingere, soprattutto fiori e natura: venuta su nella campagna dell’Herefordshire insieme alla nonna materna e a due belle zie che ballavano il charleston, era gentile, un po’ depressa, annusava la colonia al limone, e parlava esile.
Con una faccia resa sempre istantanea dagli occhi sgranati come due pianeti fuori orbita, sembrava un soggetto di Bacon: una fisionomia pronta a sfaldarsi lasciando resti sparsi di compattezza. Un giorno, nel 1947, il suo primo marito, il pittore Lucian Freud (già amante di Lorna, una delle zie), le aveva messo in braccio un soriano come tanti, e lei, ventenne in quel quadro, guardando di tre quarti, con la mano intorno al collo del gatto, sembra gentilmente strozzarlo.
Da vecchia, avrebbe, ogni tanto, accompagnato Godley nelle sue conferenze extrainglesi di keynesiano visionario, tenendosi aggrappata alla paura di volare (viaggi solo in nave). Una fobia naturale e forse la voglia di evitare una vicinanza poco lirica con l’aria rarefatta, con la luce o la notte nel vuoto, anche col sole. D’altronde, lei era abituata fino all’esaurimento a quel tipo particolare di sistema solare umano che si forma fra artisti o persone che fanno vita d’artista: vite libere quasi a programma, che si illuminano incrociandosi, ruotando, a volte esplodendo.
Il padre di Kitty, il sensualissimo – anche nelle sue opere – scultore Jacob Epstein (di New York, con radici ebraico polacche, ma poi cittadino inglese e Sir) aveva scelto come titolare fra le sue amanti l’ipernarcisa Kathleen Garman (stabile a Camden-Bloomsbury, nella high bohemian London) facendo con lei tre figli, fra cui Kitty. Kathleen sarebbe diventata Lady Epstein, la sua seconda moglie. Jacob era sposato a Margaret Douglas (due figli), che guardava e subiva l’impero dei sensi del marito come un suo illimitabile mezzo espressivo. Assistendo alla nascita di sculture così fisiche, dominanti e pubbliche come Day and Night, Liverpool Resurgent, e la sfinge che fa da tomba a Oscar Wilde (al Père-Lachaise di Parigi), sembrava tollerare tutto all’aperto. Meno una volta sola quando, un bel po’ di anni prima di morire, sparava un colpo di rivoltella alla schiena di Kathleen, ottenendo una trascurabile ferita. Di Kathleen, Kitty ricordava, come uno stato delle cose, la gelosia nei confronti della sua scelta e vocazione d’artista. La stessa che toccava il talento di Theo, il fratello, morto a 29 anni in «circostanze non accertate» in una casa di cura per malattie mentali.
L’approdo matrimoniale al keynesiano Wynne (nel 1955) sarebbe risultato un fortunato e reciproco scambio di welfare. Alle spalle, o dentro la crescita di lui (terzo Lord Kilbracken, con un nonno ministro di Gladstone) stava scolpito un padre (Hugh) politicamente tory, e privatamente alcolizzato, antisemita e impotente. Mentre la madre, Lady Violet Asquith (che lasciava il marito proprio quando Wynne nasceva), alla fine, immobilizzata da un’emiplegia, avrebbe trovato molto sconveniente l’unione del figlio con «la figlia di un giudeo di New York». Wynne è morto nel maggio dell’anno scorso, otto mesi prima di Kitty.


Tullia Zevi Calabi

Giornalista e, per 15 anni, presidentessa dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane. È morta a quasi 92 anni.

