Obama va alla guerra contro Sarah Palin

Obama va alla guerra contro Sarah Palin

A novembre è accaduta una cosa bizzarra in Oklahoma. Gli elettori hanno approvato un referendum che vieta ai giudici di applicare la legge islamica, la sharia, negli Stati Uniti. Perché mai un referendum così stravagante? Si è trattato di una «dichiarazione contro i musulmani», riporta l’Associated Press. In altri Stati – Alaska, Arkansas, Indiana, Nebraska, South Carolina e Wyoming – sono state approvate norme che impediscono alle leggi internazionali (si legga: islamiche) di essere applicate in terra americana. Il South Carolina lo sta per fare. Perché la destra conservatrice si esibisce in inutili sciocchezze come queste?
Il clima politico si sta facendo più cattivo negli Stati Uniti. A Washington i repubblicani hanno imposto un braccio di ferro durato settimane per imporre un draconiano taglio al bilancio dello Stato: 61 miliardi di dollari in meno che avrebbero causato il taglio di servizi essenziali. Alla fine hanno raggiunto una tregua per evitare il collasso dell’amministrazione pubblica. Ma si tratta di una tregua armata che durerà poche settimane.

Intanto nel Wisconsin è in corso una durissima battaglia perché il neogovernatore repubblicano, Scott Walker, vuole cancellare il diritto alla contrattazione collettiva da parte dei dipendenti pubblici, in pratica la distruzione del sindacato. Altri Stati in mano ai repubblicani vogliono imitarlo
Il movimento dei Tea Party scuote la Casa Bianca, i sondaggi registrano le difficoltà dei democratici, ma dalla battaglia in corso emerge un nuovo Obama, più risoluto e protagonista.

Nella campagna elettorale del 2008 Obama aveva promesso agli elettori che sarebbe stato il Presidente di tutti gli americani, che avrebbe aiutato il Paese a superare la «guerra tra le culture» che per decenni ha spaccato gli americani in due eserciti contrapposti, ma oggi si ritrova al centro di uno scontro forse ancora più violento di quello che lacerava l’America di George W. Bush. Walter Russel Mead, in un’accurata analisi pubblicata sull’ultimo numero (marzo-aprile) di Foreign Affairs, dimostra che il movimento dei Tea Party è fondato su una cultura che ha solide radici. I suoi fondamenti sono l’isolazionismo, l’antagonismo nei confronti dello Stato e il disprezzo verso le élites intellettuali. Si tratta di sentimenti profondamente radicati nella cultura del Paese che riemergono con forza nei momenti di difficoltà, quando la classe media americana sente di perdere potere e reagisce erigendo solide barriere per opporsi al cambiamento. Non a caso uno dei capisaldi culturali di questo movimento è la scrittrice Ayn Rand che predicava l’«egoismo etico» e affermava senza perifrasi di essere «una sostenitrice non del capitalismo, bensì dell’egoismo individuale».

Capita in ogni movimento populista (anche nell’Italia della Lega e di Berlusconi) che gli intellettuali vengano guardati con sospetto e le élites culturali siano dileggiate quando difendono idee contrarie al buon senso comune. Ma negli Stati Uniti questo atteggiamento ha un particolare radicamento nella storia. I Tea Party nacquero nella seconda metà del Settecento per opporsi a un governo, quello britannico, giudicato estraneo, burocratico, inaffidabile, capace solo di imporre tasse ingiuste. D’altra parte gli Stati Uniti sono nati da un’ondata migratoria che si opponeva allo strapotere delle élites europee e fece della lotta alle aristocrazie la propria bandiera.
I Tea Party di oggi sono la riedizione di quella rivolta contro le élites, ancora una volta percepite come corrotte, bugiarde, lontane dagli interessi del popolo. Obama, l’intellettuale della University of Chicago, l’ex presidente della più raffinata rivista giuridica del mondo, la Harvard Law Review, è un bersaglio facile per questo movimento pupulista.

Quando Obama afferma che il deficit federale produce crescita economica e occupazione viene accusato di raccontare menzogne e di essere un promotore dell’odiato Big Government. Quando predica gli investimenti in servizi pubblici gli si imputa di essere un protettore dell’odiata lobby dei sindacati dell’amministrazione pubblica. Quando chiede di combattere il riscaldamento globale viene deriso come uno che dà credito alla invisa comunità degli scienziati. In un dibattito basato sul buon senso comune, le affermazioni di Obama appaiono controintuitive, intellettualistiche, fuorvianti. Se il populismo si fonda sulla sfiducia verso le élites culturali, la dialettica di Obama, che ha la chiarezza del grande divulgatore ma anche il pesante marchio dell’accademia, è un’arma spuntata contro un pubblico assetato di verità facilmente digeribili.
E quando il clima è favorevole per accogliere le semplificazioni, allora non c’è limite alla demagogia. Recentemente l’ex senatore Rick Santorum, un campione della destra conservatrice, ha osannato le Crociate, secondo lui denigrate dalla sinistra anticristiana di cui Obama fa parte. John Shimkus, deputato dell’Illinois, nel corso di una riunione alla Commissione Ambiente del Congresso, ha dichiarato che bisogna finirla con le fandonie del riscaldamento globale: «La Terra finirà quando Dio vorrà», ha detto.

