In Europa la monnezza è «sovrana»

In Europa la monnezza è «sovrana»

Alto livello di stress, alto livello di rendimento. In Europa i junk bond, le obbligazioni con un rating di bassa qualità, vanno per la maggiore, come negli Stati Uniti, dove è ricominciata la corsa a questi strumenti. Ma non sono i debiti corporate a trainare gli investitori europei, quanto quelli sui debiti sovrani. Ed è possibile che ci sia anche una ragione politica dietro a questa tendenza. Il fondo di stabilizzazione finanziaria da 440 miliardi di euro dell’ Unione Europea è sempre pronto a intervenire nelle situazioni di stress per scongiurare lo spauracchio della ristrutturazione del debito, ovvero uno dei peggiori eventi possibile per chi investe in questi prodotti.

Grecia, Irlanda, Portogallo: sono questi i bond più appetitosi per gli investitori. Sebbene in molti casi non siano a livello “spazzatura” (“junk” significa “ciarpame”), per il mondo finanziario è come se lo fossero. Le cedole staccate da queste obbligazioni sono sempre più vicine a quota 10%. L’Irlanda veleggia sugli 9,4 punti percentuali per il titolo di Stato decennale, mentre la Grecia è intorno al 12,7% sui bond a dieci anni e al 15% per quelli con a scadenza biennale. Il Portogallo, l’ultima nazione in ordine cronologico a soffrire sui mercati europei, viaggia sul 6% per i titoli a termine nel 2013 e sul 7,7% per quelli a dieci anni, il massimo dall’entrata in vigore dell’euro. Con queste performance l’appetito dev’essere venuto a molti, nonostante i rischi.

Secondo Morgan Stanley «le situazioni più a rischio dell’Europa periferica stanno attraendo numerosi investitori istituzionali, chiaramente attirati dai rendimenti elevati e dall’attuale assetto dell’Eurozona, in cui l’azzardo morale continua a essere molto ampio». In altre parole, più i periferici soffrono e più Bruxelles li sostiene, più ci sarà domanda di bond di questi Paesi.

Anche nel segmento corporate ci sono ottimi ritorni. Sono cinque infatti gli indici di Morgan Stanley che mappano i bond societari ad alto rendimento. Negli ultimi 12 mesi hanno tutti registrato un andamento positivo. Il primo, il Triple-C-rated, ha avuto la performance migliore, 19,28 per cento. A ruota troviamo il High yield constrained, che ha toccato il 15,40%, e il Global high yield constrained, di poco sopra al 15 per cento. Poco più in basso, troviamo lo High yield 100, con il 13,50% di performance anno su anno, e infine lo Europe high yield constrained, con un risultato di 12,66 punti percentuali.

In ogni caso, i maggiori ricavi per le banche d’investimento e per gli investitori istituzionali sembrano essere i titoli di Stato. Merito delle ultime emissioni obbligazionarie che hanno avuto luogo nell’Eurozona, sempre più fitte. Come fa notare in una nota interna il fondo hedge Brevan Howard, «le aste sui Paesi periferici offrono sensibili opportunità, nonostante queste sottostiano a un elevato grado di rischio». Come dire, finché c’è puzza di default, c’è profitto. Sì, perché il più grande veicolo di azzardo morale, come aveva ricordato Luigi Zingales sul Sole 24 Ore, sembra essere il fondo europeo di stabilizzazione finanziaria (Efsf).

A trainare la crescita degli investimenti sui junk bond c’è infatti proprio l’assetto finanziario che ha assunto l’Europa. Un aumento che si riflette nell’andamento della presenza alle aste dei titoli di Stato dell’Eurozona. Non è un caso che i rendimenti di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna siano fra i più elevati. Oggi il differenziale fra i bund tedeschi, storico punto di riferimento di solidità, e i Btp italiani si sia attestato a 181 punti base sulla piattaforma Tradeweb. 

Analogamente, dopo il collocamento di un miliardo di euro a due anni, Lisbona ha visto allargare di quasi 200 punti base i propri rendimenti promessi, passando dal 4% dello scorso settembre al 6 di oggi. A tal proposito il segretario del Tesoro portoghese Carlos Pina ha sottolineato all’agenzia Reuters che «il Portogallo non sarà in grado di sostenere nel lungo termine un costo del debito così elevato». Lisbona forse no, ma gli investitori sono probabilmente disposti a sopportare questa situazione. Almeno fino a quando ci sarà l’Europa pronta a intervenire. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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