Possedere naturalmente un carattere e dei valori minoritari (in esteso: originali, non conformisti) all’interno di una minoranza organizzata può diventare una prova complicata, anche drammatica. Negli anni Venti e Trenta, gli ebrei italiani antifascisti avevano avuto contro anche una maggioranza ebraica di regime, o indifferente alla dittatura, che li smentiva «come ebrei». Tullia Calabi (poi Zevi, per sempre: il cognome del marito Bruno), cresciuta minoritaria a Milano in una famiglia ebraica borghese e antifascista, aveva molte qualità tutte sue e una storia di emigrazione, dopo le leggi razziste del 1938, a Parigi e soprattutto a New York, attivamente in mezzo ai più minoritari e sofisticati fra i nemici del regime: da Gaetano Salvemini ad Arturo Toscanini (amico da sempre della famiglia Calabi). Un concentrato di stile Giustizia e Libertà, una visione moralmente e politicamente nuova. Con le sue qualità uniche, anche in blocco – intelligenza, cultura, capacità d’ascolto, fedeltà irriducibile ai propri valori, allure e grazia innate – e con un mestiere internazionale preciso (corrispondente per il Maariv israeliano e per l’inglese The Jewish Chronicle, era stata, fra l’altro, la prima giornalista a intervistare il re giordano Hussein dopo la strage di Settembre nero), Tullia Zevi, ha ridisegnato per tre mandati presidenziali (dal 1983 al 1998) la rappresentazione e la sostanza dell’ebraismo italiano istituzionale. Lo ha reso «più parte» della società italiana, e anche con più dialettica. Lei era antifascista, di centrosinistra (fu un’entusiasta dell’Ulivo), interlocutrice ricevuta, interpellata, onorata al Quirinale, intervistata su ogni tema civile (dalla bioetica al matrimonio dei preti), in rapporti istituzionali e di amicizia col Papa, ovviamente vicinissima a Israele ma, se era il caso, con una pronta coscienza critica. Ed è stata la rappresentante di tutti gli ebrei italiani, anche di quelli «postfascisti» che, col voto, da 15 anni, sono, anche loro, maggioranza nell’adesione al «principe» in carica. Solo una volta questa maggioranza ha chiesto a Tullia Zevi una rinuncia, in nome della sua carica rappresentativa di tutti: quando l’Ulivo le aveva offerto un seggio al Senato nella campagna elettorale del 1996. Nella sostanza e nella forma è stata irripetibile. Suggerendo, con la sua vita minoritaria, alla sua minoranza, un passaggio meditato e non conformista alla maggiore età.

Cristian Paţurcă

Musicista romeno, aveva 46 anni ed era malato di tubercolosi.

Col titolo di una canzone da intonare in massa, questo compositore ha dato al termine hooligan («teppista») un significato simbolico positivo. Un’intuizione, unica, inedita. Quel canto, scritto ventun anni fa, a 25 anni, si chiama Imnul golanilor: dove la seconda parola è la trasformazione romena di quel disprezzato termine inglese e la prima corrisponde a inno.
Con questa marcia musicale, gli studenti di Bucarest scendevano in piazza, nel 1990, contro il governo di Ion Iliescu, successore della rivoluzione (cruenta) del 1989, e comunista cruento lui stesso. Dopo aver contribuito, all’ultima ora, al rovesciamento di Nicolae ed Elena Ceauşescu, al loro processo, e alla loro fucilazione, Iliescu si era metamorfosizzato in un presidente liberamente eletto mantenendo un pugno di pietra sul funzionamento dello Stato e sull’insieme della società. Contro questo maquillage vecchio stile, gli studenti della capitale manifestarono per settimane, soprattutto nella piazza dell’Università di Bucarest. Per stroncarli, il presidente fece arrivare, in autobus da tutto il Paese, gruppi di minatori irreggimentati, con la faccia pitturata di carbone, e muniti di bastoni. Era il mese di giugno. Il risultato governativo fu raggiunto con sei studenti morti e molti altri picchiati a sangue. Da allora il termine golan («violento», «teppista») viene usato in Romania anche per dire «democratico», e quella canzone (Paţurcă compose la melodia in cinque minuti in una toilette della Facoltà di Geologia dell’Università di Bucarest, su parole di Laura Botolan) è stata assimilata alla Marsigliese. Nell’aprile dell’anno scorso, Cristian Paţurcă era stato decorato con la Croce nazionale dal presidente Traian Băsescu. Questo il refrain del suo inno: Mai bine haimana, decât trădător/ Mai bine huligan, decât dictator/Mai bine golan, decât activist/Mai bine mort decât comunist (Meglio barbone che traditore/ meglio hooligan che dittatore/ meglio teppista che attivista/meglio morto che comunista).

Il quadro di questa settimana: «Scala al paradiso» di Roberto Agostini

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