In questo clima da stadio i sondaggi non sono favorevoli a Obama. Secondo l’ultima ricerca firmata Gallup, tra il 2008 e il 2010 gli Stati «solidamente in mano di democratici» (cioè con almeno dieci punti di distacco sui repubblicani) sono scesi da 30 a 14. Gli stati in bilico sono saliti da 10 a 14. I democratici stanno perdendo il New Hampshire, dove due anni fa vinsero a mani basse, ma anche Alabama, Kansas, Montana, South Dakota. Obama ha dilapidato il vantaggio su cui poteva contare quando ha cominciato la sua avventura da Presidente. Oggi la situazione assomiglia a quella del 2005, quando i due eserciti politici del Paese si fronteggiavano da posizioni di parità.
Ma la sconfitta di novembre ha insegnato a Obama che lo scontro culturale non si può aggirare come aveva tentato di fare all’inzio del mandato. Dagli anni Sessanta la guerra tra due culture è alla base del dibattito politico americano, e anche Obama, che pure è un liberal moderato, deve sporcarsi le mani.

Così negli ultimi mesi, dopo la batosta elettorale, ha compiuto un paio di mosse impreviste che da una parte gli hanno definitivamente inimicato il potente movimento evangelico, ma dall’altra hanno ridato morale ai progressisti.
Per prima cosa Obama ha detto ai riottosi generali del Pentagono che la vecchia regola del «Don’t Ask don’t Tell», approvata da Clinton negli anni Novanta, era da considerarsi superata. Quella norma prevedeva che sulle preferenze sessuali delle reclute si stendesse un velo di silenzio. Ma ai gay dichiarati era proibito l’accesso alle forze armate. Obama ha rotto la barriera dell’ipocrisia, affermando che ogni forma di discriminazione andava superata. Ma è andato oltre.
Dieci giorni fa, con una svolta inattesa, Obama ha detto che il Defense of Marriage Act, che fino a ieri consentiva agli Stati di non riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso, è incostituzionale. In pratica ha chiesto di legalizzare il matrimonio tra omosessuali (nel 2008 si era limitato a difendere le unioni civili tra gay), motivando questa scelta con la necessità di proteggere minoranze che in passato hanno subito discriminazioni.

Si tratta di due mosse che renderanno la battaglia in corso ancora più aspra. I conservatori non amano sentir parlare di minoranze. Per loro esistono solo i singoli individui che devono inserirsi nel grande e accogliente corpaccione della madre America. John Fonte, un intellettuale conservatore dell’Hudson Institute, da anni teorizza che i progressisti americani, insistendo sui gruppi sociali oppressi – i neri, le donne, i poveri, i gay, gli immigrati e così via – usano la teoria sociale gramsciana per conquistare l’egemonia su ciascuno di questi segmenti. Ma questo, secondo lui, danneggia le basi stesse della democrazia, che è fondata sugli individui e non sui gruppi.

Il movimento del Tea Party, Sarah Palin in testa, ha sposato alla lettera queste teorie. La difesa estrema della libertà (e della responsabilità) individuale comporta una riduzione dei diritti del sindacato, uno stato più leggero e meno intrusivo nella vita delle persone, e quindi, per esempio, pochi controlli sull’acquisto delle armi, nessun obbligo di possedere documenti. E meno tasse, e meno diritti per minoranze come i gay e gli immigrati, a cui viene chiesto di rinunciare alla propria identità per adeguarsi all’idea iperuranea di «americanità».
La battaglia sarà lunga e dura. Obama ha capito che con l’estremismo militante del Tea Party non può arrivare a una mediazione. Deve rispondere colpo su colpo, rivendicando la propria cultura liberal senza camuffarsi da moderato. Certo, l’andamento dell’economia sarà decisivo per l’esito della sfida elettorale del novembre 2012. Ma come sempre sarà la guerra tra le culture a spingere da una parte o dall’altra una parte consistente dell’elettorato incerto. I progressisti americani sembrano gradire il cambiamento di linea del loro presidente. Meglio una fine orribile che l’orrore senza fine a cui si è assuefatta la sinistra italiana.

enrico.pedemonte@linkiesta.it